On the Job: The Missing 8, recensione del film di Erik Matti

Sequel di On the Job, con The Missing 8 Erik Matti torna a denunciare le dinamiche marce del proprio Paese con un prodotto denso ma accessibile

Otto anni dopo On the Job, Erik Matti torna con il sequel, The Missing 8. Sisoy Salas è un giornalista al soldo del sindaco di La Paz, Pedring Eusebio. Di fatto ha abdicato alla professione nella misura in cui ha accettato di fare da “ufficio stampa”, filtrando all’inverosimile, così da mantenere linda e pulita l’immagine del primo cittadino o di chi quest’ultimo abbia a cuore. Tutto cambia quando alcuni suoi colleghi scompaiono, e Salas, anche detto “lo Zio”, decide d’investigare, in pratica rivestendo i panni che aveva dismesso prima di svendersi.

È un Erik Matti alquanto disilluso, non cinico, che con quello che lui stesso ha definito il suo ultimo film a sfondo socio-politico, mette in scena le Filippine dei giorni nostri, un coacervo d’interessi e corruzione che coinvolge tutti i settori e le istituzioni del Paese, fino alle alte sfere. Su tale premessa Matti intavola una parabola fatta d’intrecci, in cui viene mostrato concretamente come questo sistema funziona dal di dentro. Nondimeno The Missing 8 è cinema popolare fino al midollo, di quelli che non se ne vedono più in giro, e chissà che in tal senso a fare la differenza non sia stato l’averlo concepito in partenza col tarlo del serial televisivo, contesto al quale è destinato.

A suggerirci questa forte propensione è una struttura, come detto, basata sull’intreccio, il chiamare in causa più attori di questa elaborata vicenda, tanto da venirne in qualche modo travolti. Si capisce insomma che una storia del genere respiri meglio con un format più diluito rispetto alle quasi tre ore e mezza della versione cinematografica. Eppure, alla luce delle premesse, quelle di un cinema, come detto, molto accessibile, una durata del genere, che comincia ad essere torrenziale, contempla a priori dei meriti. Non si riesce infatti ad immaginare la possibilità di espungere anche solo un picco pezzo, The Missing 8 un ingranaggio che lavora solo se a pieno regime, con tutte le sue componenti.

A renderlo poi un’operazione ancora più curiosa, almeno ai nostri occhi, è la sua provenienza, l’essere maturato in un’area specifica. Ci sono scelte che non possiamo non considerare stravaganti, in alcuni casi spiazzanti, come l’uso che Matti fa delle musiche, sia per repertorio che per intensità. È altresì evidente che il regista filippino non abbia intenzione di precludersi alcunché, ecco quindi il guardare agli stilemi del genere, in salsa hollywoodiana, così da rendere il suo lavoro appetibile anche all’estero, pure al netto di certe peculiarità che, come già accennato, lo ancorano saldamente al luogo di provenienza.

È sempre un po’ scomodo lamentarsi, o anche solo dolersi, di ciò che a un film manca ma che si avrebbe voluto ci fosse. Però, davvero, malgrado a cose fatte le intenzioni del regista risultino abbastanza chiare, lascia un po’ d’amaro in bocca che la vocazione action del film, oltremodo percepibile, sia stata contenuta, e di parecchio. Certo, c’è una scena in particolare, che si svolge nella mensa di un carcere, dove per qualche minuto ci si lascia un po’ più andare, ma in quel caso la svolta è funzionale al racconto, per cui non si tratta nemmeno di una concessione.

Denso, a suo modo incalzante, On the Job: The Missing 8 opera sulle aree grigie non tanto del sistema quanto in rapporto alla Morale delle persone che vi prendono parte. Il confine tra il criminale e chi semplicemente accetta un qualche compromesso è piuttosto labile, e Matti sembra essere più interessato a descrivere certi meccanismi nell’ottica di calarci all’altezza delle persone e farci vedere come reagiscono a certe sollecitazioni. Sfumature che, per il tipo di pubblico al quale si rivolge, trasversale, possono effettivamente rivelarsi un discreto valore aggiunto: basti pensare che a fare la cosa giusta sono un giornalista corrotto (il già menzionato Salas) ed un delinquentello che vuole uscire a tutti i costi di galera, accettando perciò di fare la spia.

I moventi dunque non sono necessariamente nobili, lo stesso Salas, al di là del fatto di aver venduto l’anima, non sembra agisca sulla base di chissà quale imperativo morale, più per amore di chi ne ha fatto le spese, stavolta persone a lui molto care. Nessuna redenzione, ché non è Scorsese né, per citarne uno a noi vicino in questi giorni, Schrader; Matti trae spunto dall’assetto sociale e politico delle odierne Filippine per metter su un’impalcatura molto attenta ai generi, il tutto imbevuto di una sensibilità vagamente esotica eppure familiare ai nostri palati.

On the Job: The Missing 8 (Filippine, 2021) di Erik Matti. Con John Arcilla, Dennis Trillo e Dante Rivero. In Concorso.

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