Il Miracolo Miyazaki

“Kiki - consegne a domicilio” è l’ennesimo gioiello del maestro giapponese. Ecco perché non bisogna lasciarselo sfuggire

Il Miracolo Miyazaki

Pomeriggio come tanti in un multisala fuori città. Porto mio nipote (il mio grande, grosso nipote… 16 anni per 1,80 di altezza, non propriamente il bimbo che ci si aspetterebbe) a vedere l’ultimo gioiello di Miyazaki, il delicato Kiki- consegne a domicilio. Il film, come quasi tutti sanno, in realtà precede Porco Rosso, La principessa Mononoke e tutti gli altri capolavori recenti del maestro ma, per un curioso quanto felice cortocircuito distributivo, lo stiamo gustando soltanto adesso grazie all’operazione di recupero curata dalla Lucky Red (un plauso ad Andrea Occhipinti per la sua sensibilità e cinefilia).

Come sempre in questi casi (perché, a mio avviso, Miyazaki starebbe meglio in una calda sala cittadina che accanto ai “Croods” o al frastuono di “Iron Man 3”) il pubblico è esiguo e per lo più è costituito da bambine con relative mamme. Fra queste ultime ne scorgo alcune più interessate ad armeggiare coi loro palmari che a partecipare con le figlie allo splendido romanzo di formazione che il maestro giapponese ha donato al pubblico. Tuttavia anche loro sono lì ed alla fine, nonostante tutto, è solo questo che conta.

Perché se il mio grande, grosso “nipotone”, anch’esso schiavo di tecnologia e i-mostri vari, riesce per due ore a distaccarsi da quei diabolici aggeggi per immergersi in una narrazione senza confini di tempo, forse il miracolo potrebbe toccare anche a quelle mamme e soprattutto a quelle bimbe “intossicate” da troppe Hannah Montana e Violette. Per quanto mi riguarda, assistendo al film, il miracolo si ripete ancora una volta.

Ed è quello di un classico che, pur con i suoi 24 anni sulle spalle, riesce ancora a rivolgersi al cuore ma soprattutto allo spirito di tutte quelle generazioni disposte a prestare orecchio alle sue grandi verità, non declamate quanto piuttosto sussurrate. Un film sull’adolescenza più moderno di tanti insulsi trattati pedagogici sull’argomento ma anche, sotto il profilo meramente visivo, un gigante dell’arte disegnata che riesce a far diventare piccoli e miserabili i titani dell’animazione computerizzata, costantemente perduti dentro le smorfiette giovanilistiche e cool dei loro personaggi.

Miyazaki adopera invece le stesse fisionomie dei protagonisti da più di 40 anni e si serve ancora di tavolozze e pennelli per conferire ai suoi scenari l’incanto e la suggestione dei dipinti (perché dentro quelle foreste o quei sentieri acquerellati ci si può davvero entrare e magari anche perdersi). Il segreto di questa speciale “classicità” risiede innanzitutto in una salda concezione estetica, frutto di scelte probabilmente giudicate desuete dai più ma che in realtà originano da quel profondo umanesimo (inteso come fede negli uomini) tipico della saggezza orientale del suo autore.

Forse è per questo che i suoi film, già soltanto a livello epidermico, riescono a cingere subito lo spettatore in un abbraccio pieno di sincerità e calore, conferendogli una serenità che non credeva quasi più di poter provare. Assistervi è quasi come provare l’esperienza di una madeleine proustiana: sono sensazioni che abbiamo provato in passato, magari sedimentate impietosamente sotto il tempo, ma ancora calde come braci non del tutto spente. Come se non bastasse, a questo miracolo “sensoriale” si accompagna anche una straordinaria lungimiranza sotto il profilo etico ed educativo, quella stessa che rende film come “Laputa”, “La città incantata” e “Ponyo”, metafore limpide e lucidissime su maturazione e assunzione di responsabilità. Perché, va detto, Miyazaki pone costantemente al centro della sua narrazione la nascita e l’evolversi della coscienza individuale (di un popolo?) e non a caso la sua indagine origina sovente dall’infanzia (“Totoro”, “Ponyo”), territorio vergine dello spirito, salvo poi spostarsi verso le intermittenze e i moti delle fasi successive (l’adolescenza ne “La città incantata” e in “Kiki”) e senza mai dimenticare il rapporto con la Storia che ci ha preceduto (si veda la presenza ricorrente della figura anziana, sempre ritratta con commovente devozione e rispetto).

Un romanzo di formazione intenso e umanissimo che si svolge attraverso queste diverse età e che sceglie di partire proprio dall’animazione, chiave per accedere al mondo dei bambini, per giungere anche alla dimensione degli adulti. Un viaggio che si sviluppa sempre in armonico accordo con la Natura, madre generatrice da cui proveniamo e nei confronti della quale dovremo sempre assumerci tutte le responsabilità. E responsabilità, per l’appunto, è anche la parola chiave di “Kiki”, il film meno visionario di Myiazaki, ma anche il più sottile e sotterraneo nel dare sostanza a quelle mutazioni individuali sempre in atto. Mutazioni che non passano qui attraverso la trasfigurazione fisica (e conseguente meraviglia visiva) presente negli ultimi capolavori, quanto piuttosto dalla rappresentazione di un’età tumultuosa come l’adolescenza ed in particolare di quella di una streghetta tredicenne alle prese con oneri e amori piuttosto che con pozioni e rivalità tra colleghe.

Ma la magia qui è solo il campo di battaglia sul quale viene a compiersi una storia (classica) di emancipazione, quella emancipazione che va saggiamente conquistata e non regalata, e di indipendenza sofferta innanzitutto sulla propria pelle. La moneta di scambio per una simile conquista non è data soltanto dal compenso che Kiki ottiene per il suo lavoro, ma soprattutto dall’acquisizione di uno sguardo nuovo sul mondo e sulle “vite degli altri”, sulle dolcezze che non verranno comprese e sulle meschinità che con esse coabitano.

E crescere, ci suggerisce Miyazaki, significa allora passare da una “prospettiva” alta (quella della streghetta in volo sulle case) fino a quella del mondo che sta giù, quello più concreto e coi piedi per terra, reale anche se non sempre ideale. Questo l’ennesimo miracolo “educativo” di un’opera solo apparentemente piccola ma in realtà imponente e profonda come le precedenti (e le seguenti), l’ennesima tessera di uno splendente mosaico che non vorremmo finisse mai di essere cesellato.

Alla fine resto seduto (ovviamente) anche durante i titoli sui quali scorrono ancora sequenze e musica, magari per condividere, anche solo con lo sguardo, lo stesso miracolo con gli altri presenti. Ma è troppo tardi; appena dopo che Kiki ha tratto in salvo il suo amore, mamme e bimbe correvano via mentre i palmari si erano già riaccesi. La realtà ha brutalmente ripreso piede sul sogno.

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