
Freaks (lo potete vedere qui) è un film raro, e non solo per l’evidente (sebbene oggi parziale) assenza dai canali distributivi. E’ un film raro perché nasce da un’idea geniale del grande Tod Browning, uno degli artigiani più bravi della nostra amata arte: portare sullo schermo veri freaks non nascondendo i loro difetti, mostrare la loro mostruosità per costruire una favola dark, un horror che scioccasse la morale del tempo (ci troviamo negli anni ‘30). Il film costò caro a Browning in termini di stress psicofisico e di reputazione. Ma gli ha anche permesso in entrare nel novero dei registi culto, ancor più che il suo capolavoro Dracula con Bela Lugosi.
Carla - Cineblog
12 gen 2009 - 13:19 - #1un assoluto capolavoro.
dogma
12 gen 2009 - 13:28 - #2un film notevole .. l’ho rivisto con piace poco tempo fa ..
e quello che soprende sempre è l’elevata qualità artistica di questi lavori a scapito della pochezza dei mezzi ..
mi fa sorridere vedere film recenti .. ricchi di effettoni che in sostanza non lasciano nulla allo spettatore .. mentre questi “piccoli capolavori” resisteranno per sempre!!!
Ero-Sennin
12 gen 2009 - 13:48 - #3O_O
bellissimo sìsì
consiglio il romanzo di lansdale ‘freddo nell’anima’, dove ho ritrovato tante cose di questo film.. non solo a livello citazionistico
soloparolesparse
12 gen 2009 - 13:54 - #4Una delle basi della storia del cinema (e dell’horror suo malgrado)
begius
12 gen 2009 - 14:10 - #5film S U P E R L A T I V O
Midnighter
12 gen 2009 - 14:40 - #6Se non mi sbaglio Freaks è totalmente libero da copyright al giorno d’oggi (e questo è probabilmente uno dei motivi dell’assenza dai canali distributivi: non ha un padrone).
Penso che volendo potreste anche mettere tutto il film in streaming su questo sito.
Andrea9002
12 gen 2009 - 15:21 - #7Peccato che la censura degli anni ‘30 lo abbia accettato (con l’accetta) riducendolo ad un mediometraggio di circa 62 minuti, eliminando quasi totalmente le scene finali della vendetta dei freaks.
Inutile sprecare parole, da vedere ASSOLUTAMENTE!
Mauro Lanari
13 ott 2009 - 09:57 - #8Anche nei documentari esiste inevitabilmente l’apporto manipolatorio del regista, ma se costui si limita a riprendere fatti veri, il proprio intervento resta confinato alla selezione delle scene e al montaggio audiovisivo. In “Paese del silenzio e dell’oscurità” (1971) Herzog non oltrepassa tale soglia, cosicché il dramma a cui ci fa assistere possiede il massimo grado di verosimiglianza, anzi la sua azione autoriale lo amplifica sino all’iperrealismo. Il Van Sant di “Elephant” e ancor più l’Iñárritu di “11 settembre 2001” si distaccano da una banale candid camera adottando una strategia analoga. Con Van Sant i personaggi sono attori che recitano, ma solo per cause di forza maggiore: infatti i protagonisti della vicenda sono morti. Altrimenti è in casi simili che veniamo resi testimoni della tragedia esistenziale col miglior approccio registico possibile. Invece già il Lynch di “The Elephant Man” è di molto inferiore: la storia inscenata è davvero accaduta, ma stavolta non c’è soltanto il problema d’un attore che rimpiazza il protagonista morto; è avvertibile la voglia di narrare e raccontare, dunque d’aggiungere cospicui elementi soggettivi come se la disgrazia concreta esigesse chissà quale rinforzo drammaturgico. Infine “Freaks”: le gravi deformità fisiche riprese da Browning sono reali, tuttavia i suoi personaggi non sono poi granché malridotti se si mostrano capaci di seguire un copione impostogli dal regista, cioè se sono in grado di recitare. Lo stesso problema è presente pure in Herzog, da “Anche i nani hanno cominciato da piccoli” (1970) fino a tutti i grandi e deraglianti attori che costellano la sua filmografia a soggetto, finzionale, artificiale, artificiosa e artefatta. Questo sovrappiù provoca di fatto un depotenziamento della realtà così com’è, brutale già di suo. E ciò rincuora lo spettatore, lo tranquillizza, lo rassicura e rasserena: gli elementi fantasiosi sono tutti indici d’un mondo alla resa dei conti rappresentato e percepito come sopportabile e vivibilissimo. L’estetizzazione artistica anestetizza la facoltà critica del pubblico.