Venezia 2021, The Power of the Dog, recensione del film di Jane Campion

Western atipico quello ricostruito da Jane Campion, il cui The Power of the Dog tratteggia il crocevia tra due mondi in maniera non del tutto convincente

Phil (Benedict Cumberbatch) e George Burbank (Jesse Plemons) possiedono un ranch. Si dividono i compiti, con Phil dedito anima e corpo a portare avanti le attività sul campo, mentre il contributo di George non è mai davvero chiaro: a differenza del fratello, quest’ultimo si veste bene e non si sporca mai le mani. Di tutta prima sembra essere interessato a trasformare questa piccola azienda in qualcosa di diverso, più al passo coi tempi.

S’impone qui una prima suggestione inerente a The Power of the Dog, che sta proprio nell’accostamento dei due fratelli Burbank. Ci troviamo infatti in un’epoca particolare, dove il Vecchio West, quello iconico, oramai è per lo più tramontato; la modernità avanza inesorabile ed il Nuovo Mondo è pronto al sorpasso. Sono tensioni su cui il film non si sofferma esplicitamente, ma la Campion indugia quanto basta. Da un lato la ferinità di Phil, burbero, scontroso, un vero cowboy, mentre George, di cui non sappiamo nulla rispetto a chi fosse prima degli eventi narrati, s’industria goffamente ad apparire chi in fondo non è, dandosi un tono, prendendo le distanze dal fratello.

Nel rapporto tra i due c’è molto: questo loro comunicare a stento, tanto che uno fatica ad immaginare come le cose possano funzionare a certe condizioni. Finché George non s’innamora e sposa Rose (Kirsten Dunst). La donna viene presa di mira da Phil, che la vede come un’intrusa, ed il primo a farne le spese è il figlio di Rose, Peter (Kodi Smit-McPhee). Il giovane studia per diventare medico, un tipo molto sulle sue, timido, dotato di sensibilità e intelligenza al contempo. Insomma, il profilo da manuale per soffrire uno come Phil.

Tuttavia, non appena Rose va a vivere nella residenza dei Burbank, è lei a diventare la vittima designata. Piccole soperchierie sono all’ordine del giorno; e s’avverte questo senso d’oppressione, la macchina da presa che quasi sempre “annuncia” visivamente il padrone di casa concentrandosi su un particolare, il battere degli stivali sul pavimento in legno a scandire il suo avvicinarsi, come fosse un mostro. La tensione è quella di chi deve mettere in scena una minaccia, cosa che di fatto Phil rappresenta. La Campion costruisce tale aura concedendosi molto tempo, sebbene The Power of the Dog un salto vero e proprio non lo faccia mai davvero registrare.

Ci sono impennate, momenti in cui ci si rende conto che bisogna offrire qualche coordinata in più, anche perché il film per lo più rimane alla porta: spesso sul punto di rivelarsi mediante la sua atmosfera, salvo poi disattendere un simile sviluppo, restando piuttosto ancorato ad un registro molto più ordinario. Qualcosa quindi va perdendosi, anche quando le parti s’invertono, un avvicendamento in funzione del quale il percorso viene disseminato di qualche piccolo indizio, sia in relazione alla vera vittima che al vero carnefice, sui quali chiaramente veniamo per larga parte del racconto depistati.

Qualcosa non torna proprio in rapporto a tale processo, il che è problematico, perché se in questa lenta fase di preparazione che deve immetterci verso il finale, che in confronto è affare di un momento quasi, ebbene, se lungo il percorso non riusciamo ad entrare, alla fine l’epilogo non può certo attecchire come avrebbe dovuto. È l’origin story di un serial killer? È il ritratto di un mondo destinato ad inabissarsi negli oceani della Storia? Oppure è il resoconto di una maturazione mai avvenuta, di un’identità mai davvero sbocciata?

Credo che l’ultimo film di Jane Campion possa essere un po’ tutte queste cose qui, ma a pieno nessuna. Ragionare per metafore e similitudini è esercizio non di rado utile, quasi sempre divertente, ma il rischio di divagare è tale da indurre a prudenza. All’inizio ho fatto riferimento all’opposizione tra i due fratelli Burbank, la loro diversità. George vuole brama l’accettazione dell’alta società, a cui non appartiene né mai apparterrà; Phil, che eppure avrebbe i crediti per poter aspirare altrettanto, ha invece deciso di restare nel passato, lo stesso che rievoca con ammirazione e dolore, il suo un personaggio evidentemente tormentato, legato com’era al suo mentore, di cui si sa qualcosina in più mentre ci si approssima all’epilogo di questa storia.

Sul finire, infatti, non è più George il contraltare di Phil; e, volendo tornare a quanto detto sopra in merito alle due epoche che si scontrano, l’incalzare di quella successiva ai danni di quella che la precede, il personaggio che prende il posto del primo assume su di sé tutta la spietatezza di un secolo che a quel punto, negli anni ’20 del ‘900, aveva appena assistito alla Grande Guerra, in attesa della non meno sanguinosa e tragica Seconda Guerra Mondiale. The Power of the Dog è film di ombre e fantasmi che aleggiano senza mai manifestarsi del tutto; il problema è infatti che la consistenza sia la stessa, intangibile, malgrado qualche traccia alquanto promettente lasci supporre diversamente.

Gli spunti, che eppure ci attraversano, darebbero adito a qualcosa di un po’ più elaborato, ma si tratterebbe di uno strato aggiunto, da ricostruire a posteriori, per via del fatto che, a forza di lavorare per sottrazione, diluendo, parte della verve si perde in corso d’opera. Non abbastanza per restituirci la complessità di questi personaggi, così come per introdurci nello scenario del quadro storico entro cui si muovono, quel terribile Secolo Breve che ha spazzato via non solo e non tanto l’800 ma la Storia nel suo insieme.

The Power of the Dog (Nuova Zelanda/Australia, 2021) di Jane Campion. Con Benedict Cumberbatch, Kirsten Dunst, Jesse Plemons, Thomasin McKenzie, Keith Carradine, Frances Conroy, Kodi Smit-McPhee, Adam Beach, Peter Carroll e Karl Willetts. In Concorso.

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