La vita va così, recensione: la forza della resistenza e il bisogno di ritrovare il coraggio di opporsi nel nuovo film di Riccardo Milani
La terra come identità è al centro di La vita va così, il film che ha inaugurato la Festa del Cinema di Roma 2025: un viaggio antropologico in un territorio che si fa racconto di un pezzo d’Italia.
Uscita in sala il 23 ottobre, presentata in anteprima alla 20ª Festa del Cinema di Roma, la nuova opera di Riccardo Milani, La vita va così, sceglie la strada più impervia: raccontare un “no” testardo e gentile, la resistenza di un uomo qualunque contro la seduzione del denaro e la tentazione del compromesso. È un film che è prima di tutto la (ri)scoperta di una storia realmente accaduta e che ci arriva nel momento giusto, quando la parola progresso viene spesso brandita come clava. E ci ricorda che, a volte, decidere di non muoversi, di impuntarsi, è il gesto più radicale.
La vita va così: il NO che ha salvato una parte di Sardegna

Sul finire del 1999 nel Sulcis, un grande gruppo immobiliare punta a costruire un resort su una spiaggia incontaminata. L’anziano pastore Efisio Mulas è l’unico proprietario che non cede la sua casa e il suo terreno, attorno a lui il paese si divide tra la promessa di nuovi posti di lavoro e il timore di perdere per sempre paesaggio e identità. Francesca (Virginia Raffaele), sua figlia, è l’unica che cerca di stargli accanto per capire cosa sia giusto fare. Dalla città arriva Giacomo (Diego Abatantuono), imprenditore pragmatico, affiancato da un capo cantiere incaricato di “ammorbidire” il rifiuto (Aldo Baglio).
La contesa si sposta dalle offerte private – altissime – agli atti pubblici e vagamente intimidatori: incontri, assemblee cittadine, carte bollate. Il regista segue i volti e i silenzi che, a chi sa ascoltare, parlano più di tante parole, lasciando emergere la lingua e i gesti di una comunità chiamata a decidere cosa è negoziabile e cosa no.
Una storia di resistenza nel momento giusto
C’è qualcosa di profondamente contemporaneo nella parabola di Efisio Mulas, pastore del Sud Sardegna che diventa, suo malgrado, l’ultimo baluardo contro la trasformazione di una costa incontaminata in un resort di lusso. Milani ambienta l’incipit alla soglia del 2000, ma il conflitto tra necessità di lavoro e rispetto del territorio è di oggi, di domani, di sempre.
L’autore lo ha detto con chiarezza: il suo cinema prova a mettere in dialogo punti di vista diversi, “cercando un punto di incontro“, e qui quel punto non è la resa, bensì l’accettazione del conflitto come dato reale delle nostre comunità. La resistenza di Efisio (Giuseppe Ignazio Loi) non è eroica in senso epico, ma è una solitudine tenace, la difesa di un’idea semplice – la casa, la terra, la memoria – contro la logica della sostituibilità.
Dal Sulcis a tutta Italia: identità, lavoro, comunità

Nel racconto Milani evita la comfort zone della favola edificante. La comunità si spacca, e non per cattiveria: la promessa di posti di lavoro è una parola potente, specie dove il lavoro scarseggia. La sceneggiatura, scritta con Michele Astori, insiste su un nodo che l’autore frequenta da anni: come si convive con l’idea di progresso senza sacrificare il paesaggio, le radici, i ritmi di un territorio?
Qui non c’è un lieto vivere preindustriale opposto in blocco al “cattivo” sviluppo. C’è piuttosto la rappresentazione di un’Italia periferica che cerca dignità, e nel farlo rischia di smarrire la propria identità. È in questo cortocircuito che il film acquista una prospettiva universale. La storia di un pastore del Sulcis parla alla pianura padana, ai borghi appenninici, alle coste iper-turistiche, a qualunque luogo messo all’angolo dalla fretta.
Perché la protagonista di La vita va così è Virginia Raffaele e non Geppi Cucciari (e va bene)
A incarnare questa frattura sono i volti di un cast che si muove a suo agio. Virginia Raffaele, già vista in Un mondo a parte, torna in un registro più asciutto, meno brillante, dando a Francesca – la figlia di Efisio – il corpo di una donna che oscilla: ama la sua terra, ma sa che il futuro chiede risposte concrete. È il simbolo di una nuova generazione che vorrebbe rimanere ma troppo spesso è costretta a partire, e se rimane lo fa con grandi rinunce. Come nel caso del film precedente ambientato in Abruzzo, Raffaele si misura con una lingua non sua che padroneggia nonostante tutto. E che lo stesso, sardissimo, Giuseppe Ignazio Loi elogia in conferenza. D’altronde il film è costellato da attori – professionisti e non – sardi, che sono il vero cuore del film, capaci di immergerci a fondo nella storia e di renderci partecipi.
Diego Abatantuono, dal canto suo, è un imprenditore lombardo molto riflessivo, nonostante le scelte che fa: nel suo osservare fuori dalla finestra un mondo che cambia c’è tutta la staticità di chi si rende conto troppo tardi. La sua è una maschera contemporanea del “tutto ha un prezzo”. La ragione fredda del capitale, convincente quando promette benessere, inquietante quando riduce ogni cosa a cifra. Accanto a loro, Aldo Baglio veste i panni del capo cantiere, mediatore di professione. Parte “incendiario e fiero” (direbbe Rino Gaetano) come funzionario del progetto, ma si concede scarti di umanità che lo avvicinano allo spettatore – e a Francesca.

La messa in scena cambia marcia spessore quando entra in scena il tribunale, la giustizia. La domanda che sorge spontanea è: se nel cast c’è Geppi Cucciari perché affidare la protagonista a una non sarda come Virginia Raffaele? La risposta la dà lo stesso Riccardo Milani in conferenza stampa, e a noi piace. Affidare a Cucciari il ruolo di una giudice cresciuta in quei luoghi e affermatasi poi nel continente è la chiusura, potente, di un cerchio.
La vita va così, un nuovo tassello nel cinema sociale di Riccardo Milani
È Diego Abatantuono a dare la definizione più precisa, quando afferma che “la commedia è la vita di tutti i giorni, qui c’è anche un po’ di neorealismo con un De niro in miniatura” (Giuseppe Ignazio Loi, ndr). Il regista di Come un gatto in tangenziale porta avanti il suo “esperimento sociale” con la consueta onestà. Mescolare attori professionisti e non, lasciare entrare la comunità nel set, cercare – parole sue – “di parlare anche a chi non la pensa come me“. In questo approccio c’è l’idea di un cinema che non predica dall’alto, ma prova a fare piazza. Che mette le persone intorno a un tema e chiede di confrontarsi. È anche qui che la risata – poche, ben piazzate – vale più di un monologo. Vale la pena soprattutto per una domanda che resta appesa ai titoli di coda: quanto costa davvero, a ciascuno di noi, dire no?