Wim Wenders accusa Berlino: travisate le mie parole su cinema e politica
Wim Wenders è tornato oggi, 6 settembre 2026, alla Mostra internazionale del cinema di Venezia, al Lido, per presentare fuori concorso il documentario “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor” e chiarire la polemica nata alla Berlinale, dove alcune sue parole sul rapporto tra cinema e politica erano state interpretate come un invito
Wim Wenders è tornato oggi, 6 settembre 2026, alla Mostra internazionale del cinema di Venezia, al Lido, per presentare fuori concorso il documentario “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor” e chiarire la polemica nata alla Berlinale, dove alcune sue parole sul rapporto tra cinema e politica erano state interpretate come un invito agli artisti a restare fuori dal dibattito pubblico.
Wim Wenders chiarisce a Venezia le frasi sulla politica
Davanti ai giornalisti, in una conferenza stampa seguita con attenzione anche per quel precedente berlinese, Wim Wenders ha scelto di tornare subito sul punto. Non con toni di scontro, piuttosto con la calma di chi vuole rimettere le parole al loro posto. «Quello che ho detto è che noi cineasti siamo l’opposto dei politici. Noi abbiamo empatia. La politica funziona senza», ha spiegato il regista tedesco, scandendo il passaggio che a suo giudizio era stato frainteso.
La polemica era nata al Festival di Berlino, dove Wenders era presidente della giuria. Alcune ricostruzioni avevano letto le sue dichiarazioni come una presa di distanza dalla politica, quasi un invito al cinema a non occuparsene. «Le mie parole sono state riportate come se avessi detto che dobbiamo stare fuori dalla politica», ha precisato. Poi la correzione, netta: «Il che non corrispondeva affatto alle mie parole».
“Noi cineasti abbiamo empatia, siamo l’antidoto”
Il cuore del ragionamento di Wenders resta il rapporto tra chi fa cinema e chi esercita il potere politico. Due mondi che, secondo il regista, non partono dagli stessi strumenti. «La mentalità dei cineasti è diversa da quella dei politici — ha osservato — e non dovremmo lavorare con la loro. Noi seguiamo regole diverse». Una frase detta senza alzare la voce, ma con l’intenzione chiara di fissare un confine.
A quel punto, nella sala stampa del Lido, Wenders ha aggiunto un passaggio che riassume la sua posizione: «Noi facciamo l’opposto dei politici, noi siamo l’antidoto». E sorridendo, quasi a smorzare la tensione, ha chiesto ai cronisti: «Lo ripeto e spero mi citerete in maniera corretta». Una battuta, certo. Ma anche il segnale di quanto il regista tenga alla precisione del contesto, soprattutto quando si parla di arte, responsabilità pubblica e parole che viaggiano rapidamente da un festival all’altro.
Il documentario su Peter Zumthor fuori concorso
Alla Mostra del cinema di Venezia, però, Wenders è arrivato soprattutto per presentare “From Inside Out – The Architecture of Peter Zumthor”, documentario dedicato all’architetto svizzero Peter Zumthor, figura centrale dell’architettura contemporanea e vincitore del Pritzker Prize nel 2009. Il film è stato selezionato fuori concorso e arriverà nelle sale italiane nel 2027 con Lucky Red, come annunciato durante la presentazione.
Il titolo suggerisce già la direzione del lavoro: guardare l’architettura “da dentro verso fuori”, seguendo non solo le forme degli edifici ma il modo in cui vengono pensati, abitati, attraversati. Wenders, da sempre attento agli spazi e ai luoghi — dalle strade americane di “Paris, Texas” ai paesaggi sospesi de “Il cielo sopra Berlino” — ritrova qui un terreno vicino alla sua sensibilità. Non una semplice biografia filmata, ma un percorso dentro il rapporto tra spazio, memoria e presenza umana.
Tra Berlino e Venezia, il ruolo pubblico del cinema
Il chiarimento di Wenders riporta al centro un tema che attraversa spesso i grandi festival: fino a che punto il cinema debba intervenire nel discorso pubblico, e con quale linguaggio. Per il regista tedesco, la questione non è uscire dalla politica, ma non adottarne i meccanismi. «Il nostro obiettivo è cambiare le cose», ha detto, contrapponendo questa spinta alla tendenza della politica, a suo avviso, a confermare lo status quo.
È un ragionamento che si inserisce in una stagione in cui festival come Venezia, Berlino e Cannes sono sempre più luoghi di confronto, non solo vetrine per film e autori. Guerre, migrazioni, clima, diritti: i temi entrano nelle conferenze stampa, nei red carpet, nelle dichiarazioni a caldo. Wenders, con il suo chiarimento, rivendica per i cineasti una funzione diversa da quella dei decisori pubblici: meno legata alla gestione del consenso, più vicina alla capacità di ascoltare, immaginare, mettere lo spettatore davanti all’altro. Una posizione che, al Lido, ha voluto lasciare senza ambiguità.