Festival di Cannes 2008: 24 City di Jia Zhang-Ke

24 City - Jia Zhang-KeIl cinema di Jia Zhang-Ke è un cinema personalissimo, e come ogni cinema di registi personali non può avere presa su tutti. Se il grande pubblico ovviamente non può conoscerlo, è proprio sui cinefili che il regista fa presa in modo alterno. Consacrato nel tempo grazie alle costanti presenze al Festival di Venezia, dove nel 2006 vinse con il bellissimo Still Life (dove più che far arrabbiare gli accreditati, la sua vittoria passò abbastanza inosservata: infatti ingiustamente non se lo filò nessuno), Jia ha presentato all'ultima mostra il documentario Useless, vincendo nella categoria Orizzonti.

Quest'anno ha deciso di concedersi a Cannes, dove ha già presentato in concorso 24 City, a metà strada tra documentario e fiction. Per chi conosce almeno Still Life, non sarà di certo una novità; ma 24 City sembra anche più radicale nella scelta dell'uso di entrambi i registri. Certo, il Leone d'Oro del 2006 era reso magico dalla fusione perfetta di realtà e finzione, e chissà che nel nuovo film questo sguardo unico venga meno: noi non ce lo auguriamo. Il percorso di Jia Zhang-Ke è una riflessione continua sulla Cina, costantemente in bilico tra veloce progresso e smantellamento di lunghe tradizioni (lo era anche in Useless, bella riflessione sulla moda).

Siamo a Chengdu: una fabbrica adibita alla costruzione di pezzi per aerei sta per essere distrutta; al suo posto verrà costruito un quartiere pieno di moderni edifici, chiamato appunto 24 City. Tra vere interviste e monologhi di finzione narrati da tre donne (tra cui Joan Chen), il regista ripercorre la "vita" della e nella fabbrica, attraverso tre diverse generazioni. Quasi un corollario, non a caso, di Still Life: che qualche pia casa di distrubuzione ce lo faccia vedere, please.

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