The Impossible: curiosità, clip e note di regia del film di Juan Antonio Bayona

Dopo il successo di The Orphanage, il trentasettenne spagnolo porta sugli schermi l’incubo dello tsunami che ha devastato le coste asiatiche nel dicembre del 2004

di simona

The Impossible, secondo film più visto di sempre nella penisola Iberica, arriverà anche in Italia a partire da questo fine settimana. In attesa della nostra recensione in anteprima, on-line fra poche ore, vi regaliamo qualche clip del film e tante curiosità sulla lavorazione.

La preparazione di The Impossible è durata quasi due anni e le riprese si sono svolte per venticinque settimane in più di sessanta set compresi fra la Spagna e la Tailandia. La maggior parte della fotografia ha avuto luogo negli studi di Ciudad de la Alicante, in Spagna, e in numerose location in Tailandia, molte delle quali erano state teatro della catastrofe. Poiché il film racconta la vera storia di persone che hanno vissuto un’indescrivibile esperienza di orrore e devastazione, in segno di rispetto nei loro confronti Bayona ha insistito per rappresentarla con la massima autenticità. Benché all’inizio ricordi molto un horror, dove l’oceano infuriato fa la parte del mostro, il film assume presto uno spessore maggiore, trasformandosi in un racconto di coraggio e redenzione ispirato a una storia vera.

Nonostante la famiglia protagonista della pellicola sia inglese (con Naomi Watts e Ewan McGregor nel ruolo dei genitori e da Tom Holland, Oaklee Pendergast e Simon Joslin nei panni dei figli) The Impossible è basato sulla vera storia di una famiglia spagnola, gli Alvarez-Belon, incredibilmente scampati al disastro. Per gli Alvarez-Belon non era semplicee affidare a qualcuno la trasposizione delle loro vite sullo schermo ma, come ha osservato Maria Belon, si sono resi conto di aver vissuto una storia più grande di loro e che raccontarla sarebbe stato catartico per la famiglia. La troupe ha fatto tutto il possibile per coinvolgere gli Alvarez-Belon nell’impresa e, alla fine, Bayona e il suo team sono riusciti a convincerli.

“Durante il nostro primo incontro ero molto nervosa” ha confessato Maria. “Non potevano saperlo, ma avevo un enorme bisogno di raccontare la mia storia, benché non fossi in grado di farlo da sola. E subito prima dell’incontro, prima che si presentassero, mi sono detta: ‘Maria, devi prendere una decisione entro oggi’. Abbiamo avuto una conversazione di tre ore e ho capito che dovevano fare questo film e che la loro visione rispecchiava quasi perfettamente ciò che era successo. In un certo senso, le emozioni che ho vissuto nel corso delle riprese sono state le stesse che avevo provato durante lo tsunami. Ho pensato che non ci saremmo riusciti e invece ce l’abbiamo fatta ed è stato fantastico”.

Tutto è iniziato quando il produttore Atienza ha sentito la storia della famiglia alla radio. Lo sceneggiatore Sergio Sánchez ricorda: “[Bélen] è arrivato in ufficio in lacrime e ce ne ha parlato. Immediatamente, J.A. ha detto: ‘Dobbiamo farci un film!’ È una storia incredibilmente avvincente e di grande impatto emotivo, e tutti hanno avuto la stessa reazione quando gliel’abbiamo raccontata. Il film inizia con un episodio che in pochi secondi cambia completamente le loro vite, ma da quel momento in poi si trasforma in un viaggio, in una fuga senza sosta. Tutti noi avevamo visto la calamità e la forza devastante dello tsunami in televisione e su Internet, quasi in tempo reale. Ciò che The Impossible esplora è la storia umana, commovente ed emozionante della gente che l’ha vissuta in prima persona. Non ha niente a che vedere con ciò che abbiamo sentito al telegiornale”.

Sanchez, autore di The Orphanage, ha aggiunto che trovare il giusto equilibrio e il tono adatto rappresentava una sfida molto impegnativa. The Impossible fa paura come un horror ma è anche una grandissima dimostrazione di coraggio. È una storia vera, e non tutti sono stati fortunati quanto la famiglia Alvarez-Belon. “Ciò che mi spaventava e mi frenava di più era l’idea di raccontare le vicende di cinque sopravvissuti in un contesto in cui erano morte quasi trecentomila persone. La cosa che mi sembrava più importante era trovare il modo di raccontare con rispetto le dinamiche di una tragica perdita che avrebbe profondamente turbato il pubblico – raccontare una storia drammatica, fedele alla realtà, che avrebbe spinto la gente a identificarsi con questa famiglia e con chiunque avesse perso una persona cara – nello tsunami o in altre circostanze. Poi dovevamo trovare la struttura adatta, ed era la parte più difficile perché avevamo cinque persone che avevano una storia in comune e sapevamo che alla fine del film sarebbero sopravvissute. Tuttavia i personaggi subiscono una separazione – un’esperienza che vivono con grande dolore dall’inizio alla fine perché sono convinti che l’altra metà della famiglia sia morta. La sfida per noi era raccontare la storia dei cinque membri mantenendo però la tensione che avevano provato, in modo che anche chi non la conosceva restasse con il fiato sospeso” ha detto Sanchez. Fortunatamente, Sanchez ha avuto l’opportunità di lavorare a stretto contatto con la famiglia, in particolare con Maria Belon, un’esperienza unica e gratificante per chiunque l’abbia vissuta. “Sergio è una persona davvero speciale. Fra noi si è stabilito un rapporto molto stretto e ho imparato un sacco di cose. Ha un’etica incredibile – lotta per le cose in cui crede. Ricordo la prima volta che Sergio mi ha ri-raccontato la mia storia. Sono rimasta molto impressionata. Era così partecipe e vedeva cose che io stessa non riuscivo a vedere”, ricorda Maria.

In effetti, Sanchez ha dovuto in un certo senso aiutare i membri della famiglia a ricordare alcuni dei terribili eventi di cui erano stati protagonisti perché, come molte persone che soffrono di stress posttraumatico, tendevano a rimuovere o a reinventare le circostanze più dolorose. “Be’, la ricerca è stata facile, perché i cinque protagonisti erano sempre disponibili all’altro capo del telefono e hanno accettato di sedersi a parlare con noi ogni volta che glielo abbiamo chiesto. È stata un’esperienza interessante vedere fino a che punto il cervello possa ingannarti, soprattutto se hai vissuto un evento traumatico. A volte ciascun membro della famiglia aveva una versione che si distaccava da ciò che era realmente accaduto. Così ci siamo documentati e abbiamo esaminato i fatti insieme alla famiglia, mostrandole filmati, articoli di giornale”, ricorda Sanchez.

L’opportunità di lavorare con la sceneggiatura di Bayona e Sanchez ha spinto Ewan McGregor a collaborare al progetto. “La sceneggiatura mi piaceva molto. C’era qualcosa di onesto, di vero, una semplicità quasi brutale che la rendeva molto intensa. Anche The Orphanage mi era piaciuto molto e volevo lavorare con Bayona. Ho recitato in un film con Naomi, alcuni anni fa, ed è sempre bello lavorare con persone con cui hai già collaborato. Purtroppo non abbiamo avuto molte scene insieme, ma è stata un’esperienza fantastica. Ci conoscevamo già e c’era un bel feeling fra noi; spero che questo traspaia dallo schermo. Siamo entrambi genitori e abbiamo cercato di rendere credibile la coppia, di non ridurla a un cliché cinematografico” ha detto McGregor. La storia della famiglia ha anche toccato McGregor in modo molto personale. “Mentre leggevo la parte della sceneggiatura in cui Henry vede finalmente i figli all’ospedale dopo che lo tsunami li ha divisi e si riunisce alla sua famiglia sono scoppiato a piangere. Era un momento così toccante. Ho quattro figli. Ed era la prima volta che interpretavo il ruolo di un genitore. Ho sentito l’impulso a trasformare Henry in una sorta di mio alter ego. Potevo interpretare il personaggio, ma volevo anche scoprire che cosa significasse essere un genitore in un evento tanto catastrofico. Ho pensato che il modo più efficace per riuscirci fosse interpretarlo come se fossi io” ha dichiarato McGregor. McGregor ha cercato di incontrare il suo sosia spagnolo, prima di iniziare a girare il film, ma gli impegni di entrambi non glielo hanno permesso. Eppure, come ha affermato lui stesso, nel leggere la sceneggiatura ha avuto l’impressione di conoscere quelle persone. “C’è un momento tra Maria e il figlio maggiore, Lucas, che mi ha particolarmente commosso. Quando il figlio si rende conto per la prima volta della gravità delle ferite di sua madre dice qualcosa come: ‘Oh, mamma, non posso vederti così’. Ho pensato che ci fosse qualcosa di incredibilmente vero in quella battuta pronunciata da un bambino che osserva sua madre ferita e non riesce a sopportare di vederla soffrire. A quel tempo, forse, ignoravo ancora che si trattasse di una storia vera, ma ho trovato che fosse incredibilmente accurata e che trasmettesse in modo molto credibile il tono del film” ha dichiarato McGregor.

Naomi Watts, invece, ha trascorso molto tempo con la vera Maria, prima e dopo la realizzazione del film. “Quando ho letto la sceneggiatura per la prima volta ho pensato: wow, sembra così vera e trasparente; non ha l’aria di voler sfruttare lo tsunami come mero sfondo per questa famiglia. Più avanti ho scoperto che molto della storia era basata sulle parole di Henry e Maria e sulle loro esperienze. Incontrare Maria e parlarne con lei mi ha dato un’emozione fortissima. Ogni volta era così gentile, disponibile e corretta. Era come se tutto fluisse dalla sua persona. È una donna incredibilmente forte e coraggiosa” ha raccontato Watt. Anche le scene fra Luca e Maria hanno commosso l’attrice. Lo tsunami inghiotte tutto come un treno impazzito che corre a tutta velocità, ma fortunatamente madre e figlio si ritrovano in quel mare spaventoso e si aiutano a vicenda per sopravvivere. Di conseguenza, Watts ha girato numerose scene con Tom Holland, che interpreta il ruolo di Lucas. “Mi piace molto la relazione che nel corso del film si sviluppa tra madre e figlio, e Tom ha un talento incredibile. Lavorare con lui è stato facile e mi ha ispirata moltissimo. Ha valorizzato l’interpretazione di chiunque lo circondasse perché la cosa che gli riesce meglio è dire la verità. E abbiamo affrontato subito la parte più orribile, più fisica dello tsunami. In realtà non abbiamo dovuto recitare molto, per quella – venivamo colpiti da acqua e detriti e sembrava che fossero le onde a dettare le emozioni, come immagino sia successo anche nella vita reale. Era quasi impossibile parlare. Potevamo solo sentire e vivere quell’esperienza. Tom ed io abbiamo avuto un paio di momenti in cui recitavamo insieme e mi sono resa conto di quanto fosse fantastico e incredibilmente abile e geniale. Uno degli aspetti più belli è stato sviluppare un rapporto di amicizia con Tom sia sul set che fuori ed esplorare questa splendida relazione tra madre e figlio”, ha affermato Watts.

Benché avesse una vasta esperienza in teatro per la sua interpretazione di Billy Elliott al Victoria Palace Theatre di Londra, Holland ha debuttato al cinema con The Impossible. Il giovane attore ha descritto il film come “…una storia d’amore all’interno di una famiglia”. Il fatto che fosse una storia vera l’ha resa molto più avvincente. “Non avevo mai sentito una storia così incredibile, e altrettanto incredibile è pensare che una simile tragedia fosse realmente successa … e non solo a loro ma alle migliaia di persone che si trovavano lì. Ho pensato che questo film sarebbe stato un modo per raccontare la loro storia al mondo, per far sì che tutti sapessero che cosa era successo” ha spiegato Holland. Ad affascinare Holland è stato il viaggio emotivo e fisico di Lucas e in particolar modo l’evoluzione del rapporto con sua madre. “All’inizio del film il legame di Lucas con Maria e con la sua famiglia non è così forte. Quando l’onda arriva e li separa dal resto della famiglia, Lucas deve diventare adulto perché sua madre è gravemente ferita. Deve essere forte per lei perché se scoppiasse a piangere lo farebbe anche sua madre, e non c’è niente di peggio che veder piangere i propri genitori. Deve assumere il ruolo dell’adulto e farla sentire al sicuro. Cresce molto durante il film. Per lui è un viaggio e alla fine il legame tra Maria e Lucas è mille volte più intenso rispetto all’inizio” ha raccontato Holland. Mentre nel film è la madre a contare sul figlio, Holland ha affermato che nel suo rapporto con Naomi Watts è successo esattamente il contrario. “Lavorare con Naomi è stato semplicemente incredibile. Ho imparato molto da lei, soprattutto sulle tecniche di recitazione. È così generosa nel suo lavoro che perfino quando non sta girando fa di tutto per aiutarti” ha raccontato Holland. Ovviamente, nel film Holland ha ereditato anche due fratelli, Simon e Thomas, interpretati rispettivamente da Oaklee Pendergast e Samuel Joslin. I tre ragazzi hanno sviluppato un vero e proprio rapporto di fratellanza e Holland ha condiviso con Pendergast e Joslin tutto ciò che aveva imparato da Watts. “È stato fantastico perché sono riuscito ad aiutarli e a trasmettere anche a loro alcuni consigli e suggerimenti che avevo ricevuto da Watts. Sono entrambi divertentissimi, bravi e pieni di passione per quello che fanno. Sono diventati ottimi amici, quasi due fratelli” ha affermato Holland.

Come la Watts, anche Holland ha trascorso del tempo con il vero Lucas. “È un ragazzo fantastico. Abbiamo chiacchierato per quasi tre ore, parlando della sua esperienza, di ciò che aveva provato, ripercorrendo insieme la tragedia che aveva vissuto, tutte le sue emozioni, il modo in cui lo tsunami lo ha costretto a crescere. Mi ha detto di essersi affidato molto al suo istinto per sopravvivere all’onda” ha raccontato Holland. I tre ragazzi hanno colpito profondamente Ewan McGregor, sul piano sia personale sia professionale. “Mi sono piaciuti moltissimo. Credo che Tom, Oaklee e Samuel siano dei ragazzi speciali. Ed è stato incredibile osservare Tom, che non aveva mai lavorato davanti a una telecamera prima di allora, vederlo entrare completamente nel ruolo e crescere come attore cinematografico man mano che giravamo. Ha un grandissimo talento ed è gentile con tutti. Per i bambini è molto facile perdere la concentrazione, ma Tom è assolutamente sulla strada giusta ed è già un attore brillante. Anche gli altri due bambini, Samuel e Oaklee sono fantastici. Oaklee è piccolissimo, ma quando gira è completamente assorbito, preso nella scena. Per lui non è una recita scolastica. Si immedesima fino in fondo”, racconta McGregor. Certo, sono sempre ragazzi, e prima dello tsunami si trovavano in un incantevole villaggio turistico con la piscina…

“In fondo, Samuel e Oaklee sono due bambini che hanno voglia di divertirsi, così abbiamo girato alcune scene nella piscina subito prima dell’arrivo dell’onda. E volevano solo nuotare perché.. sono ragazzini, appunto. Subito prima che le telecamere iniziassero a girare dicevo sempre: ‘Forza, dovete concentravi. Ricordatevi che siete davvero sconvolti. Non rivedrete mai più vostra madre. Moriranno tutti’. C’è stato un momento in cui ho pensato: che cosa sto facendo a questi poveri bambini?” ha affermato McGregor. McGregor ha girato il maggior numero di scene con Pendergast e Joslin, e per lui sono stati i momenti più gratificanti del film. “Quei due bambini sono la cosa che mi ha dato di più. Il mio rapporto con loro è cresciuto pian piano ed è diventato fantastico. All’inizio li intimidivo un po’, ma dopo un mese è cambiato tutto. Mi stavano sempre intorno e salivano sulla mia roulotte tra una ripresa e l’altra, e la cosa mi faceva molto piacere. Lavorare con quei due bambini è stata la parte più bella di tutto il film” ha affermato McGregor.

“Un film basato su fatti realmente accaduti è allo stesso tempo più facile e più difficile da realizzare. È più facile perché la voce della verità rappresenta un termine di confronto, ma il fatto che le persone abbiano vissuto davvero una simile esperienza crea una certa tensione. Dovevamo anche affrontare il tema con la massima autenticità ed esprimere il più onestamente possibile le emozioni provate in quell’occasione” ha spiegato Watts. McGregor ha aggiunto che il loro obiettivo era rendere omaggio non solo ai personaggi che interpretavano ma a tutte le vittime dello tsunami. “Quando racconti una storia vera hai sempre una responsabilità verso le persone che interpreti, ma in questo film più che in tutti gli altri ho sentito di averla nei confronti di chiunque fosse stato coinvolto dallo tsunami. Le persone che sono morte, quelle che sono sopravvissute, gli stessi tailandesi, perché moltissime persone sono state colpite dalla tragedia. Se lo tsunami fosse stato ridotto a mero sfondo, ci sarei rimasto molto male. Ma non era questo che cercavamo di fare” ha raccontato McGregor. Bayona ha insistito per girare nei luoghi in cui la famiglia Alvarez-Belon ha affrontato la terribile prova e come comparse ha utilizzato persone che, a loro volta, avevano vissuto l’esperienza dello tsunami. Uno dei siti più critici è stato l’Orchid Resort, che la famiglia aveva scelto per trascorrere le vacanze di Natale. Maria Belon ha raggiunto la troupe al villaggio turistico, tornandovi per la prima volta dai tempi del disastro.

“Non solo mi sono ritrovata all’Orchid, ma sedevo esattamente dove l’onda ci aveva colpiti. I suoni della colazione, l’aria rilassata dei turisti, la certezza che tutto lo staff dell’albergo fosse in assetto da lavoro, qualche ospite intento a programmare la giornata; la situazione nel film era identica a quella che ricordavo. Eravamo in vacanza, ed era una splendida mattina, poi la vita è cambiata nel giro di pochi minuti. Dentro di me convivono le emozioni più diverse… Se non sbaglio, lo chiamano ‘il senso di colpa del sopravvissuto’. Ma nei giorni che ho trascorso all’Orchid per seguire le riprese ho avuto l’opportunità di interagire con alcune persone del posto che erano sopravvissute allo tsunami e di parlarne con loro. È stata un’esperienza scioccante, e mi sono resa conto di quanto J.A. fosse stato abile nel rappresentare nel film gli eventi e le emozioni che avevano provocato in me” ha raccontato Maria.
Watts si è identificata con Belon, meravigliandosi della sua disponibilità a tornare in un luogo che le aveva chiaramente lasciato dei terribili ricordi. “Perfino io, quando sono atterrata all’aeroporto di Phuket, sapendo che la famiglia era stata lì e aveva vissuto quella tragedia, ho sentito una vibrazione, un’energia molto negativa. E per Maria e i suoi cari tornare lì e rivivere tutto di nuovo ha risvegliato in loro le emozioni più disparate, come una specie di ritorno sulla scena del crimine. Ma forse è stato anche un modo per lasciarsi tutto alle spalle, per sentirsi di nuovo al sicuro” ha affermato Watts.

Per poter ricreare lo tsunami, la produzione ha lavorato con sei società che si occupano di effetti speciali. Ci è voluto un anno per ricostruire la terribile, spaventosa sequenza di dieci minuti in cui la prima onda mortale inghiotte la costa. Gli esperti di effetti speciali e visivi più volte premiati Félix Bergés e Pau Costa avevano il compito di creare quello che forse è il personaggio più importante del film: lo stesso tsunami. Per Bergés l’unica opzione era usare l’acqua vera. “L’acqua digitale era una possibilità che abbiamo scartato quasi subito perché non ci sembrava abbastanza realistica” ha spiegato. La decisione li ha posti di fronte a scoraggianti problemi di ordine pratico. Per esempio, la troupe ha dovuto trasportare oltre 35.000 galloni d’acqua ogni giorno per ricreare la massa violenta dell’onda. La squadra di Bergés ha condotto test approfonditi per ricostruire il diluvio nel modo più realistico e feroce possibile senza sommergere realmente gli attori. “L’idea era di realizzare un canale di circa sessanta metri. Ma ci siamo resi conto che dovevamo costruirne uno tra i dieci e i quindici metri, per proteggere gli attori e guidarli senza rischi quando usavamo elementi come alberi, macerie e molti altri. Mi riferisco a una sequenza che, fin dall’inizio, sapevamo sarebbe durata circa otto minuti e avrebbe richiesto un centinaio di riprese e che pertanto doveva essere qualcosa di molto versatile” ha affermato Bergés.

La troupe ha filmato le scene in cui l’onda trascina via la famiglia, soffermandosi soprattutto sui primi piani di Maria mentre viene letteralmente inghiottita e travolta dall’acqua. Le riprese hanno avuto luogo in una cisterna in Spagna e sono durate circa un mese e mezzo, un’operazione che Bergés ha definito “un incubo”. “Abbiamo filmato l’inondazione con due squadre, e le scene sott’acqua erano molto complesse e richiedevano una grande abilità tecnica. La cisterna misurava 100 metri per 80 e aveva uno schermo azzurro sullo sfondo. Non potevamo usare uno schermo verde perché gli elementi di quel colore erano già moltissimi, ma un tradizionale schermo blu sarebbe stato troppo scuro, così lo abbiamo dipinto noi. La difficoltà maggiore nel riprendere un’inondazione è che l’acqua si muove a una velocità vertiginosa, o meglio, che tutto si muove. Perciò ogni cambio richiedeva una gru enorme, capace di muovere una massa di quattro tonnellate” ricorda Bergés. Benché le riprese dell’onda furiosa fossero sotto controllo, l’esperienza non si è rivelata per questo meno spaventosa, soprattutto per Naomi Watts, che ne ha retto il peso maggiore. “È stata senza dubbio la parte più impegnativa del film. Non ho l’età di Tom e non sono abituata a essere sbatacchiata così. È stato difficile farlo per un mese. Ricordo che J.A. mi suggeriva le battute e io rispondevo: ‘Non riesco a parlare, ho la bocca piena d’acqua’”.

Per lo scenografo vincitore dell’oscar Eugenio Caballero invece le orribili conseguenze del maremoto si sono rivelate l’ostacolo più grande. “Inizialmente, la sfida maggiore del film era ricreare lo tsunami. La vera sorpresa è stato scoprire che lo tsunami in sé non era niente in confronto a quello che è successo dopo”. Come Bergés, Caballero ha cercato di evitare trucchi digitali e ha preferito “sforzarsi di realizzare il film alla vecchia maniera… usando set veri e propri e favorendo una fisicità che permettesse agli attori di sentire come i personaggi, di avere l’impressione che la loro storia fosse reale. Gli strumenti digitali sono utili per ricreare tutto ciò che sarebbe difficile realizzare fisicamente, ma, nei limiti del possibile, abbiamo cercato di farne a meno”. Tra i vari tentativi di Caballero di presentare le circostanze nel modo più realistico possibile per il cast e la troupe va ricordata la ricostruzione del paesaggio devastato, le cui dimensioni erano otto volte maggiori di quelle di un campo da calcio. L’elemento del set più complesso da realizzare è stato un “semplice” albero, che per Maria e Lucas diventa un rifugio dalla tempesta. “Il set più difficile è stato quello con l’albero di Maria. Era molto grande, per niente facile da gestire. È il primo set che abbiamo iniziato a costruire in Tailandia. Quando siamo arrivati ci siamo resi conto che lo spazio che avevamo scelto presentava molti problemi di accesso. Il livello della falda freatica è molto alto. Abbiamo dovuto costruire una diga per contenere l’acqua perché, quando c’era l’alta marea, l’inondazione che la seguiva ci impediva di lavorare. Dal punto di vista tecnico era molto complicato e, concettualmente,l’albero mi sembrava il cuore del film. Credo che in un altro paese sarebbe stato difficilissimo realizzare un albero simile, ma noi avevamo il vantaggio
che, in Tailandia, se tagli un ramo spuntano fuori le radici e, in un batter d’occhio, da un ramo ricavi un albero vivo. È stato un lavoro molto importante sul piano sia strutturale sia plastico. Una volta delimitato lo spazio in cui volevamo costruire l’albero e l’ambiente circostante, abbiamo iniziato a realizzare un fossato di calcestruzzo per controllare l’acqua e mantenerla sempre allo stesso livello, in modo che restasse pulita e gli attori si potessero muovere. Poi ci siamo resi conto che non potevamo scavare per costruire il fossato. Dovevamo ricavarlo partendo dal livello del suolo in su, così abbiamo dovuto aggiungere della terra e rialzare un po’ l’area circostante per creare un’atmosfera di caos e distruzione. Da lì abbiamo creato le basi per l’albero di Maria, che misurava circa sette metri. Abbiamo testato più volte il ramo sul quale stavano per assicurarci che fosse comodo e per permettere agli attori di montarci sopra e a noi di raccontare la storia come volevamo” ha spiegato Caballero.Caballero ha poi aggiunto che, forse, il momento più significativo nella ricostruzione del mondo di The Impossible è stato osservare la reazione dei nativi che lavoravano al film o avevano un ruolo come comparse nel rivivere la furia devastatrice dello tsunami. “Molte delle persone che hanno lavorato con noi erano abitanti del luogo, famiglie che avevano perso i propri cari nella tragedia, e le reazioni sono state molto diverse tra loro. Ricordo un tassista
che è arrivato all’Orchid con un passeggero quando avevamo già ricostruito il paesaggio desolato. Ha fissato il set per due minuti, scuotendo il capo. Aveva perso sua moglie, che a sua volta lavorava in un albergo, e per lui è stato un po’ come tornare indietro nel tempo. A questo genere di reazione si assisteva sia sul set sia in ospedale. Gran parte del personale era composto dai dottori e dagli infermieri che si erano presi cura dei feriti ricoverati lì” ricorda Caballero. In effetti, la produzione ha girato nello stesso ospedale in cui Maria era stata ricoverata e la troupe di Caballero l’ha riportato alle condizioni di caos del dopo tsunami. “Un altro set complesso ma molto importante è stato l’ospedale. Lo abbiamo ricostruito esattamente all’interno di quello in cui avevano portato Maria. Per la gente che aveva vissuto la catastrofe è stata dura vederla ripetersi a distanza di pochi anni. Abbiamo mantenuto una serie di riferimenti sperando di riuscire a riprodurre il senso di caos che si è diffuso subito dopo lo tsunami” ha affermato Caballero.

Il direttore della fotografia Oscar Fauro voleva che il pubblico “sentisse il caldo tropicale della Tailandia, l’umidità, il sudore, e così via… Ne sono uscite immagini molto intense e cariche di atmosfera”. Dal punto di vista tecnico raggiungere un simile obiettivo ha rappresentato una sfida costante. “Nel film i personaggi si muovono di continuo. Abbiamo girato dentro e fuori dall’acqua con gru, telecamere subacquee e riprese aeree… abbiamo perfino usato tre unità che lavoravano simultaneamente. C’è stato un momento in cui le riprese sono avvenute contemporaneamente, a terra, in mare e in cielo” ha raccontato Fauro. Poiché i personaggi erano in continuo movimento, sia sulla terra sia in mezzo all’oceano, la sfida di
Fauro consisteva nel mantenere una “coerenza visiva”. “Insisto sempre per controllare il contrasto dell’immagine e la direzione della luce in modo che ci sia coerenza tra le varie riprese, e ottenerla in questo film è stata la mia sfida personale. I personaggi erano in costante movimento, così abbiamo escogitato diversi sistemi e meccanismi per seguirli mentre giravamo. Uno di questi era mandare un operatore nell’acqua con gli attori. Per le scene nella cisterna abbiamo disegnato dei carrelli di sicurezza speciali che trascinavano gli attori per mezzo di fili d’acciaio. L’operatore entrava in un carrello che poteva scorrere parallelamente o di fronte agli attori. Abbiamo anche progettato il canale in modo che si stendesse vicino alla riva e
ci permettesse di usare gru snodabili e telecamere a controllo remoto; abbiamo anche usato una gru telescopica e fatto riprese aeree. Inoltre avevamo telecamere guidate da cavi, le CAMCA, e una telecamera con la testa subacquea che poteva essere piazzata al livello dell’acqua, in modo che l’acqua fosse al livello dell’obiettivo. L’inondazione doveva essere spiegata in stile documentario, duro, senza troppi fronzoli e troppo movimento. È impossibile ricreare un vero tsunami, ma potevamo trasmettere le emozioni che aveva provocato grazie al lavoro della telecamera” ha affermato il direttore della fotografia.

La produzione ha anche realizzato un impianto speciale per permettere alla squadra di Fauro di riprendere le scene critiche in cui Watts è sott’acqua, una sequenza particolarmente difficile, perché la protagonista è intrappolata nel mare infuriato e l’acqua è tutt’altro che cristallina. Buona parte della sequenza è stata girata non nella cisterna ma in una piccola fossa. “Dovevamo controllare la densità e l’opacità dell’acqua in modo da poterne gestire l’aspetto. Non doveva essere trasparente e noi non potevamo girare con l’acqua sporca della cisterna, perché non vedevamo niente. Nella fossa, che era molto più piccola, non si riuscivano a vedere neanche le pareti. Bisognava trovarsi sopra i personaggi per apprezzare i dettagli. Abbiamo sistemato gli attori, in questo caso Naomi, in una sedia mobile che chiamavamo ‘giratutto’ e a cui era fissata la telecamera. In questo modo Naomi poteva girarsi con la telecamera sempre attaccata a lei; abbiamo anche aggiunto elementi fisici per dare la sensazione di movimento. Più avanti ci siamo accorti che anche le bolle potevano esserci di aiuto. Volevamo imprimere nel personaggio di Maria l’idea di un viaggio dalla luce al buio. C’è una vera e propria transizione verso il buio, che si conclude con l’oscurità più assoluta. Poi una parete crolla e Maria esce, ritrovandosi all’esterno, sul lato opposto dell’albergo. L’intenzione era di spiegare questo viaggio” racconta Fauro.

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