Il treno dei bambini, recensione: una storia di resilienza e speranza narrata dal punto di vista di donne e bambini (disponibile su Netflix)
Recensione, colonna sonora e tutto quello che c’è da sapere su “Il treno dei bambini”, il dramma di Francesca Comencini con Stefano Accorsi, Serena Rossi, Barbara Ronchi e Christian Cervone.
E’ disponibile su Netflix Il treno dei bambini, film basato sull’omonimo libro di Viola Ardone che ci racconta una storia dimenticata del nostro dopoguerra, per la regia di Francesca Comencini e le interpretazioni di Barbara Ronchi, Serena Rossi e Stefano Accorsi.
1946. Amerigo ha sette anni e non si è mai allontanato da Napoli e da sua madre Antonietta. Il suo mondo, fatto di strada e povertà, però sta per cambiare. A bordo di uno dei “treni della felicità” passerà l’inverno al nord, dove una giovane donna, Derna, lo accoglierà e si prenderà cura di lui. Accanto a lei Amerigo acquista una consapevolezza che lo porta ad una scelta dolorosa che cambierà per sempre la sua vita. Gli serviranno molti anni per scoprire la verità: chi ti ama non ti trattiene, ma ti lascia andare. Dal bestseller di Viola Ardone un film epico e struggente. Un viaggio attraverso la miseria, ma anche la generosità dell’Italia del dopoguerra, vista dagli occhi di un bambino diviso tra due madri.
Il treno dei bambini – La recensione del film

Dopo il toccante C’è ancora domani di Paola Cortellesi girato in un coraggioso bianco e nero, con la violenza sulle donne che diventa allegoria di un’Italia patriarcale, arriva Il treno dei bambini di Cristina Comencini, un film che in qualche modo prova a riappropriarsi di un cinema italiano che non esiste più, se non per suggestioni. Comencini ci narra della guerra e le conseguenze di tanta follia distruttiva attraverso gli occhi di donne e bambini, madri e figli, che nell’immediato dopoguerra affrontano miseria, ignoranza, pregiudizio, ma anche la solidarietà e la voglia di cambiare di un’Italia resiliente, che ha gli occhi e il cuore di donne che lottano e di madri impegnate a sopravvivere.
“Il treno dei bambini” racconta di due madri, di due modi in cui l’istinto materno si manifesta, quello disperato e possessivo della forte e passionale Antonietta di Serena Rossi e quello “ritroso”, ma non meno potente, della militante Dema di Barbara Ronchi. Sarà attraverso questi due amori diversi, ma in qualche modo complementari e capaci di generosi slanci d’affetto, che cambierà la sorte di uno di quei tanti bambini che sono diventati loro malgrado parte della storia. Saranno queste due madri a creare un nuovo percorso di vita: dall’Amerigo bambino combattuto del bravissimo Christian Cervone all’Amerigo adulto musicista affermato di Stefano Accorsi, un percorso intrapreso grazie al silenzioso e struggente sacrificio di mamma Antonietta e alla ritrovata capacità d’amare di mamma Dema.
Cristina Comencini con questo spaccato di un’Italia che fu ci ricorda chi siamo, da dove veniamo, ma soprattutto quello che abbiamo perso lungo la strada mentre viviamo la guerra come se fosse cosa altrui e le sofferenze che ne derivano al pari di una veloce scorsa sul cellulare in cerca di news tra un video di cucina e l’ultima schermaglia politica.
Note di regia

Il libro “Il treno dei bambini” di Viola Ardone ha rivelato a molti una storia dimenticata del nostro dopoguerra. Decine di migliaia di bambini poverissimi di Napoli, ma anche di altre città del centro sud, furono accolti da famiglie contadine emiliane. Un viaggio epico, organizzato dall’Unione Donne Italiane, che racconta un’Italia impegnata nello slancio solidale. Allo stesso tempo il libro narra, attraverso la storia del bambino Amerigo e delle sue due madri, le fratture nella vita dei singoli che restano insanabili dopo le guerre. Il tema delle due madri, tutte e due imperfette, mi pare inoltre di grande importanza oggi che per la prima volta riflettiamo in modo nuovo sulla natura dell’amore materno. Sono sempre stata interessata alle storie personali che si svolgono in una Storia più grande. Qui mi è sembrato inoltre di raccontare una vicenda passata ma attualissima: il biennio 1945-1947, in cui si organizzarono i treni dei bambini, è un periodo in cui sembrava possibile un Paese unito [Cristina Comencini]
I treni della felicità – La storia vera dietro il film

- Alla fine della Seconda guerra mondiale, in un’Italia devastata dal conflitto, un gruppo di donne si impegnò attivamente per dare un futuro a migliaia di bambini in condizioni di povertà. Sembra una favola ma è una storia vera, da (ri)scoprire, una storia italiana di solidarietà e speranza. Tra il 1945 e il 1952, circa 70mila bambini tra i sei e i dodici anni, figli di un Sud sofferente e affamato, vennero accolti da famiglie del Nord Italia per sfuggire alla miseria e immaginare un futuro migliore. Provenivano da famiglie povere di Roma, Cassino e Napoli, della Ciociaria e della Puglia e partirono per raggiungere una cinquantina di comuni scelti, soprattutto in Emilia Romagna: grazie all’iniziativa dell’Unione donne italiane (Udi) del Pci salirono sui cosiddetti “treni della felicità” per raggiungere altre famiglie, altre madri pronte ad accoglierli e a crescerli come figli, a sfamarli, a mandarli a scuola, ad amarli per tutto il tempo necessario
- Il primo convoglio partì da Roma, Stazione Termini, il 19 gennaio del ’46.
- A chiamarli “treni della felicità” fu il sindaco di Modena; a lanciare l’iniziativa furono le donne della neonata Udi, a partire dall’idea di solidarietà laica che animava Teresa Noce, battagliera dirigente comunista e partigiana da poco rientrata dal campo di sterminio di Ravensbrük.
La risposta fu al di là di ogni legittima speranza – tanto generosa che si decise di estenderla e radicarla nel Mezzogiorno (…) Solo nei due inverni immediatamente successivi alla fine del conflitto, migliaia di bambini lasciarono le loro famiglie per essere ospitati da altrettante famiglie contadine, nei paesi del reggiano, del modenese, del bolognese. Lì vennero rivestiti, mandati a scuola, curati», in cambio di niente, grazie anche all’appoggio del Pci, dei Cln locali, delle sezioni Anpi, delle amministrazioni e della popolazione in genere. Un numero sorprendente, in tutto 70mila. [Estratto della prefazione di Miriam Mafai al libro dell’antropologo Giovanni Rinaldi “I treni della felicità” edito da Ediesse]
“Andate in Alta Italia? Attenti, che quando arrivate i comunisti vi trasformano in sapone!” Allora spaventata dissi: “Io non ci vado più.” Mio fratello e mia sorella invece, che erano più piccolini, dicevano: “Andiamo, andiamo col treno! Non l’abbiamo mai preso il treno”, Luigina, 13 anni, Lazio.
“Mi sembrava di essere in una favola, dentro quel treno. Vedevo tutti queste luci nel mare che rispecchiavano, e io non potevo riuscire a capire che cos’erano, perché non avevo mai sentito che c’era il mare”, Erminia, 7 anni, Puglia.
- L’associazione Unione Donne in Italia (UDI), originariamente denominata Unione Donne Italiane, si costituisce in seguito alla fusione tra i Gruppi di difesa della donna e per l’assistenza ai combattenti per la libertà (GDD), nati nell’autunno 1943, ed il Comitato d’iniziativa provvisorio dell’Unione Donne Italiane, attivo nell’Italia centro-meridionale dal 15 settembre 1944. I Gruppi di difesa della donna, nati a Milano per iniziativa di Lina Fibbi (Partito Comunista Italiano), Pina Palumbo (Partito Socialista Italiano) e Ada Gobetti (Partito d’Azione) con l’obiettivo di contribuire alla lotta di liberazione nazionale e all’opera di ricostruzione di un paese democratico in cui le donne potessero vedere riconosciuti i propri diritti, si diffusero rapidamente in tutta l’Italia del Nord occupata dai tedeschi, ottenendo nell’estate del 1944 il riconoscimento ufficiale da parte del Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia. A sua volta, la costituzione del Comitato era stata preceduta dall’uscita a Napoli, nel giugno 1944, del primo numero del giornale «Noi Donne», strumento di riflessione teorica sulla condizione femminile e sulle modalità di elaborazione dei contenuti di una politica femminile.
“Pasta nera” – Il documentario di Alessandro Piva

“Bisognava andare a cercare i bambini nelle borgate, fare l’elenco con tutti i nomi, raccogliere i certificati medici per verificare che non fossero affetti da malattie e organizzare il trasporto da Cassino, da Napoli, da Roma, fino all’Emilia, in quesi paesi mitici dove, si diceva, si mangiava ancora il salame, la mortadella – racconta Miriam Mafai, tra le donne impegnate in questa impresa -. Questi bambini non avevano mai messo piede su un treno. Pensate all’emozione che provarono”. Mesi, a volte anni trascorsi in altri luoghi, con altre mamme e altri fratelli. Una vita nuova, il sapore buono dei tortellini, del pane caldo, di un futuro possibile. Alcuni di quei bambini infine tornano al Sud, altri rimasero a vivere nelle famiglie che li avevano adottati. [Estratto del documentario “Pasta nera” con intervista allo storico Giovanni Rinaldi autore del libro “I treni della felicità. Storie di bambini in viaggio tra due Italie”]
Trailer del documentario “Pasta Nera” di Alessandro Piva
Tra il 1945 e il 1952 più di 100.000 bambini del Sud più svantaggiato furono ospitati temporaneamente da famiglie del Centro-Nord. Quei bambini presero in quegli anni il primo treno della loro vita, per lasciarsi alle spalle la povertà e le macerie del dopoguerra e vivere un’esperienza che non avrebbero mai più dimenticato. Pasta Nera riporta alla luce uno dei migliori esempi di solidarietà e spirito unitario nella storia del nostro Paese.
I libri da leggere sull’argomento

“Il treno dei bambini” di Viola Ardone
È il 1946 quando Amerigo lascia il suo rione di Napoli e sale su un treno. Assieme a migliaia di altri bambini meridionali attraverserà l’intera penisola e trascorrerà alcuni mesi in una famiglia del Nord; un’iniziativa del Partito comunista per strappare i piccoli alla miseria dopo l’ultimo conflitto. Con lo stupore dei suoi sette anni e il piglio furbo di un bambino dei vicoli, Amerigo ci mostra un’Italia che si rialza dalla guerra come se la vedessimo per la prima volta. E ci affida la storia commovente di una separazione. Quel dolore originario cui non ci si può sottrarre, perché non c’è altro modo per crescere.
Il libro di Viola Ardone è disponibile su Amazon.
“Tre in tutto” di Davide Cali
Una storia fantastica. Una storia vera. La storia di circa settantamila bambini del sud Italia che, finiti il fascismo e la guerra, salirono sui “treni della felicità” per raggiungere, al nord, famiglie di contadini, operai, impiegati che li salvarono da un destino di fame, povertà, malattia. È un bambino a raccontare: la guerra attraverso i boati delle bombe e il fischio delle sirene; la fame; il primo, lunghissimo, viaggio in treno; i canti partigiani e l’incanto del mare e della neve visti per la prima volta. La disperazione per la separazione dal fratello. “E poi, tante signore gentili”. Lo stupore per i due pasti al giorno. Il calore di queste “altre mamme” e le lacrime per la separazione al ritorno a casa, al sud. La gratitudine e l’amore. Fino ad oggi.
Il libro di Davide Cali è disponibile su Amazon.
“C’ero anch’io su quel treno. La vera storia dei bambini che unirono l’Italia” di Giovanni Rinaldi
«I bambini affamati erano tanti. Cominciava il tempo umido e freddo e non c’era carbone. I casi pietosi erano molti, moltissimi. Bambini che dormivano in casse di segatura per avere meno freddo, senza lenzuola e senza coperte. Bambini rimasti soli o con parenti anziani che non avevano la forza e i mezzi per curarsi di loro.» Così scrisse Teresa Noce, dirigente dell’Udi, Unione donne italiane, che fu l’anima del grande sforzo collettivo avviato all’indomani della Seconda guerra mondiale per salvare i piccoli del Sud condannati dalla povertà. Li accolsero famiglie del Centro-Nord, spesso a loro volta povere ma disposte a ospitarli per qualche mese e dividere quel che c’era. Un’incredibile espressione di solidarietà che richiese un intenso lavoro logistico, con il coinvolgimento di medici e insegnanti. E che non fu priva di ostacoli, tra cui la diffidenza della Chiesa timorosa dell’indottrinamento filosovietico, con qualche parroco che avvertiva: «Se andate in Romagna i bimbi li ammazzano, se li mangiano al forno». Giovanni Rinaldi raccoglie queste storie da oltre vent’anni: partendo dalla sua terra, il Tavoliere delle Puglie, ha viaggiato in ogni regione d’Italia parlando con tanti ex bambini dei «treni della felicità». Franco che non aveva mai dormito in un letto pulito. Severino che non era mai andato in vacanza al mare. Dante che non sapeva cosa fosse una brioche. Rosanna che non voleva più togliere l’abito verde ricevuto in regalo, il primo con cui si sentiva bella. Con le loro voci e un’accurata ricostruzione storica disegna un mosaico di testimonianze di prima mano, divertenti e commoventi: il ritratto di un’Italia popolare eppure profondamente nobile.
Il libro di Giovanni Rinaldi è disponibile su Amazon.
Il treno dei bambini – La colonna sonora del film

Le musiche originali del film sono del pianista, direttore d’orchestra e compositore premio Oscar Nicola Piovani (La vita è bella, Il marchese del Grillo, La messa è finita, Pinocchio di Benigni, Hammamet, I fratelli De Filippo, regia di Sergio Rubini, Leonora addio, Manodopera, I limoni d’inverno).
L’incantevole voce di Serena Rossi, la colonna sonora del Maestro Piovani e il talento della Jouniorchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma hanno riempito di emozione la première de “Il treno dei bambini” alla Festa del cinema di Roma 2024. Un’esibizione dedicata all’amore più grande che esiste: quello tra una madre e suo figlio.
La proiezione, in sala Sinopoli all’Auditorium Parco della Musica, è stata introdotta da un emozionante concerto a sorpresa. Nel video Serena Rossi, canta “Uocchie C’arraggiunate”, celebre canzone di Roberto Murolo presente anche nel film.
Altri brani inclusi nella colonna sonora: “Un Giorno Capirai” di Franco Cipriani / “Rosamunda” di Skoda Lasky / “Mazurka” di Augusto Migliavacca