Venezia 65: The Wrestler - La fabbrica dei tedeschi

The Wrestler

Venezia 65:
The Wrestler, di Darren Aronofsky

Pensavate che Aronofsky dopo L'albero della vita fosse spacciato? Vi sbagliavate di grosso, e Darren è più vivo che mai e lotta assieme a noi. Il suo quarto film è il suo miglior risultato assieme all'esordio (il bellissimo Pi) ed è davvero di una onestà che lascia sorpresi. The Wrestler narra la parabola del lottatore Randy Robinson, tra problemi di salute (tra cui un infarto) e problemi familiari (la figlia lo odia). Una storia risaputa e semplice? Per carità, non si sta dicendo il contrario: ma sapeste com'è coinvolgente e divertente questo Aronofsky 2008...

Telecamera a spalla per buona parte della pellicola, gran bella fotografia (guardate anche gli interni del disco-pub dove si esibiscono le lap-dancer), un bell'uso della narrazione lineare frammentata solo poche volte, come nel momento di un violentissimo incontro, dove vediamo prima i risultati e le botte che si sono dati i due lottatori e poi vediamo come si sono fatti male. Tra l'altro la scena è non poco violenta, e il film offre alcuni momenti di sangue non indifferenti: attenzione alla scena dell'affettatrice e del pollice...

Straordinario il terzetto di attori, che meritano un discorso a parte tutto per loro. Marisa Tomei, dopo Onora il padre e la madre, incomincia di nuovo ad entrare nei nostri cuori; gentilissima ad offrirsi come mamma l'ha fatta, ma anche emozionante e capace di offrire sguardi intensissimi. Evan Rachel Wood, in versione mora, ha dei momenti di bravura estrema, e la sua rabbia verso il padre, a cui vuole bene comunque, è ben tangibile. Ma è davvero grande il protagonista, ossia Mickey Rourke: che a molti farà paura per il viso, ma offre una prova d'attore veramente splendida, convincente e commovente.

The Wrestler è cinema americano sincero e divertentissimo, ed ha altre carte a suo favore. In primis i titoli di testa, "fumettosi" e colorati. Una gran bella colonna sonora, assortita e molto eightes. E poi alcune frecciatine non indifferenti: si passa da La passione di Cristo a Kurt Cobain. Sul finale, come per il film della Bigelow, devo pensarci su un po'. Ma il film resta davvero bello.

Orizzonti - Eventi:
La fabbrica dei tedeschi, di Mimmo Calopresti

Il cinema italiano lo si può anche criticare, ma il documentario nostrano è sempre utile, rigoroso, emozionante, intelligente. Tutti aggettivi che si sposano alla perfezione col nuovo lavoro di Calopresti dedicato all'esplosione avvenuta nel dicembre 2007 alla ThyssenKrupp torinese. La fabbrica dei tedeschi è un insieme di interviste fatte ai parenti delle sette vittime e ad altri operai che sono sopravvissuti all'incidente.

Un film d'inchiesta doveroso, anche visto il tema d'attualità delle morti bianche, con un incipit "artistico" forse inutile e che nulla aggiunge al documentario in sé, che è forte, colpisce duro e fa arrabbiare. Tra l'altro le emozioni del film sono in crescendo. Si arriva ad un finale in nero con la registrazione di una chiamata effettuata da un operaio alla polizia, e con un video pescato da YouTube che fa venire i brividi. Si esce dalla sala abbastanza sconvolti...

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