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Gaza e il cinema italiano: quella coscienza che non si può più zittire

Da The Voice of Hind Rajab a Michele Riondino, da Anna Foglietta alle polemiche sui premi: la Mostra del Cinema di Venezia 2025 diventa riflessione su Gaza e sulla responsabilità del cinema

12 Settembre 2025 13:24

C’è un’immagine di questa Venezia 2025 appena conclusa che resta impressa più di tutte le altre: la regista Kaouther Ben Hania, in lacrime, che dedica il suo film The voice of Hind Rajab a chi a Gaza ogni giorno rischia la vita per salvarne altre. “Nessuno potrà ridare quello che è stato rubato, ma il cinema può conservare la sua voce. La sua storia è tragicamente la storia di un popolo che sta subendo un genocidio dal regime israeliano. Liberiamo la Palestina”, ha detto davanti a una sala in standing ovation da 24 minuti.

La sensazione è che a Venezia, quest’anno, il mondo dello spettacolo abbia deciso – finalmente – di guardare in faccia la realtà facendo fronte comune. E la realtà è che a Gaza si continua a morire: bambini, famiglie intere, ospedali distrutti, giornalisti uccisi. La realtà è che nelle ultime 48 ore ben due barche della Global Sumud Flotilla, con a bordo volontari e aiuti umanitari, sono state attaccate da droni israeliani nel porto della Tunisia. La realtà è che a Doha (Qatar) le bombe israeliane hanno fatto tremare un’intera città, allargando un conflitto che ormai non conosce confini né diritti internazionali.

E allora quelle parole dette davanti a una platea gremita sono risuonate come uno sparo nella notte. Il genocidio del popolo palestinese è entrato in Laguna insinuandosi tra riflettori e red carpet e gli attori italiani – non tutti, ma molti – hanno scelto di dargli voce.

Venezia 2025 per Gaza: le parole di Riondino e la piazza degli artisti

Michele Riondino è stato uno dei primi a farlo senza esitazioni e senza fraintendimenti. Arrivato al Lido per presentare l’horror d’autore La valle dei sorrisi, di cui è uno dei protagonisti, ha dichiarato che “la Mostra è un’occasione per ricordare, sotto i riflettori, chi ogni giorno rischia di morire”. Ma anche che “dall’altra parte del nostro mare c’è qualcuno che si sta svegliando e sta per morire. È nostro dovere farlo, anche davanti alle telecamere”.

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Venezia 2025, Gaza e il cinema italiano: quella coscienza che non si può più zittire

E se i gesti valgono più di mille parole, Riondino era tra i 10.000 partecipanti al corteo per Gaza che in quei giorni ha riempito le vie del Lido. Con lui anche la madrina della kermesse Emanuela Fanelli – che così ha messo a tacere le polemiche sulle sue parole di apertura -, Tecla Insolia, Benedetta Porcaroli, Zerocalcare, Donatella Finocchiaro, Ottavia Piccolo, Valentina Bellè e molti, moltissimi altri.

Da settimane il collettivo Venice4Palestine aveva preparato il terreno: prima dell’inizio del festival una lettera aperta, firmata da oltre 1500 professionisti del cinema (tra cui i registi Matteo Garrone e Marco Bellocchio, ma anche Jasmine Trinca e Carlo Verdone), chiedeva alla Biennale una condanna “chiara e inequivocabile” del “genocidio in atto a Gaza”. In quell’appello si chiedeva persino di ritirare l’invito agli attori hollywoodiani Gerard Butler e Gal Gadot – aperti sostenitori dell’offensiva israeliana -, richiesta che ha scatenato non poche polemiche e discussioni.

L’affaire Anna Foglietta e l’ “orchestrina del Titanic” di Toni Servillo

All’atto pratico, nessuno dei due si è visto a Venezia, mentre sul tappeto rosso hanno sfilato tanti simboli a sostegno della Palestina. Se dovessimo scegliere il momento più rappresentativo, non potrebbe che essere quello che ha visto coinvolta Anna Foglietta. Arrivata in barca all’Hotel Excelsior insieme alla street artist Laika, l’attrice è stata fermata e identificata dai Carabinieri. La sua “colpa”? Aver sventolato davanti a centinaia di fotografi la bandiera palestinese (poi sequestrata).

Poco male, si è “rifatta” sfilando sul red carpet con kefiah ben in vista, come fatto anche dal collega Fabio Testi. Insomma, il cinema italiano ha fatto sentire la propria posizione: “Senza se e senza ma contro Netanyahu”, come ha sintetizzato Riondino.

Poi c’è stato Toni Servillo. Premiato con la Coppa Volpi per La Grazia, di Paolo Sorrentino, l’attore napoletano avrebbe potuto limitarsi a ringraziare. Invece nel suo discorso ha espresso “ammirazione per coloro che hanno deciso di mettersi in mare con coraggio” per “portare un segno di umanità in una terra dove quotidianamente e in maniera crudele la dignità umana è vilipesa”. Intervistato il giorno dopo, Servillo si è spiegato ancora meglio: “Non si può partecipare a una manifestazione importante come Venezia e dare l’impressione di essere come l’orchestrina del Titanic”. Più chiaro di così.

Sulla sua scia anche Benedetta Porcaroli, premiata nella sezione Orizzonti, ha voluto omaggiare la Flotilla affermando che “loro che ci ricordano che c’è un motivo valido per alzarsi la mattina che si chiama umanità”.

Dal gesto isolato al coro collettivo: il mondo dello spettacolo italiano unito per Gaza a Venezia 2025

Fa riflettere come quest’ondata di consapevolezza abbia finalmente investito il mondo dello spettacolo in (quasi) toto quando, solo un anno fa, la regista ebrea americana Sarah Friedland sconvolse tutti accettando il suo premio “nel 336° giorno del genocidio di Israele a Gaza e nel 76° anno di occupazione” (dal suo discorso). Quello che l’anno scorso era un gesto isolato, oggi è diventato un coro.

Se a Cannes 2025 in centinaia avevano firmato una petizione provando vergogna per l’inerzia dell’industria cinematografica davanti alla guerra a Gaza, a Venezia 2025 questo disagio morale si è manifestato in azioni concrete, sotto gli occhi di tutti. Nonostante quanto detto dal direttore Barbera, di fatto questa è stata una delle edizioni più politiche di sempre, dove il glamour ha ceduto il passo all’attivismo, alla solidarietà.

Le polemiche sui premi e il senso di un’edizione politica

Kaouther Ben Hania
Venezia 2025, Gaza e il cinema italiano: quella coscienza che non si può più zittire

Certo, non sono mancate le polemiche: c’è chi ha contestato la mancata vittoria di alcuni film dati per favoriti, chi ha accusato apertamente la giuria di aver premiato con criteri “politici” più che artistici (ovvero ignorando platealmente i film più politici). Una discussione che, paradossalmente, ha confermato l’anima di questa edizione, un festival che non ha lasciato indifferenti.

E in cui il cinema ha riscoperto la sua coscienza. In cui la realtà ha fatto irruzione in modo prepotente: la realtà di un popolo che lotta per la sopravvivenza e la dignità. E la realtà di donne e uomini dello spettacolo che, togliendosi per un attimo i panni delle star, si sono riscoperti cittadini del mondo, umani fra gli umani.

Venezia ha lanciato un sasso nello stagno dell’opinione pubblica e le onde stanno arrivando lontano. La speranza è che quel messaggio di giustizia e solidarietà non venga sommerso dal rumore della guerra, ma contribuisca a smuovere le coscienze. L’appello, in fondo, è sempre quello di Vittorio Arrigoni: restiamo umani.