Torino 2020, Sin señas particulares, recensione del film di Fernanda Valadez

Parabola di confine con uno sguardo insolito quella di Sin señas particulares, di un’etnografia che mappa luoghi a partire dalla loro cultura

Di spalle somigli a mio figlio.

Tutti ci somigliamo di spalle.

Parte come una storia di confine Sin señas particulares, trasudante attualità, per giunta con un approccio che sembra non andare oltre la cronaca, la quale il fenomeno dell’immigrazione tende a trattarla in maniera bidimensionale, quale che sia la posizione a riguardo. Il cinema sudamericano dell’ultimo decennio ci ha tuttavia sorpreso, e l’ha fatto a più riprese; anche nel caso di questo lavoro di Fernanda Valadez si coglie un filo conduttore, si avvertono certe tensioni che accomunano più opere.

Una linea che forse va fatta risalire a Carlos Reygadas, contagiando più di recente non solo altri messicani come Amat Escalante, ma che, proprio negli ultimi anni, si è spostata anche altrove in quell’area geografica, dal guatemalteco Jayro Bustamante ai colombiani Ciro Guerra e Alejandro Landes, quest’ultimo regista di Monos, apprezzatissimo proprio lo scorso anno. Ma si potrebbero citare anche altri registi meno alla ribalta, come l’argentino Maximiliano Schonfeld del sottovalutato La helada negra, presentato a Berlino nella sezione Panorama cinque anni fa.

Sin señas particulares s’inserisce perciò entro una scia precisa, contraddistinta da un elemento: l’etnografia. Questo così come altri film, tra cui alcuni tra quelli diretti dai registi summenzionati, sono caratterizzati dal loro mappare un’intera regione a partire da miti e credenze che s’immaginano oramai sopiti ma che invece, al contrario, sono vivissimi, e non solo nell’immaginario di qualcuno.

La Valadez parte dalla vicenda di una madre che non si arrende all’idea che il proprio figlio sia rimasto ucciso nel tentativo di attraversare il confine verso gli Stati Uniti; allora parte alla ricerca del piccolo, scoprendo un po’ alla volta un giro raccapricciante dietro al fenomeno di coloro che tentano di lasciare il Messico, soprattutto in relazione a coloro che non ci riescono. Un’indagine in cui un certo tocco femminile fa capolino in scene apparentemente ininfluenti (anche se sappiamo che nulla davanti alla macchina da presa può essere ininfluente), tutte passanti per gesti e frasi della madre, semplici come il modo in cui conserva la foto del figlio, come si faceva un tempo con le cose preziose: avvolta su un panno, di volta in volta accuratamente tirata fuori, scoperta e poi riposta.

Tuttavia quella di Sin señas particulares non è un’inchiesta, sebbene s’intenda certamente porre all’attenzione la questione; fa quello che pressoché ogni storia del genere dovrebbe fare, partire dal dato umano, non importa se per poi restringerlo o ampliarlo. Il leitmotiv è la ricerca di questa madre; il quesito, invece, verte sulla presunta morte del giovane: sarà vero o falso?

La risposta a quest’ultima domanda, che alla fine arriva, è corroborante proprio perché inaspettata, quantomeno nelle implicazioni. Quel virare al thriller metafisico, dopo aver proceduto secondo canoni quasi neorealisti impreziosisce una storia che non in ogni sua singola componente risulta riuscita, malgrado il tutto sia girato parecchio bene ed in economia, con inquadrature precise, dialoghi ridotti e passaggi mai destabilizzanti. Proprio in rapporto a quest’ultima considerazione, la svolta di cui sopra, venata di soprannaturale, assesta a maggior ragione il giusto colpo.

Sin señas particulares, al di là di una forma che si sforza di essere quanto più impeccabile possibile, è peraltro onesto nell’accostarsi a questa delicata vicenda, prendendo in maniera intelligente le distanze da alcuna polarizzazione, elevando la portata di un argomento che, come già accennato, viene costantemente svilito da posizioni alle quali è preclusa a priori la comprensione. E chi lo sa che la Valadez, quantunque in maniera molto discreta, a mezza bocca quasi, non stia puntando il dito proprio dalla parte giusta.

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