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Föa, il G8 di Genova raccontato di sbieco: la coscienza artistica di Margherita Ferrari

Föa è il G8 Genova film di Margherita Ferrari, prodotto da Paolo Sorrentino. Un’opera prima che racconta il 20 luglio 2001 attraverso lo sguardo obliquo di una ragazza in

21 Ottobre 2026 10:42

Ha quattro anni quando il 20 luglio 2001 Genova brucia attorno al G8 e alle sue proteste. Oggi Margherita Ferrari ne ha 29, è genovese, e con Föa. C’era una volta il futuro trasforma quella memoria di bambina in un’opera prima che ha già fatto parlare di sé alla Festa del Cinema di Roma, dove è stata presentata nella sezione Panorama Italia di Alice nella Città. Prodotto da Paolo Sorrentino, il film affronta il G8 Genova con un approccio che rifiuta la cronaca diretta e sceglie invece uno sguardo laterale, quasi fiabesco, per restituire il peso umano di una giornata che ha segnato la storia italiana recente.

Un titolo che viene dal dialetto ligure

Föa non è un nome proprio né un acronimo: in dialetto ligure significa favola. Il titolo completo, Föa. C’era una volta il futuro, costruisce subito un paradosso temporale che è anche la chiave interpretativa del film. Una favola che parla di futuro, ambientata in un giorno in cui il futuro sembrava essersi inceppato. Ferrari sceglie questa parola della sua terra come bussola narrativa e la usa per dichiarare apertamente la propria intenzione: non un documentario, non una ricostruzione militante, ma qualcosa che appartiene alla sfera dell’immaginario collettivo, della memoria emotiva più che archivistica.

L’operazione ha radici lontane. Ferrari aveva già firmato un cortometraggio intitolato Föa, realizzato durante la sua formazione, che era diventato semifinalista ai Student Academy Awards, i premi Oscar dedicati ai cortometraggi studenteschi. Da quel nucleo iniziale nasce il lungometraggio: un percorso che dimostra come la regista abbia elaborato nel tempo la propria visione di quella giornata, espandendola fino alla forma del film di finzione.

Nicole, diciotto anni e una vita che inizia mentre un’altra si spegne

Al centro della storia c’è Nicole, una ragazza di diciotto anni che è anche incinta. Il giorno scelto dalla Ferrari per ambientare la vicenda è il 20 luglio 2001, quello in cui le strade di Genova diventano il teatro degli scontri più violenti tra manifestanti e forze dell’ordine durante il G8. Gaia Ravina interpreta il personaggio, portando sullo schermo una figura che concentra in sé la doppia tensione del film: la vita che nasce e il caos che distrugge, il futuro biologico di un essere umano che si forma mentre il futuro politico di una generazione viene messo in discussione.

La scelta di una protagonista incinta in un contesto di scontri di piazza non è decorativa. Ferrari costruisce attorno a Nicole uno sguardo obliquo sull’evento storico: la ragazza non è una manifestante, non è una testimone neutra, è qualcuno che attraversa quella giornata portando dentro di sé un’altra storia. Questo permette alla regista di raccontare il G8 Genova come film senza mai farne un’opera didattica o ideologicamente schiacciata su una sola lettura.

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Sorrentino produttore, una scelta che dice qualcosa

Il fatto che Paolo Sorrentino abbia scelto di produrre l’opera prima di una regista ventinove anni non è un dettaglio marginale. Sorrentino ha costruito la propria carriera su un cinema che mescola storia italiana, memoria personale e invenzione visiva — da Il Divo a È stata la mano di Dio — e il progetto di Ferrari si muove su un terreno affine. Non si tratta di un endorsement generico: significa che il film ha trovato una casa produttiva con una poetica riconoscibile, che ha creduto nella capacità di una giovane regista genovese di trattare un evento politicamente sensibile con gli strumenti della finzione d’autore.

La presenza di Sorrentino nella veste di produttore porta con sé anche una visibilità immediata nel circuito festivaliero. La presentazione a Alice nella Città, sezione della Festa del Cinema di Roma dedicata a un pubblico giovane ma con una vocazione sempre più internazionale, colloca Föa in un contesto che valorizza le opere prime e le voci emergenti del cinema italiano.

Il G8 Genova come film: una ferita che il cinema continua a riaprire

Il G8 di Genova del 2001 è uno degli eventi più raccontati e insieme più irrisolti della storia italiana contemporanea. Il cinema ci è tornato più volte, con approcci diversi: documentari, ricostruzioni, film di inchiesta. Ogni nuovo tentativo di mettere in scena quei giorni rivela qualcosa di diverso — sull’evento, certo, ma soprattutto sull’epoca in cui viene realizzato e su chi lo guarda.

Föa arriva nel 2026, a venticinque anni di distanza, firmato da una regista che durante quei giorni aveva quattro anni. Questo dato biografico non è irrilevante: Ferrari appartiene alla generazione che ha ereditato il G8 come racconto degli altri, come immagine televisiva, come trauma collettivo mediato. Il suo film non può essere testimonianza diretta, e non pretende di esserlo. Sceglie invece la favola — nel senso che il dialetto ligure gli attribuisce — come forma più onesta di elaborazione. Una storia che sa di essere storia, che porta nel titolo la consapevolezza della propria natura finzionale, e che proprio per questo può permettersi di toccare la verità emotiva dell’evento più liberamente di quanto potrebbe fare una ricostruzione realistica.

Il cortometraggio originale era già stato riconosciuto a livello internazionale con la semifinale agli Student Academy Awards. Il salto al lungometraggio, sostenuto da Sorrentino e accolto dalla Festa del Cinema di Roma, suggerisce che quella intuizione iniziale aveva una dimensione che meritava uno spazio più ampio. Quanto ampio, lo diranno la distribuzione — ancora non annunciata — e la risposta del pubblico. Per ora, Föa esiste come promessa concreta: quella di un cinema italiano capace di fare i conti con la propria storia recente senza ridurla a documento né trasformarla in mito.

Margherita Ferrari ha scelto la strada più difficile: raccontare il G8 Genova come film d’autore attraverso una protagonista che non è al centro degli scontri ma li attraversa, portando dentro di sé un’altra vita. È una scommessa narrativa precisa, e il fatto che venga da una regista alla sua opera prima, cresciuta a Genova con quella giornata come sfondo lontano dell’infanzia, le dà una coerenza che non si costruisce a tavolino.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.