Home Notizie Piuttosto che e altri strafalcioni: le 300 tossine grammaticali che avvelenano l’italiano

Piuttosto che e altri strafalcioni: le 300 tossine grammaticali che avvelenano l’italiano

Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, linguisti e divulgatori, riportano oggi al centro del dibattito sulla lingua italiana l’uso scorretto di “piuttosto che”, nel nuovo libro pubblicato da Sperling & Kupfer, per spiegare come certi modi di dire entrati nel parlato comune stiano modificando, spesso male, il modo in cui politici, giornalisti, studenti e personaggi

10 Agosto 2026 20:05

Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, linguisti e divulgatori, riportano oggi al centro del dibattito sulla lingua italiana l’uso scorretto di “piuttosto che”, nel nuovo libro pubblicato da Sperling & Kupfer, per spiegare come certi modi di dire entrati nel parlato comune stiano modificando, spesso male, il modo in cui politici, giornalisti, studenti e personaggi pubblici comunicano ogni giorno.

Piuttosto che, la “tossina” più diffusa nella lingua di tutti i giorni

Nel loro nuovo volume, intitolato “Piuttosto che”, Valeria Della Valle e Giuseppe Patota partono da una constatazione semplice, quasi da conversazione al bar: l’italiano parlato e scritto è pieno di piccole trappole. Alcune sono innocue, altre meno. Tra queste, ai piani alti di una possibile classifica degli errori, i due studiosi collocano proprio l’uso di “piuttosto che” al posto della congiunzione “o”.

Il libro, edito da Sperling & Kupfer, conta 184 pagine e costa 15,90 euro. Non è un trattato per specialisti, ma un manuale pensato per chi scrive, parla in pubblico, insegna, fa informazione o, più semplicemente, vuole evitare inciampi frequenti. Dentro ci sono 300 errori da non fare, ordinati in forma di breviario, con esempi concreti e correzioni. Non una caccia al colpevole, precisano gli autori, ma un modo per ricordare che la correttezza linguistica resta una forma di rispetto verso chi ascolta e legge.

Il caso di “piuttosto che”: quando una scelta diventa confusione

Secondo Della Valle e Patota, in un italiano chiaro “piuttosto che” ha due funzioni corrette. La prima è comparativa, con il significato di “più che”: “Conviene prendere l’aereo piuttosto che il treno”. La seconda è avversativa, equivalente ad “anziché”: “Piuttosto che perdere tempo, mettiti a studiare”. Fin qui, nessun problema.

Il cortocircuito nasce quando “piuttosto che” viene usato come se significasse “o”. Una frase come “Mangerò carne piuttosto che pesce”, spiegano i linguisti, in italiano indica una preferenza, non un’alternativa libera tra due possibilità. Se invece chi parla vuole dire “carne o pesce”, allora l’espressione diventa ambigua. E l’ambiguità, nella comunicazione, pesa.

Gli autori fanno risalire questa moda agli anni Ottanta, con una diffusione partita soprattutto dall’Italia settentrionale. Solo allora, attraverso televisioni, interviste, programmi e salotti mediatici, l’uso improprio avrebbe iniziato a circolare con forza. “I primi a intercettare questa novità lessicale sono stati conduttori e giornalisti televisivi”, osservano Della Valle e Patota. Da lì, il passaggio al linguaggio comune è stato rapido. Troppo rapido, per chi difende la precisione della grammatica italiana.

Dai congiuntivi agli accenti: gli scivoloni di chi vive di comunicazione

Il volume non si ferma a “piuttosto che”. Nel mirino finiscono anche il congiuntivo sempre più maltrattato, gli accenti sbagliati, i plurali incerti, le concordanze approssimative. C’è il caso di “facci” al posto di “faccia”, reso popolare dal ragionier Ugo Fantozzi con il suo “facci lei” nel film del 1975. Una battuta entrata nell’immaginario, certo, ma anche un esempio utile per ragionare su come l’errore possa diventare tormentone.

Altro terreno scivoloso è quello degli accenti. Gli autori ricordano il caso della terza persona del verbo dare, che richiede l’accento: “dà”. Al contrario, l’imperativo alla seconda persona vuole l’apostrofo: “da’ retta a me”. Nella pratica, però, capita spesso il contrario: accenti messi dove non servono e apostrofi dimenticati proprio quando sarebbero necessari. Piccole cose, si dirà. Eppure, in un titolo di giornale, in un comunicato istituzionale o in un intervento televisivo, si notano subito.

Della Valle e Patota chiariscono un punto delicato: non intendono prendersela con chi non ha avuto strumenti o occasioni per studiare. “Mai infieriremmo contro le persone che non hanno un’istruzione”, spiegano. Diverso, aggiungono, è il discorso per chi vive di comunicazione: politici, conduttori, giornalisti, personaggi dello spettacolo. A loro, per ruolo e visibilità, viene chiesto qualcosa in più. Anche perché un congiuntivo sbagliato in bocca a un ministro, hanno ammesso gli autori, può finire facilmente sulle prime pagine.

Come evitare gli errori: dizionari, attenzione e meno sicurezza di sé

La risposta, per i due linguisti, non sta nel purismo rigido né nella nostalgia per una lingua immobile. La lingua italiana cambia, come tutte le lingue vive. Ma non ogni cambiamento è utile, chiaro o accettabile. Alcune scorciatoie, se adottate senza pensarci, rendono il messaggio meno preciso. Altre diventano semplicemente cattive abitudini.

Il consiglio degli autori è concreto: quando si ha un dubbio, meglio controllare. Una buona grammatica, un dizionario, un manuale divulgativo possono risolvere in pochi secondi questioni che, lasciate all’istinto, producono errori destinati a ripetersi. “Capita a tutti di avere un dubbio”, spiegano Della Valle e Patota. La differenza, in fondo, sta nel modo in cui lo si affronta.

Nel libro compare anche una parola severa, “guastatori”, riservata a chi infrange le regole con sicurezza e senza cura. Non chi sbaglia, dunque, ma chi non si pone il problema. Per uscirne, sostengono gli autori, bastano attenzione, rispetto e qualche verifica periodica del proprio modo di parlare e scrivere. A cominciare proprio da quel “piuttosto che” usato al posto di “o”, diventato ormai il simbolo di una sciatteria quotidiana che passa spesso inosservata. Fino a quando qualcuno, dizionario alla mano, non la ferma.