Venezia 65: Rachel getting married – Gabbla (Inland)

Venezia 65: Rachel getting married, di Jonathan Demme Jonathan Demme è ad oggi uno dei più grandi registi americani contemporanei. Non sto esagerando, e anzi sono convinto che sia parecchio sottovalutato, tra chi crede che sia solo un pallone gonfiato e chi pensa che abbia azzeccato davvero solo un paio di film. Ultimamente ci ha

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Venezia 65:
Rachel getting married, di Jonathan Demme

Jonathan Demme è ad oggi uno dei più grandi registi americani contemporanei. Non sto esagerando, e anzi sono convinto che sia parecchio sottovalutato, tra chi crede che sia solo un pallone gonfiato e chi pensa che abbia azzeccato davvero solo un paio di film.

Ultimamente ci ha regalato alcuni gran bei documentari, tra cui lo splendido The Agronomist e Jimmy Carter Man from Plains visto lo scorso anno proprio a Venezia in Orizzonti, e un sottovalutato ma grandissimo remake, ossia The Manchurian Candidate. E questo dopo una bellissima carriera iniziata con l’exploitation del divertente cult Femmine in gabbia, passato attraverso un capolavoro del calibro de Il silenzio degli innocenti.

Rachel getting married è il suo ultimo film; “venduto” come commedia, non si tratta di un film alla Qualcosa di travolgente o Una vedova allegra… ma non troppo, ma di un dramma familiare con punte di graffiante ironia. Kym, un’ex-modella che si sta disintossicando in un rehab, torna a casa nel fine settimana per partecipare al matrimonio della sorella Rachel: ovviamente sarà l’occasione per incontri, scontri, chiarimenti e per rispolverare i fantasmi del passato.

Il titolo provvisorio della pellicola, scritta da Jenny Lumet, era Dancing with Shiva: ballando col dio della distruzione, appunto, ovvero Kym, che come un ciclone ritorna e distrugge equilibri e illusioni. E per mettere su pellicola queste scene da matrimonio, Demme opta per il finto filmino: una scelta felicissima che permette al regista di infiltrarsi come vero testimone invisibile, di assistere ad estenuanti e lunghissimi balli, canti e conversazioni e di far partecipe lo spettatore di tutti i fatti che accadono.

Rachel getting married ha delle profonde radici nella cultura americana, un vero melting pot che Demme adora e descrive con grande naturalezza. Ma si tratta solo del “più bel filmino casalingo mai realizzato”, come lo ha descritto il suo regista, o è qualcosa di più? Molto di più. La partenza è un matrimonio, lo svolgimento è soprattutto quello della metabolizzazione del lutto. Un grande film indipendente nell’anima e nello stile, con musica al solito ben assortita (e con un brano di Neil Young, of course), libero di giocare e descrivere, libero di narrare e di emozionare. Coppa Volpi ad Anne Hathaway, ve ne prego.

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Gabbla (Inland), di Tariq Teguia
Ci sono stati due film africani della stessa durata (140 minuti) nel concorso: il bellissimo e coraggioso Teza, che dopo essere stato definito dal Mereghetti un capolavoro tutti si stanno dando da fare per rivedere dopo essere fuggiti al secondo minuto di proiezione, e questo Inland (Entroterra).

Uno analizza l’Etiopia e la sua storia, l’altro, attraverso la vicenda del topografo Malek, analizza l’attuale Algeria. Tra guerre, fondamentalismi e povertà. Se Gerima nel suo film riusciva con uno stile personalissimo e addirittura originale a convincere fino in fondo col suo ritratto di un paese, non si può dire lo stesso del film di Teguia.

Che è di certo un cinema “povero”, quindi tecnicamente limitato, ma è anche un cinema spesso sbagliato: e non si parla solo di una fotografia spesso giostrata male (il finale tutto giallo, secondo il sottoscritto, è un caso e al regista è piaciuto così) e di alcuni difetti digitali neanche corretti. Si parla di coinvolgimento emotivo che non arriva mai, di esasperata lentezza che diluisce una materia che poteva essere trattata in tutt’altro modo. Grande imbarazzo finale in Sala Grande, e giuria abbastanza sconvolta. In giro si leggono alcune recensioni positive: alcune sono shockanti.

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