Torino 2020, Wildfire, recensione del film di Cathy Brady

La riabilitazione di due sorelle, rimaste sole a combattere contro un passato insostenibile che le bracca ancora più dell’ambiente ostile che le circonda

La vicenda di Wildfire ruota attorno a un lutto, dunque a un doloroso, sofferto rapportarsi col passato. Sono questi i veri fantasmi, loro i catalizzatori di questa storia, che interessa un’intera regione sebbene si focalizzi, a ragion veduta, sulla parabola di due sorelle che hanno perso la madre in un tragico incidente quando ancora erano piccole.

Il macro della questione politica la regista Cathy Brady lo lascia sullo sfondo, a malapena evocato giusto per imprimere quel briciolo di sfondo, dare un senso della portata di certi eventi storici che si protraggono nel tempo; nello specifico la ferita delle divisioni in Irlanda, divisa in due, convinvenza messa ulteriormente a dura prova da quella Brexit che è come se avesse risvegliato un gigante dormiente. Ciò che è irrimediabilmente precluso ai libri di storia, e ancor più al nudo dato di certe sue pagine, sono appunto le ripercussioni sui singoli; fino a che punto un minimo spostamento possa abbattersi come un uragano sulle vite delle persone.

All’inizio di Wildfire Kelly torna a casa, nell’Irlanda del Nord, dopo un anno di assenza: tutto è molto vago, e così rimarrà specie in rapporto a dove la donna abbia trascorso gli ultimi dodici mesi. Quel che appare certo è il trauma che Kelly si porta dietro, consapevolezza confermata dalla reazione della sorella, Lauren, la cui espressione quando il marito va a trovarla a lavoro per comunicarle il ritorno di Kelly dice tutto. A quel punto si tratta di capire cosa le ha separate; e per “cosa” non va inteso l’accaduto in sé, verosimilmente la morte della madre, bensì l’impatto che tutto ciò ha avuto sulle due e come l’hanno affrontato.

Lo sviluppo di questa ricostruzione parte proprio dall’impellente necessità di colmare il gap: il tempo va avanti inesorabilmente, mentre a ciascuno rimane la possibilità di rinviare persino ad libitum la risoluzione di quei conflitti che non consentono lo step successivo, malgrado appunto il naturale scorrere degli anni dia l’illusione che qualcosa si stia davvero muovendo.

Nella pratica, l’intero svolgersi degli eventi consiste nel complesso oltre che inconsapevole tentativo da parte di Kelly di trascinare la sorella nel proprio di mondo, scenario inconcepibile per Lauren. Come mai? L’escamotage è semplice: Kelly ha avuto bisogno di allontanarsi, prendere le dovute distanze da una cittadina, con relativi abitanti, la cui indolenza non avrebbe permesso in nessun caso di vedere sul serio. Vedere chi o cosa abbia propiziato quell’esito tragico, la morte di una donna che eppure amava le proprie figlie.

Se la fatica che si avverte è minore di quanto il testo dia adito a pensare, credo sia dovuto per lo più alla capacità di tutti gli attori, non solo le due protagoniste, di convogliare il giusto grado di verosimiglianza; Lauren e Kelly sono entrambe fragili, eppure non possono contare su nessuno se non loro stesse. Unite non tanto dai ricordi in sé ma dalle sensazioni che si manifestano, violente, a fronte di certe rievocazioni, da questo elemento traggono la linfa giusta per potersi lentamente emancipare da un’atmosfera pesante, intollerabile.

Per esempio, l’ostilità dell’ambiente emerge più perché riferito, anziché essere quella costante che aleggia e ci pervade, come senz’altro avviene per le protagoniste. In questo alla Brady manca il tocco opportuno, quel quid che le consenta di elevare il suo argomentare ad un livello ulteriore, più congeniale ad una parabola che a un certo punto contempla in sé i semi dell’horror. Il clima invece, ancorché greve, resta sempre un po’ sbiadito, a tutto svantaggio non solo del processo che si sta consumando internamente a ciascuna delle due protagoniste, specie di Lauren, ma anche in relazione a come evolve la loro relazione.

Per questa ragione una delle scene per certi versi centrale, ossia la danza che le due improvvisano in pista, quasi fosse una performance contemporanea, permeata di una tangibile forza sessuale, risulta staccata dal resto. E non tanto perché quello, sì, è il loro momento, il culmine di una risalita a quel punto consumatasi, ma perché finisce per depotenziare sia ciò che l’ha preceduta che, in misura per forza di cose maggiore, quanto segue.

Ci sono passaggi di encomiabile delicatezza, tutti aventi al centro Kelly, il personaggio interpretato da Nika McGuigan, venuta meno a luglio dello scorso anno. Il suo spaesamento è quasi sempre credibile, ed in alcuni momenti colpisce questa sorta di regressione a uno stato infantile senza il quale la verità al cuore di Wildfire sarebbe rimasta una chimera inafferrabile.

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