Home Notizie Il Diavolo Veste Prada 3 forse non si farà (e per “colpa” di Anne Hathaway)

Il Diavolo Veste Prada 3 forse non si farà (e per “colpa” di Anne Hathaway)

Anne Hathaway frena sul terzo capitolo del Diavolo Veste Prada: non è questione di soldi, ma di paura di essere sovraesposta agli occhi del pubblico.

19 Maggio 2026 08:30

Quando un sequel funziona, l’industria vuole subito un terzo capitolo. È quasi una legge di Hollywood, e Il Diavolo Veste Prada 2 ha funzionato benissimo: il ritorno di Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci sotto la regia di David Frankel ha convinto critica e pubblico, riportando in vita una saga che sembrava definitivamente chiusa. Ma la strada verso Il Diavolo Veste Prada 3 potrebbe essere più tortuosa del previsto. A mettere i bastoni tra le ruote non sono i produttori, né gli sceneggiatori, né i budget: l’ostacolo principale avrebbe il volto di Anne Hathaway, l’attrice che nel franchise interpreta Andy Sachs e senza la quale, secondo molti, l’intera operazione perderebbe di senso. A rivelarlo è l’insider Rob Schuter, che ha spiegato come le resistenze dell’attrice abbiano radici precise e risalgano a una ferita molto vecchia.

Meryl Streep come Miranda Priestly e Anne Hathaway come Andy Sachs in una scena de Il Diavolo Veste Prada
Meryl Streep (Miranda Priestly) in una scena de Il Diavolo Veste Prada

Rob Schuter e il retroscena che cambia tutto

Rob Schuter è uno dei nomi più ascoltati nel circuito dell’informazione non ufficiale hollywoodiana, e le sue rivelazioni tendono a reggere al test del tempo. Secondo Schuter, le riserve di Hathaway sul terzo capitolo non hanno nulla a che fare con le cifre in ballo. «Per Anne non si tratta di soldi. Lei è molto protettiva per quanto riguarda la sua carriera, e sa bene quanto velocemente gli spettatori possono voltarti le spalle se ti avvertono come sovraesposta», sono state le sue parole. Un’obiezione che suona quasi paradossale per un’attrice con la solidità di carriera di Hathaway, ma che acquista senso non appena si considera la prospettiva da cui viene. Il timore non è quello di scegliere il progetto sbagliato in termini di qualità, ma di essere vista troppo spesso, nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Hollywood ha una memoria corta per i successi e lunga per le cadute, e Anne Hathaway lo sa meglio di chiunque.

La cicatrice di Les Misérables: quando la popolarità si trasforma in insofferenza

C’è un episodio preciso nella carriera di Anne Hathaway che spiega meglio di qualsiasi analisi la natura delle sue cautele. Era il 2012, e l’attrice si trovava nel pieno di una campagna oscar per I Miserabili, il film di Tom Hooper in cui interpretava Fantine con una dedizione totale, fino alla perdita di peso e al taglio dei capelli in presa diretta sul set. La performance era straordinaria, l’Oscar praticamente scontato. Ma il pubblico, invece di celebrarla, iniziò a stancarsi di lei: troppe interviste, troppe apparizioni, una presenza mediatica così capillare da trasformare il tifo in insofferenza. Hathaway vinse la statuetta come miglior attrice non protagonista, ma il prezzo da pagare in termini di popolarità fu alto. «Quell’esperienza ha lasciato un segno profondo in lei. Ricorda perfettamente come ci si sente quando il pubblico decide improvvisamente di averne avuto abbastanza. Non ha intenzione di vivere nuovamente un’esperienza del genere», ha spiegato Schuter.

Andy Sachs è insostituibile: il potere è tutto dalla parte di Hathaway

Il paradosso della situazione è che Anne Hathaway si trova in una posizione di forza assoluta. Gli studios vorrebbero girare Il Diavolo Veste Prada 3 anche domani, la sceneggiatura di Aline Brosh McKenna è pronta, i numeri del secondo capitolo giustificano l’investimento. Ma senza Andy Sachs il film non è lo stesso, e questo rende l’attrice l’ago della bilancia dell’intera operazione. «Gli studios darebbero l’ok alla produzione anche domani. Ma Anne detiene tutto il potere in questo senso, perché i fan non accetterebbero un Il Diavolo Veste Prada senza Andy Sachs», ha concluso Schuter. Non è una questione di contratti o di cachet: è una questione di necessità narrativa. Miranda Priestly senza una Andy Sachs con cui misurarsi è letteralmente un’altra storia. E questa consapevolezza dà ad Hathaway una leva che va ben oltre qualsiasi compenso economico.

Il peso della saga: una macchina che vale centinaia di milioni

Per capire perché gli studios starebbero già pianificando un terzo capitolo, bisogna guardare al peso commerciale della saga. Il primo Il Diavolo Veste Prada, uscito nel 2006, incassò circa 326 milioni di dollari in tutto il mondo su un budget di circa 35 milioni, diventando uno dei film sull’industria della moda più redditizi di sempre. Aveva trasformato Meryl Streep in un’icona pop di nuova generazione e consacrato definitivamente la carriera di Hathaway. Il sequel ha riportato sullo schermo quella dinamica arricchendola di personaggi nuovi come quelli interpretati da Simone Ashley, Kenneth Branagh e Justin Theroux, dimostrando che la formula regge e che il pubblico è disposto a tornare in sala per questi personaggi. Un terzo capitolo sarebbe, nei calcoli di 20th Century Studios, un investimento con rischio molto contenuto. Tranne per un dettaglio: l’attrice protagonista non è ancora convinta.

La sovraesposizione come scelta consapevole: il paradosso di chi ha tutto

Il caso di Anne Hathaway tocca qualcosa di più ampio della sua carriera personale. Hollywood ha costruito la sua fortuna sui franchise e sui ritorni, ma non ha ancora trovato una formula per gestire la sazietà che il pubblico sviluppa nei confronti delle stesse facce viste troppe volte nello stesso contesto. Certi attori sopravvivono alla ripetizione perché abitano personaggi sempre diversi. Altri rischiano di restare intrappolati in un’identità che il pubblico consuma fino all’esaurimento. Hathaway ha imparato nel modo più doloroso che questo meccanismo non risparmia nessuno, nemmeno chi ha appena vinto un Oscar. La sua riluttanza verso Il Diavolo Veste Prada 3 non è capriccio né cattiva gestione: è la decisione razionale di un’attrice che preferisce lasciare il pubblico con voglia di più piuttosto che rischiare di essere guardata con distacco. Se gli studios troveranno il modo di convincerla, dipenderà da quanto saranno disposti ad aspettare.