Raffaella Carrà a 70 anni: successi, amori e il rimpianto di non essere diventata madre
Raffaella Carrà, alla vigilia dei 70 anni, raccontava a Roma il suo ritorno in televisione con The Voice of Italy su RaiDue, spiegando perché aveva scelto di rimettersi in gioco dopo quattro anni lontana dal piccolo schermo: «È sempre un esame, ma ho seguito l’istinto». La definizione più rapida, e forse più centrata, l’aveva data
Raffaella Carrà, alla vigilia dei 70 anni, raccontava a Roma il suo ritorno in televisione con The Voice of Italy su RaiDue, spiegando perché aveva scelto di rimettersi in gioco dopo quattro anni lontana dal piccolo schermo: «È sempre un esame, ma ho seguito l’istinto». La definizione più rapida, e forse più centrata, l’aveva data Gianni Boncompagni: «Raffa no limits». Lei ci rideva sopra, senza togliere nulla alla sostanza.
Raffaella Carrà e il ritorno in tv con The Voice of Italy
Con The Voice of Italy, in onda il giovedì su RaiDue, Raffaella Carrà aveva ritrovato un posto centrale nella televisione italiana, accanto a compagni di viaggio che definiva «stupendi». Dopo quattro anni di assenza, ammetteva di aver avuto timore: le critiche, lo show sbagliato, il rischio di non entrare nel ritmo. Poi, solo allora, era arrivata la scelta. «Ho sentito che mi piaceva rischiare e l’ho fatto», spiegava.
Il programma le piaceva per una ragione precisa: le blind audition, l’ascolto senza volto, la voce prima dell’immagine. «Cercavamo l’emozione che quella voce ti dava», raccontava, ricordando anche la parte meno televisiva e più umana del mestiere: mandare a casa un concorrente. Non era una formalità. «È una grande responsabilità, anche se un programma non è decisivo per una carriera».
A definirla “rock” era stato Piero Pelù, e lei aveva risposto con una battuta delle sue: «Meno male che se n’è accorto, sono anni che dico che il rock è dentro di me». In quella frase c’era molto della Carrà: autoironia, controllo della scena, leggerezza usata come strumento serio. Mai una posa, semmai una disciplina nascosta.
Il talento, la gavetta e la lezione ai giovani artisti
Ai ragazzi di The Voice, Raffaella Carrà chiedeva prima di tutto determinazione. Ma non solo quella. Servivano ascolto, fiducia, capacità di capire quando qualcosa non funzionava, senza scaricare sempre la colpa sugli altri. «Ci vuole fortuna, io credo nel destino», diceva, aggiungendo però che il destino da solo non basta. Ci vuole testa. E pazienza.
La cattiveria, secondo lei, non apparteneva davvero a un artista. «Caso mai deve essere caparbio, testardo, credere in se stesso, ma con autoironia», spiegava. Una distinzione netta, quasi una regola di lavoro. Il successo lungo, aggiungeva, non arriva per caso e non resta senza merito.
Boncompagni parlava di una volontà d’acciaio, tra dieta, piscina e capelli da domare. Lei correggeva il tiro, ridendo: «Io direi entusiasmo, di ginnastica non se ne parla. Nuoto sì, mi piace molto». Quanto ai capelli, diventati parte della sua immagine quanto il sorriso e il caschetto, la risposta era pratica: «Se voglio che si muovano con me li debbo domare». La televisione, diceva, ingrassa. Poi, finito il lavoro, si recupera.
Dalla politica alle donne: le parole di Carrà sull’Italia
Raffaella Carrà non evitava i temi pubblici. Alle primarie del centrosinistra, raccontava, aveva votato Matteo Renzi: «Non che non stimi Bersani, ma sentivo che il cambio era lui». E quando le chiedevano di immaginare una donna al Quirinale, citava Emma Bonino, seguita negli anni in cui lavorava in Spagna: «Si è sempre mossa con grande bravura». Per la presidenza del Consiglio, invece, faceva il nome di Fabrizio Barca.
Sull’Italia usava parole asciutte, senza frasi di circostanza. «Sono fiduciosa, ma l’Italia ha fretta di fatti concreti, di soluzioni comprensibili e meno adempimenti burocratici», osservava. Tante famiglie, ricordava, stavano soffrendo. E lì la voce cambiava tono: «È ora di muoversi».
Tra le battaglie delle donne, metteva al centro il femminicidio. Lo definiva «intollerabile» e chiedeva che le donne maltrattate denunciassero subito, prima che fosse tardi. Ma non bastava denunciare: dovevano essere credute, e aiutate dalle forze dell’ordine. Un passaggio netto, pronunciato senza enfasi, proprio per questo più diretto.
Icona pop, fragilità private e il rapporto con il tempo
Gli abiti, i guantini neri disegnati dal costumista Luca Sabatelli, le zeppe di Milleluci con Mina, i ricordi di Fantastico con Roberto Benigni: nella memoria di Raffaella Carrà tutto diventava racconto, anche l’imprevisto. Di Benigni diceva di aver vissuto, stesa a terra, «i cinque minuti più preoccupati e più pieni di risate» della sua vita. Una scena rimasta nella televisione, ma lei la restituiva così: con il corpo, il tempo, la risata.
Piaceva molto alle donne e al pubblico gay. Quando le chiedevano come si diventi un’icona, rispondeva senza fingere di avere una formula: «Questo proprio non lo so». Forse, diceva, le donne la vedevano naturale, con i suoi segni del tempo; forse i gay amavano la sua fantasia e il suo modo di essere. Poi aggiungeva, quasi abbassando la voce: «Ma forse lo credo solo io».
Sul matrimonio non aveva rimpianti, sui figli sì. «Di un bimbo sento la mancanza», ammetteva, ricordando che «la natura decide per te e non tu per lei». In compenso parlava dei nipoti, amati e presenti. Alla domanda su chi dovesse ringraziare, citava la famiglia, l’emilian-romagnolità, il dirigente Rai Giovanni Salvi, Boncompagni e Sergio Iapino. Quanto agli anni che passano, nessuna frase costruita: «Spero che la salute mi assista, questo è l’importante».