Gran Torino: Recensione in Anteprima

Gran Torino (Gran Torino – Stati uniti 2008) di Clint Eastwood; con Clint Eastwood, Christopher Carley, Bee Vang, Ahney Her, Geraldine Hughes, John Carroll Lynch Walt Kowalski è un vecchio reduce della Guerra di Corea, intriso di sentimenti razzisti e, più in generale, di grande acredine e malcelato disprezzo per il mondo che lo circonda.

Locandina Gran TorinoGran Torino (Gran Torino – Stati uniti 2008) di Clint Eastwood; con Clint Eastwood, Christopher Carley, Bee Vang, Ahney Her, Geraldine Hughes, John Carroll Lynch

Walt Kowalski è un vecchio reduce della Guerra di Corea, intriso di sentimenti razzisti e, più in generale, di grande acredine e malcelato disprezzo per il mondo che lo circonda. Di questo mondo, ovviamente, fa parte anche la sua famiglia, riunitasi – con gran disdoro del patriarca – in occasione dei funerali della signora Kowalski.

A complicare le acide giornate di Walt, non fossero sufficienti la morte della moglie, il frivolo becerare dei figli e dei nipoti e l’insistenza del giovane parroco del luogo (fermamente deciso a portare a termine le ultime volontà della trapassata, ovvero convincere il marito a farsi confessare), ci pensa la geopolitica.

La graziosa villetta a schiera del vecchio burbero, infatti, riposa in uno sperduto ghetto del Michigan circondato da una forte comunità di Hmong, un popolo originariamente sparso fra la Cina e il sud est asiatico ma con un forte tasso di immigrazione verso gli Stati Uniti. Walt non può far altro che digrignare i denti in un perpetua smorfia di rabbia e tentare di dimostrare (infruttuosamente peraltro) all’anziana nonna Hmong della villetta accanto che può sputare il tabacco molto più lontano di lei.

Il precario equilibrio etnico si spezza immancabilmente quando Thao, l’adolescente vicino di casa di Walt, viene aggredito dal cugino e dalla sua ghenga di teppisti, desiderosi di battezzarlo come nuovo membro della malavita locale. Kowalski interviene col fucile spianato per costringere i ragazzi ad andarsene dalla sua proprietà. Il gesto, poco eroico in realtà, viene frainteso dalla comunità asiatica, che elegge un infastidito e ingrugnito Walt a paladino del vicinato contro la criminalità.

Il vecchio, suo malgrado, e dopo aver cominciato a conoscere e apprezzare i due giovani vicini di casa, Thao e la sorella maggiore Sue, finisce pian piano per sciogliersi e aprirsi. Continua a rifiutare l’etichetta di eroe, ma accetta, con finta malavoglia, quella di amico e mentore dei due ragazzi.

La situazione, idilliaca, pare perfetta. Ma due elementi giungono a sconvolgere l’eden multirazziale. Dapprima Walt scopre (piuttosto ironicamente da una dottoressa asiatica) di essere affetto da una malattia che di lì a poco lo consumerà inesorabilmente. Quindi, con l’arroganza stolida che solo una banda di criminali può avere, si consuma la vendetta del cugino di Thao per l’umiliazione subita dal vecchio Walt. Una raffica di uzi sulla villetta della famiglia Hmong e, soprattutto, le violenze inflitte alla povera Sue, convincono il reduce di guerra ad assurgere al ruolo, questa volta scientemente e per i giusti motivi, di eroe della situazione.

Clint Eastwood, a pochi mesi dall’uscita del bellissimo Changeling, si ripete e consegna in pochissime e selezionate sale americane una nuova pellicola, giusto in tempo per i draft in vista degli Academy Awards (il film è stato distribuito, in maniera limitata, in patria il 12 dicembre. La vera distribuzione casalinga partirà dal 9 gennaio, mentre in Italia, buona terzultima davanti solo a Islanda e Giappone, il film arriverà il 27 febbraio).

In soldoni il film nasce per sfruttare l’opportunità data dallo stato del Michigan di riempire di soldi i produttori intenzionati a sfruttare come location le bellezze (sic) del Wolverine State. Eastwood, con un buon copione in mano e la briglia sciolta, in pochi mesi ha girato e postprodotto Gran Torino, tanto per cambiare un altro, l’ennesimo, ottimo film di quello che ormai, a detta di molti, è fra i maggiori registi viventi.

Un altro convinzione diffusa, e abbastanza trita seppur vera, è che Eastwood sia l’ultimo dei registi classici, l’ultimo dei direttori d’orchestra che ancora non abbiano abbracciato le tesi della dodecafonia. Gran Torino non fa eccezione, raccontando in maniera lineare e sicura una storia moderna e virata in chiave di commedia drammatica. Da sempre l’unicità di Eastwood, e nella sua semplicità sembra paradossale indicarla come peculiarità, sta nella perenne volontà di girare un film per raccontare una storia. Attenzione, ho parlato di paradosso perchè in sè il concetto di cui sopra è molto semplice, ma sicuramente non banale. Eastwood ha fatto, molto tempo fa per altro, una chiara scelta poetica a proposito del suo cinema, decidendo di concentrare gli sforzi produttivi ed estetici sullo sviluppo lineare, ritmato, potente di una storia di suo interesse.

Gran Torino, appunto, non fa eccezione, rivelandosi il solito, rivoltante esempio di immane talento ed esperienza cinematografica. In America il film pare aver avuto un’accoglienza critica calorosa, anche se le nomination ai Golden Globes sembrano aver frustrato le velleità di Oscar della produzione (il film ha ricevuto un’unica nomination, quella per la Miglior Canzone Originale).

Come non ammettere che fa molto piacere vedersi piombare fra capo e collo due film diretti da Clint Eastwood nel giro di pochi mesi? Per non parlare del fatto che in questo caso il buon Clint si ripresenta anche davanti alla macchina da presa nei panni di Walt. Vederlo digringare, mugugnare, grugnire e bestemmiare per due ore è una rara gioia.

Senza ulteriori indugi posso rivelarvi questo: Gran Torino vi divertirà, vi farà incazzare, vi farà sorridere, vi farà indignare, vi farà pensare e infine vi farà piangere. Se siete quel tipo di spettatori che pretendono di avere il film in pugno, che salgono sul piedistallo del cinephile con un block notes in mano pronti a prendere appunti sulle sbavature cromatiche della fotografia, fuori di qui. Questo non è un film adatto a voi e vi fareste molto male cadendo dal trono. È un film perfetto, invece, per chi sa, con criterio, lasciarsi consapevolmente trasportare, senza per forza serbare rancore nei confronti di quella mano invisibile, la mano del regista, che senti appoggiarsi sulla tua spalla, pronta a guidarti in una direzione o nell’altra.

Data di uscita nei cinema: 13 marzo

Voto Nicola: 8
Voto Simona: 9
Voto Gabriele: 10
Voto Carla: 9
Voto Federico: 8.5
Voto Carlo: 9

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