I Cultissimi di Cineblog American Splendor di Shari Springer Berman e Robert Pulcini: foto e recensione

American Splendor (id USA 2003) di Shari Springer Berman e Robert Pulcini con Paul Giamatti, James Urbaniak, Harvey Pekar, Judah Friedlander, Hope Davis.Harvey Pekar non è più nel fiore degli anni, è basso, stempiato, antipatico, scontroso, scostante, ha una voce arrochita da una vita di urla di rabbia, un lavoro insignificante (fa l’archivista in un

I Cultissimi di Cineblog American Splendor di Shari Springer Berman e Robert Pulcini: foto

American Splendor (id USA 2003) di Shari Springer Berman e Robert Pulcini con Paul Giamatti, James Urbaniak, Harvey Pekar, Judah Friedlander, Hope Davis.

Harvey Pekar non è più nel fiore degli anni, è basso, stempiato, antipatico, scontroso, scostante, ha una voce arrochita da una vita di urla di rabbia, un lavoro insignificante (fa l’archivista in un ospedale di Cleveland, Ohio) e un’intelligenza abbastanza acuta e
cinica da ricordargli ogni minuto che passa che è un fallito bello e buono.

Eppure Harvey sa benissimo di essere abbastanza intelligente, preparato e originale da poter creare qualcosa che permetterà al suo nome di rimanere impresso nella storia. L’incontro fondamentale è quello con Robert Crumb, un fumettista di grande talento (in seguito diventerà il creatore di Fritz il gatto) ma soprattutto un animo affine, ugualmente asociale.

La vicinanza con Crumb, che a poco a poco sta raggiungendo il successo nel mondo del fumetto americano, spinge Pekar a fare di più. L’idea, geniale, di Harvey è quella di narrare la propria vita, ovviamente a modo suo, sulle pagine di un fumetto. Non sapendo minimamente disegnare, chiede aiuto a Crumb per dare vita alle sue storie.

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Le avventure di questo brontolone, permaloso, spiumato, cinico, intellettuale archivista di Cleveland fanno impazzire gli intenditori di comics. Ma pur essendo riuscito a scolpire il suo nome negli annali del fumetto, Harvey non può, e forse non vuole, permettersi di
lasciare il suo lavoro; continua così, nella banalità e nella normalità, la vita di un uomo mai banale e sicuramente non normale.

“American Splendor” è, sostanzialmente, come la rubrica dei Cultissimi di Cineblog: esce una volta l’anno. In 32 anni, infatti (dal 1976 al 2008) questo fumetto americano decisamente fuori dagli schemi è arrivato solamente al 39esimo numero; nonostante ciò, anzi sin dal suo esordio, la creatura di Harvey Pekar ha ottenuto grandi successi e riconoscimenti nel mondo del fumetto underground americano.

E dopo 27 anni di onorata e travagliata carriera giunge anche la proverbiale ciliegina sulla torta, sotto forma di uno dei biopic più fuori dagli schemi che possiate immaginare. D’altronde avendo a che fare con un personaggio del genere quella presa dai due registi -di professione, non per caso, documentaristi- è stata la soluzione ottimale.

Non poteva essere altrimenti: solo una persona come Harvey Pekar che, dopo trent’anni, ancora non riesce a capire la differenza, e se via sia differenza, tra sé stesso e il personaggio protagonista di American Splendor può accogliere facilmente nell’ampia famiglia un
ennesimo calco di personalità. A interpretarlo nella pellicola di Pulcini e Berman ci pensa il talentuoso Paul Giamatti, nel ruolo che lo lancerà nel novero dei grandi attori contemporanei.

Giamatti, pur non somigliando per niente a Pekar (come più volte tende a ricordare lo stesso scrittore durante lo svolgimento del film), lo imita alla perfezione nell’aspetto più importante: la creazione di un personaggio tremendamente vivo, palpabile, tangibile. Come il Pekar fumettistico buca la pagina, così il Pekar cinematografico sembra dover uscire da un momento all’altro dallo schermo per rimbrottare sul fatto che anche a noi sia effettivamente piaciucchiato “La Rivincita dei Nerd”.

Giamatti, come detto, è decisamente speciale. Ma per essere notati ci vuole anche la giusta spinta. E al riguardo possono certamente aiutare i premi ottenuti al Sundance, dal National Board of Review e il viaggio spesato alla 56esima edizione del Festival di Cannes, nella
sezione Un Certain Regard.

Il film, inoltre, nonostante gli incassi relativamente bassi (comunque quattro volte maggiori rispetto alle spese di produzione, 7 milioni di dollari contro 2), è diventato istantaneamente un fenomeno cinefilo underground, la cui eco è giunta persino in Italia. Ovviamente, e il discorso non inizia nemmeno, qua da noi, nel Bel Paese, i fumetti di Pekar non hanno ancora cittadinanza, castrando, de facto, una visione completa ed esauriente
del film. Il quale rimane, in ogni caso, ampiamente di culto e ampiamente consigliato, non foss’altro che per la geniale figura di Toby, giovane amico e collega di Harvey, lievemente autistico, pronto a guidare per centinaia di miglia per vedere “La Rivincita dei Nerd” e
veejay per un giorno su MTV.

Purtroppo la nostra storia non ha un lieto fine. I due bravi registi di “American Splendor”, Robert Pulcini e Shari Springer Berman, sono finiti, infatti, a dirigere “Diario di una
Tata”. Per molti una promozione, visti i 20 milioni di dollari di budget e la presenza di Scarlett Johansson. Ma siamo convinti che il buon Harvey Pekar avrebbe decisamente qualcosa da ridire.

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