Nella Valle di Elah (In the Valley of Elah, USA, 2007) di Paul Haggis; con Tommy Lee Jones, Charlize Theron, Susan Sarandon, Jason Patric, James Franco.
Non si mettono mai le bandiere al contrario: è segno che la nazione rappresentata sta chiedendo aiuto. E per Hank Deerfield, un veterano ormai in pensione, fiero di essere americano e di essersi battuto per la propria patria, è normale rimetterla a posto e farla sventolare fieramente dritta, in tutta la sua bellezza. C’è un’altra cosa per cui l’uomo è orgoglioso, ed è il figlio, che ora si trova in Iraq e segue le sue orme. Ma a volte trovare la verità è più facile che accettarla.
Ed è questo che accadrà nella vita di Hank Deerfield: da quando verrà a sapere della morte del figlio in condizioni misteriose, e deciderà di conseguenza di indagare, una serie di atroci verità e inquietanti fatti gli apriranno gli occhi per sempre. Punta in alto, Paul Haggis, con il suo Nella Valle di Elah. Dopo un manifesto corale anti-razzista, diviso tra disillusione e speranza come Crash, che ha alle spalle l’Oscar ma non ha convinto tutti, il bravissimo sceneggiatore di Clint Eastwood gira un film fortemente umano e politico.
L’inizio è preoccupante: un insieme di bandiere americane -non a caso-, frasi razzistelle, momenti patriottici. Si storce il naso. Ma è tutto calcolato, perchè il fine di Haggis è di rovesciare questa America. Quell’America che manda i suoi soldati orgogliosamente in Iraq, facendo loro credere che l’ideale in questo caso è l’unica cosa da seguire, mentre vanno al macello, verso l’orrore. Non un film di guerra o sulla guerra, evidentemente, ma di profonda denuncia. La “parabola” di Hank Deerfield (un ottimo Tommy Lee Jones, rugoso e impeccabile), accompagnato dalla detective di polizia Emily Sanders (Charlize Theron), non si tira indietro nel mostrare orrori e inquietudini, a svelare misteri che tali non sono, ma oggi come oggi tutto questo non può fare che bene all’America stessa (non a caso molti hanno odiato il film).
Nella Valle di Elah è un film che fa male, che commuove, e Paul Haggis, che sicuramente alla regia non è Eastwood, ci si avvicina sempre più pian piano come poetica cinematografica. Il suo cinema è classico, il suo rigore stilistico sempre più convincente, la sua idea di umanità condivisibile. Il film è pervaso da un alone di mistero intrigante e preoccupante, e coinvolge lo spettatore. E in mezzo ci sono toccanti momenti di disperazione, come la telefonata tra Tommy Lee Jones e la moglie Susan Sarandon, che dopo la morte di due figli ha il cuore spezzato e gli occhi pieni di lacrime: Haggis riesce ad amministrare la materia che ha in modo ottimo, tanto da colpire lo spettatore con un climax emozionale sempre ascendente.
Nella Valle di Elah farà discutere, come ha fatto a Venezia -e questo è uno dei suoi fini-, dov’era in concorso e non ha vinto nessun premio ufficiale. Tanto il messaggio finale, grazie ad un’inquadratura finale splendida che incrina il cuore, è chiaro e palese, pacifista e doloroso. Quell’inquadratura, che non vale la pena rivelare come hanno fatto la maggioranza delle recensioni in giro per la rete e sui giornali, sta lì ad urlare. Per non vedere mai più Davide scendere nella valle di Elah per combattere contro Golia.
Voto Gabriele: 8
Voto Agata: 8
cineblog
24 nov 2007 - 18:23 - #1[…] Charlize Theron (24) […]
cineblog
26 nov 2007 - 00:18 - #2[…] […]
mauro-lanari
06 feb 2010 - 13:02 - #3“Nella valle di Elah” la Sarandon frigna poiché la guerra le ha ammazzato i due figli. Mammina mia farcita di delirio d’onnipotenza, credevi forse d’aver procreato degl’immortali o una prole di cui avresti potuto decidere tu le modalità d’estinzione? Tzk. Lacrime di coccodrillo, la filmografia della Sarandon inizia e finisce con questo ruolo. La guerra ha principio da fecondazione e concepimento. “Così ogni giorno Golia scendeva nella valle per sfidare qualcuno, chiunque, ma nessuno se la sentiva, finché un giorno arrivò Davide e disse: combatto io contro di lui, allora il re fece indossare a Davide la sua armatura, ma era così grande…” “Perché l’ha lasciato combattere contro un gigante? Era solo un bambino…” “Non lo so tesoro…” Còre de mamma, la “struggle for life” non comincia da bambini ma sin dallo zigote stesso, e crepare in battaglia o con almeno 42 coltellate fino all’osso è con assoluta certezza meno doloroso di un’infinità d’agonie e calvari, ospedalieri e non. D’altronde firma Haggis, passato alla storia col suo film precedente, l’opera d’esordio “Crash – Contatto fisico” del 2004, che si pone sulla linea di “Magnolia” (P.T. Anderson, 1999) e “American Beauty” (Mendes, sempre 1999), dunque fra i principali esponenti dell’attuale e ormai decennale ondata di cinepolpettoni, anche eufemisticamente definiti film a mosaico: un delirante arzigogolamento narrativo per spacciare come prospettiva corale una miserabile carenza di contenuti, il sottovuoto spinto, la superficialità e il qualunquismo nell’affrontare ogni seria problematica esistenzialista. Qui, invece, Haggis ottiene il medesimo effetto usando la strategia diametralmente opposta, un minimalismo che esalta ogni singolo particolare. Ma permutando i fattori il risultato non cambia.