Home Curiosità È del 1976, ma tutt’oggi questo film italiano rimane una lezione di storia

È del 1976, ma tutt’oggi questo film italiano rimane una lezione di storia

Novecento di Bernardo Bertolucci compie cinquant’anni: cinque ore di storia italiana, un cast straordinario e una visione che ancora oggi non ha eguali.

8 Giugno 2026 08:30

Nel 2026 ricorrono i cinquant’anni di Novecento, il kolossal storico-drammatico con cui Bernardo Bertolucci affrontò la prima metà del Novecento italiano con un’ambizione che il cinema di oggi difficilmente si concede. Un film distribuito in due atti, il 3 e il 23 settembre 1976, per una durata complessiva di oltre cinque ore: uno degli oggetti cinematografici più difficili da classificare mai usciti dall’Italia, presentato fuori concorso al Festival di Cannes e incluso nella lista dei 100 film italiani da salvare. Parlare di Novecento come di un semplice film è riduttivo. È un affresco, un manifesto politico, un melodramma, un’epopea contadina e uno studio antropologico su ciò che l’Italia è stata, nel momento in cui stava ancora decidendo cosa volere essere.

Bernardo Bertolucci sul set di Novecento in Emilia durante le riprese del 1974-1975
Bernardo Bertolucci sul set di Novecento. Copyright by United Artists, Paramount Pictures (MoviestillDB)

Due bambini, due destini, un mezzo secolo di storia

Il punto di partenza è tanto preciso quanto simbolico: il 27 gennaio 1901, il giorno in cui muore Giuseppe Verdi, nascono nello stesso podere della Bassa Emiliana due bambini. Alfredo Berlinghieri, figlio di una ricca famiglia di proprietari terrieri, interpretato da Robert De Niro. Olmo Dalcò, figlio di una contadina e di padre ignoto, interpretato da Gérard Depardieu. Le loro vite si sviluppano in parallelo attraverso la Prima Guerra Mondiale, l’avanzata del fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e la Liberazione del 25 aprile 1945, che chiude il film. Bertolucci usa questo doppio binario narrativo per raccontare la lotta di classe senza semplificarla: Alfredo non è il padrone malvagio, Olmo non è il proletario eroico. Sono amici, e la loro amicizia sopravvive a decenni di storia che avrebbero dovuto spezzarla.

Un cast impossibile da replicare

Quello che ancora oggi lascia senza parole è l’ensemble di attori che Bertolucci riuscì a riunire. Accanto a De Niro e Depardieu ci sono Burt Lancaster, Donald Sutherland nel ruolo del fascista Attila, Sterling Hayden, Stefania Sandrelli, Dominique Sanda, Laura Betti, Romolo Valli e Alida Valli. Star hollywoodiane, grandi interpreti europei e attori italiani in un’unica produzione, co-finanziata da capitali americani ma saldamente radicata nella terra emiliana natale del regista. La musica era di Ennio Morricone. Una combinazione simile oggi sarebbe semplicemente impensabile: non per mancanza di talento, ma perché il cinema contemporaneo non produce più progetti con questa scala di ambizione e questa disponibilità a rinunciare alla logica commerciale in favore di una visione d’autore totale.

Hollywood e socialismo: la visione ibrida di Bertolucci

Il paradosso produttivo di Novecento è anche il suo punto di forza narrativo. È un film finanziato in larga parte con capitali americani che racconta la nascita del movimento socialista contadino emiliano, l’ascesa del fascismo e la resistenza popolare, con una partecipazione esplicita di Bertolucci alle idee politiche dei suoi personaggi più deboli. Non è un documentario, non è nemmeno un film a tesi nel senso stretto del termine: è la proiezione di un immaginario politico su una storia vera, filtrata attraverso i codici del cinema epico americano. Il risultato è qualcosa che non ha precedenti e non ha avuto successori: un kolossal marxista con le sembianze di un melodramma hollywoodiano, girato nella stessa Emilia che Bertolucci aveva respirato da bambino.

Cinquant’anni dopo: perché è ancora una lezione

La ragione per cui Novecento resiste meglio di molti film contemporanei è la sua natura ibrida. Non è solo storia, non è solo politica, non è solo un racconto di formazione: è tutto questo insieme, tenuto assieme da una regia che non teme il tempo lungo e da personaggi abbastanza complessi da non ridursi a simboli. Pasolini e Olmi sono i riferimenti più prossimi, ma nessuno dei due aveva questa capacità di muoversi tra il registro dell’epica popolare e quello del cinema d’autore senza perdere né l’uno né l’altro. A cinquant’anni dall’uscita, con una mostra dedicata a Parma, Novecento torna a parlare di un’Italia che esiste ancora nei suoi contrasti, anche se ha cambiato forme.