Qui rido io, recensione del film di Mario Martone

Qui rido io s’accosta all’arte popolare concentrandosi sulla vita di Eduardo Scarpetta, interpretato dall’istrionico Toni Servillo

Eduardo Scarpetta (Toni Servillo) è all’apice del successo; il suo Felice Sciosciammocca ha oramai oscurato un’istituzione come Pulcinella, tanto che a Napoli tutti vogliono Felice e non l’iconica maschera della città. D’altronde il vero padrone è lui, il pubblico. Questo Scarpetta lo sa ed ogni suo gesto, ogni sua ambizione, sono sempre votati a convincere lui, quel giudice supremo che, così come può portarti ai cieli, può anche sentenziare la tua dannazione. È questa l’asse su cui poggia Qui rido io di Mario Martone (un habitué del Concorso), ossia il rapporto tra il comico e coloro a cui è destinata la sua Arte.

Non la si racconterebbe tutta, però, se ci si fermasse a tale incipit. Perché al centro di tutto c’è l’epopea di un clan, nell’accezione antica del termine, quello appunto degli Scarpetta, ancora regolata (siamo nella prima metà del ‘900) secondo quel concetto di trasmissione dei mestieri. Per Scarpetta il teatro non era un lavoro, era la vita. Non per niente Martone non si ferma al palcoscenico, ma di fatto mette sia il patriarca, così come tutti gli altri personaggi, nelle condizioni di recitare sempre, in ogni momento, che si sia a tavola, in salone o in tribunale. Sempre sopra le righe, con quella gestualità e quella musicalità accentuata, tipica dell’indole partenopea, che fa di Napoli, a ben vedere, un teatro a cielo aperto.

Due sono i leitmotiv, dunque. Da un lato il peso dell’arte popolare, la sua funzione all’interno di una comunità più o meno grande; dall’altra questa famiglia allargata dove tutti sanno tutto eppure nessuno dice niente. Eduardo ha una moglie e un’amante, e con entrambe ha dei figli, tutti impiegati in almeno una delle sue opere. La moglie, a sua volta, dei tre figli riconosciuti in realtà ne ha dato solo uno a Eduardo, mentre i due restanti li ha avuti da un altro uomo – uno di questi addirittura dal Re, al fine di ottenere da quest’ultimo un cospicuo prestito in denaro.

Martone cerca insomma d’infondere un taglio autoriale ad un prodotto discreto di cinema medio, e lo si capisce ancora di più quando la prima delle tue tracce summenzionate registra un’impennata: Scarpetta decide infatti di scrivere la parodia di un importante componimento teatrale, concepito dal più gettonato scrittore dell’epoca (circa il nome di questo scrittore, fia laudabile il tacere, onde evitare di svelare troppo). Eppure non si può fare a meno di citare questo passaggio, perché, sebbene il nostro si presenti presso il lussuoso domicilio del maestro, chiedendo il permesso di parodiare l’opera di costui, e malgrado l’accordo verbale, finirà nei guai comunque. È un tempo in cui ancora le Lettere nel nostro Paese riscaldavano i cuori, così come il congenito vezzo degli italiani di dividersi in gruppi e farsi la guerra, sebbene in questo caso sia solo giuridica.

Da qui in avanti Qui rido io ti mette con le spalle al muro. Quantunque Scarpetta non sia affatto uno stinco di santo, seppur con leggerezza, è lui a diventare il martire sull’altare della libertà artistica. Addirittura si finisce col fare un discorso contro i potenti, rivendicando quell’unico spazio in cui il popolino ha ancora voce in capitolo, ossia a teatro. Si può essere contro a tutto ciò? No che non si può. Il punto è che le modalità adottate da Martone rassomigliano esse stesse alla parodia di ciò che è davvero popolare, il che è beffardo; nascondendosi dietro l’irresistibile istrionismo dell’ottimo Servillo, si mette in scena una forzata parabola sull’importanza della risata, sulla sua trasversalità, ossia la possibilità di raggiunge un pubblico più ampio possibile, proprio a partire dai semplici.

Non entro nel merito del discorso, di per sé corretto o quantomeno condivisibile. È il racconto che lascia perplessi, ossia i modi appunto, il non riuscire conferire al testo un’impronta che vada oltre la bravura (innegabile) dei propri attori, fedele, se si vuole, alla premessa, che non è quella di girare una commedia popolare bensì, come già accennato, un film filtrato da una visione più personale inerente al peso dell’arte popolare. No, non sono questioni di lana caprina, né si vuole appioppare aneliti che non ci sono, perché, al contrario, ci sono per davvero.

In Qui rido io ciò che quindi continua a mancare non è certo il testo, quasi sempre almeno dignitoso con Martone, bensì uno strato ulteriore che ci consenta di non vederlo questo testo, il quale è, al contrario, soverchiante. Cambiano le location ma l’impressione a tratti è di assistere alle riprese di uno spettacolo teatrale, il che è problematico rispetto alla natura dell’opera, che, a queste condizioni, stenta a giustificare la trasposizione su un mezzo come quello cinematografico. Non si discute la simpatia prorompente di certi personaggi, Scarpetta capofila, né quanto spassose riescano ad essere alcune uscite, malgrado la napoletanità di cui al film risulti pur sempre fin troppo “disciplinata”, riadattata secondo canoni che afferiscono, come già evidenziato, più al teatro che al grande schermo. Resta il merito di averci messo a parte di una storia che senz’altro andava raccontata, ossia il contesto entro il quale è cresciuto e si è formato uno dei maggiori artisti che abbiamo mai avuto, ossia Eduardo De Filippo, figlio di Scarpetta.

Qui rido io (Italia, 2021) di Mario Martone. Con Toni Servillo, Maria Nazionale, Cristiana Dell’Anna, Antonia Truppo, Eduardo Scarpetta, Roberto De Francesco, Lino Musella, Paolo Pierobon, Gianfelice Imparato, Iaia Forte, Roberto Caccioppoli, Greta Esposito, Nello Mascia e Gigio Morra. In Concorso.

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