Berlino 2013 – Promised Land: recensione in anteprima

Arriva dal Festival di Berlino nelle sale Promised Land, il film di Gus Van Sant con Matt Damon che ha fatto tanto discutere gli Usa. Leggi la recensione.

Eccolo qui: il Gus Van Sant più sfacciatamente “venduto”, su commissione, dichiaratamente impersonale. Promised Land è, forse ancora più di Scoprendo Forrester (che a suo modo aveva cosette che rimandavano a Will Hunting), il film che meno si riesce ad inquadrare subito all’interno della carriera del regista americano. Per cui, venuta meno la politica dell’autore, si fa fatica: succedeva anche con L’amore che resta.

Doveva essere infatti il film d’esordio alla regia di Matt Damon, che poi ha dovuto abbandonare il timone e cedere ad una persona fidata il progetto, comunque ideato e sceneggiato da lui assieme al co-protagonista John Krasinski. E di chi può fidarsi di più di Van Sant, col quale ha collaborato più e più volte e che gli ha fatto vincere il suo unico Oscar (per la sceneggiatura di Will Hunting)?

Però questi sono tutti discorsi che lasciano un po’ il tempo che trovano, perché alla fine Promised Land non è affatto brutto. E, se proprio lo si vuol cercare, Gus Van Sant c’è. Basterebbe il suo sguardo sulla periferia americana: il quale è sicuramente meno geometrico rispetto a quello di un Elephant, e meno sognante di quello con cui inquadra quella Portland che spesso ha ospitato i suoi protagonisti, ma è ancora ben riconoscibile, umano ed onesto.


Steve Butler è un rappresentante aziendale della Global che arriva in una cittadina rurale assieme alla sua collega, Sue. Visto che la cittadina è stata duramente colpita dalla crisi economica negli ultimi anni, i due credono che la gente sia ben disposta ad accettare un’offerta in denaro della loro compagnia in cambio dei diritti di perforazione delle loro proprietà terriere.

Ma quello che al duo sembra un gioco da ragazzi si complica a causa dell’opposizione di Frank Yates, un maestro di scienze molto rispettato nel paesino, e che avrà il supporto inaspettato nella campagna popolare di un altro uomo, Dustin Noble, ecologista ambientale del gruppo Superior Athena deciso a combattere Steve e la Global. Infatti secondo Yates il processo di fracking (trivellazione ed estrazione del gas) non è affatto perfetto, e bisogna quindi andare al voto, affinché ognuno abbia tempo per ragionare sulla propria posizione….

Il film si costruisce attorno alla lotta tra due modi di vivere e di pensare opposti: da una parte il mondo aziendale e monetario della Global, che non ha mai perso una causa in cinquant’anni, e dall’altra l’ideologia e la difesa della vita rurale e pulita della Superior Athena. Solo che, appunto, ad impersonificare questi due mondi opposti ci sono esseri umani, con tutte le loro storie e le proprie personalità.

Steve, interpretato con convinzione da Damon, è cresciuto da bambino in zone rurali simili a quella del paesino in cui è arrivato. Precisamente ad Eldridge, Iowa, terra delle caterpillar plants: ma, tra delusione e impossibilità per un futuro, se ne andò da giovane. Oggi si trova ad essere quel bad guy che non voleva essere. Dall’altra parte, Dustin ha avuto una brutta storia con la Global, ed è intenzionato a sconfiggerla ad ogni costo: ad iniziare dal distribuire ovunque volantini ed affiggere cartelli con scritto “Global Go Home”.

Non solo: mentre Steve e Sue (la quale, nonostante sia sempre al telefono controllando il figlio, è sempre pronta e professionale) vanno di porta in porta a tentare di convincere le persone a permettere che nei loro terreni si avvii il processo di fracking, promettendo a tutti dei soldi di cui hanno disperatamente bisogno (“You could be a millionaire“), Dustin va anche a scuola dai bambini per insegnare loro cosa succede se nei terreni delle loro case avviene il processo di trivellazione.


Questa lotta viene controllata e tenuta per le briglie in fase di sceneggiatura, e nonostante si capisca bene quali siano le intenzioni di Damon nel voler raccontare una storia del genere, c’è da ammettere che la materia è piuttosto lavorata. In America il film ha diviso la critica e il pubblico, soprattutto per le personali opinioni su un tema sentitissimo. Ma le intenzioni politiche di Promised Land sono controllate anche dalla regia di Van Sant, che ci regala innanzitutto un bel ritratto di piccolissima provincia americana.

Basta vedere come il regista inquadra la casa di Alice, la bella ed intraprendente insegnante contesa da Steve e Dustin: quasi un quadro perfetto da cui traspaiono pace, purezza ed innocenza. Ma sono azzeccatissimi anche tutti i momenti ambientati nel pub del paese, tra alcol che scorre a fiumi (notevole l’absolute madness a suon di chupiti, ai danni però solo del forestiero!) e karaoke con band dal vivo. Per non parlare della bimba che vende limonata, che, tra fierezza ed ingenuità, non vuole che Steve le lasci il resto…

Un mondo a parte rispetto a quello delle grandi città, ovviamente. Steve e Sue arrivano infatti consci e preparati, tentando sin da subito di sembrare simili ai “locali”. Devono apparire simpatici e non rigidi (Sue deve pure cimentarsi nel karaoke di cui sopra); usano sempre un approccio pre-programmato (notare come, per ben due volte, Steve si rivolga ai figli delle persone con cui andrà a parlare chiedendo simpaticamente se sono loro i proprietari); e, per raccogliere più voti, organizzano anche una bella town fair.

Promised Land è insomma un film che, professionalmente, fila liscio senza troppi intoppi. Magari risulta un po’ didascalico e semplice, ma ha il ritmo giusto. Fino al “terzo atto”, che ha assieme una trovata geniale ed una conclusione deludente che rischia di inficiare tutto il risultato. Non vi sveleremo nulla, ovviamente, ma sappiate che c’è un momento che ribalta la lettura di tutto il film. Il quale, con efficacia, non vuole discutere tanto sulla questione specifica, ma allarga il proprio discorso in maniera vertiginosa. E, rispetto al punto di partenza, c’è una bella differenza.

Il finale vero e proprio, scritto in modo talmente frettoloso che sembra quasi Van Sant volesse farla finita il prima possibile, è deludente rispetto alle aspettative, vero. Ma è in realtà coerente con la storia, ed è forse l’unica conclusione possibile: l’unica onesta e sincera, l’unica che dia un senso a tutta l’operazione. Le compagnie ci governano a nostra insaputa, scegliendo per noi sempre e comunque. Noi comuni mortali dopotutto continuiamo ad essere quei miniature horses guardati da lontano con un misto di curiosità e disprezzo.

Voto di Gabriele: 7

Commento di Antonio Maria Abate

Promised Land è un film che, probabilmente, ancora meno persone si sarebbero dette disposte a trattare con la medesima accondiscendenza se alle sue spalle non ci fosse stato un certo Gus Van Sant – autore tuttavia non nuovo a talune critiche. Ci spiace ammetterlo, ma è così. Superfluo, probabilmente, il ricorso a certe pellicole precedenti: il Van Sant di questa sua ultima fatica pare essere legato, vincolato ad un lavoro che porta a termine con indiscutibile mestiere e poco altro. C’è da chiedersi: basta?

Beh, questo dipende dallo spettatore. Nel caso di chi scrive no, non è stato sufficiente. Qua e là qualche espediente interessante, non solo a livello di interni, di scorci (sfocianti nell’immancabile cenno socio-antropologico), ma soprattutto in relazione a certi personaggi oltremodo marginali, eppure altrettanto azzeccati quanto a presenza scenica. Tuttavia la forza della narrazione sbatte il muso contro la mancata rappresentazione di certe remore, certe riserve morali, che rappresentano un po’ il fulcro della pellicola.

Frances McDormand è certamente la migliore, mentre quel senso di spaesamento che, a ragion veduta, Damon ha dovuto conferire al proprio personaggio, appare troppo forzato, a tratti artificiale. Il tema è senz’altro scabroso, e al di là di legittime prese di posizione, poco altro emerge rispetto alla trita e ritrita tirannia e malignità della potente multinazionale di turno. Quel finale poi, così sbrigativamente risolutorio, tende inevitabilmente ad invalidare un intero discorso, già sino a quel punto claudicante.

Riconosciamo a Promised Land il merito di porre alcuni quesiti interessanti, ai quali però ci si affaccia troppo timidamente per ammetterne una vaga efficacia. Non aspiravamo a toni di denuncia, sia in un senso che nell’altro, ma dopo una relativa calma piatta per buona parte del film, ecco la stoccata! Salvo poi vanificarla appena qualche minuto dopo con un epilogo che inevitabilmente lascia l’amaro in bocca – non tanto in relazione ai contenuti, quanto al modo in cui il tutto ci viene sottoposto.

Ciò che rimane è un abbozzo incerto ad un malcelato dualismo, innesto troppo timido, e a questioni sintetizzabili nel più classico del “ognuno ha un prezzo”, con quel «è solo un lavoro» che dà potenzialmente adito a tutto e a niente. Ad oggi non ci si può limitare ad un approccio così tiepido, dalla connivenza implicita e involontaria, nei riguardi di questioni da tempo pressanti.

Voto di Antonio: 5,5

Promised Land (USA, 2012, drammatico) di Gus Van Sant; con Matt Damon, John Krasinski, Rosemarie DeWitt, Hal Holbrook, Scoot McNairy, Titus Welliver, Frances McDormand, Sara Lindsey, Joe Coyle, Karen Baum – Qui il trailer italianoDal 14 febbraio in sala.

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