Filmmaker 2020, Swimming Out Till The Sea Turns Blue, recensione del film di Jia Zhangke

Che c’è oltre e dopo i campi di una Cina sempre meno riconoscibile? Dolce e amaro il ritratto di Jia Zhangke, che oppone tradizione e presente della Cina

Ripercorrere mezzo secolo in meno di due ore, relativamente a un Paese come la Cina per giunta, è impresa a priori destinata a non essere portata a termine. Non c’è da dubitare che Jia Zhangke si rendesse conto di tutto ciò prima di cimentarsi in Swimming Out Till The Sea Turns Blue, ma in questi casi a fare la differenza è l’approccio, abbracciare l’impossibilità di essere esaustivi, facendone persino un punto di forza.

Se a questo ci aggiungiamo che il cinema, quando tratta la Storia con la S maiuscola, deve tutt’al più essere un pretesto, limitandosi a suggerire qualcosa che poi va approfondito, si capisce bene che le modalità di un simile racconto risultano decisive. Il regista cinese toglie anziché mettere, opta per la letteratura, sia come forma che come contenuto, e si avvale della parola. Non è nemmeno così paradossale che siano le immagini a conferire maggior spessore alla parola, non, appunto, potenziandola, bensì elevandola, quasi mettendosi di lato.

La divisione in 18 capitoli passa in secondo piano rispetto ad un’altra peculiarità di Swimming Out Till The Sea Turns Blue, ossia quella di sottoporci dei ritratti, teste che parlano, magari da diverse prospettive, ma dalle cui parole passa tutto. Alle volte le singole narrazioni, slegate tra loro, sono talmente personali che dello scarto tra vecchio e nuovo, tra il pre-Rivoluzione culturare e il post, non è possibile farsi un’idea precisa, tale è la distanza con quel mondo.

Vi è un’ode, questo si coglie, verso quel mondo rurale che l’atipico Capitalismo di cui è intrisa la Cina di oggi ha contribuito, se non a spazzare via del tutto, a snaturare a tal punto da non più riconoscerlo. Ma, per dire, dato che i microfoni vengono accesi davanti a degli scrittori, un conto è l’amarezza e la nostalgia di cui è intrisa la poetica pasoliniana rispetto a quella campagna che è rimasta per secoli la stessa fino più o meno a metà del ‘900, altro è il ricostruire, il contestualizzare la rievocazione delle varie persone intervistate, specie dei più anziani, i quali ricordano certi avvenimenti con una tale intensità e precisione che non si può certo negare un coinvolgimento tale da non poterci consentire di prendere certe considerazioni per dati oggettivi.

Dio ha creato il villaggio, l’uomo la città, si sente a un certo punto, ed in fondo è la specie di rivendicazione che anche dalle nostre parti scrittori e poeti come Pasolini, ma non solo, hanno opposto per anni; anni delicati, quando il boom economico ha portato a compimento la Rivoluzione industriale iniziata almeno un secolo prima. Quando uno degli intervistati da Jia Zhangke offre un rapiso excursus del suo villaggio, Jia, evidenzia come negli anni ’50 tutti lo considerassero un luogo senza futuro. Qualcuno si rese conto che bisognava unirsi, non disprezzare la tecnica, e fu così che, implementando un sistema d’irrigazione decente, quel villaggio si arricchì con la coltivazione di cereali: ne produceva talmente tanto da venderlo al Governo.

Tuttavia penso che Swimming Out Till The Sea Turns Blue operi meglio nel darci contezza di una cultura, e lo si percepisce a maggior ragione nel modo in cui quasi tutti gli scrittori che intervengono attraverso le proprie testimonianze finiscono a parlare di Letteratura. I libri non tanto come riscatto, l’anelito a un’erudizione che da principio non sapevano nemmeno di cercare; in linea con l’ideologia del Partito, se si vuole, nulla aveva davvero senso se non trattava del momento, del realismo nell’accezione più spinta e immediata. Uno di questi scrittori lo dice chiaramente: si domandava come mai la lettura di un caposaldo come Il sogno della camera rossa l’avesse così coinvolto, lui che era un popolano, mentre quel romanzo era incentrato sulla vita di corte e di coloro che si muovono al suo interno.

Estrapolare l’universalità da certe opere, poterle rapportare alle rispettive quotidianità; è stata questa la molla, ciò che ha acceso la miccia. Viene persino da azzardare un’ipotesi, magari infondata, secondo cui, in fin dei conti, questa forma di Capitalismo non rappresenti che l’ovvio approdo di una cultura così pragmatica, così immersa in una dimensione esclusivamente orizzontale, noi che, da occidentali, fatichiamo a capire come un Paese comunista possa essere diventato la maggiore superpotenza mondiale o giù di lì. Il Mar Giallo e quel desiderio di nuotare a largo per vederlo blu, è un’immagine, una licenza poetica, che esemplifica a pieno il peso e la portata di quest’ultimo lavoro di Jia Zhangke, oltre che di una parabola cominciata oltre cinquant’anni fa ed ancora lungi dall’arrestarsi. E chi lo sa che non si tratti al contempo di epitaffio vero e proprio, certificato dalla difficoltà, sul finire, di quel quattordicenne, il quale, dopo anni di scuola a Pechino, non ricorda più il dialetto dei propri genitori, quello di Henan.

I Video di Cineblog