Grigris: recensione in anteprima del film di Mahamat Saleh-Haroun

Era uno dei favoriti per la Palma d’oro del Festival di Cannes 2013 secondo i bookmaker: ma l’africano Grigris di Mahamat-Saleh Haroun delude le aspettative. Storia di un ragazzo con una gamba paralizzata che è costretto a lavorare per i trafficanti di benzina per pagare le spese mediche dello zio: tra antropologia, schematismo e noia. Ecco la recensione.

Nonostante una gamba paralizzata, il venticinquenne Grigris sogna di diventare un ballerino. Una sfida che tenta di combattere allenandosi appena può e mostrando il suo talento ballando in mezzo alla pista dei locali del suo villaggio. Ma i suoi sogni si infrangono quando suo zio e padre adottivo si ammala gravemente. Per salvarlo, Grigris decide di lavorare per i trafficanti di benzina…

Un film su una sfida, ma anche in un certo senso un crime movie. Grigris parte come una commedia “antropologica” che descrive la vita del protagonista all’interno della sua comunità: nella prima scena Grigris (soprannome portafortuna di Souleymane) sta ballando nel locale dove si esibisce ogni sera su ritmi trascinanti, mentre alcuni amici passano tra la gente con un cappello per raccogliere offerte.

Quando Grigris esce dal locale, un amico va a fargli i complimenti e gli dà i soldi: il protagonista ha lo sguardo perplesso, perché evidentemente si aspettava un guadagno maggiore ed ha capito che c’è qualcosa sotto. Un altro amico li raggiunge, capisce la situazione – il primo ragazzo gli ha rubato parte del guadagno – e lo difende. Abbiamo già qualche elemento per inquadrare il protagonista e la situazione principale: Grigris è un’anima buona costretta a fare i conti con le mille insidie del suo villaggio.

Si aggiungono subito alla storia due altri elementi fondamentali: la malattia dello zio, che non smette di fumare, e l’entrata in scena di Mimi, ragazza bellissima che vuole diventare modella. Due fattori che fanno avanzare la storia, che è in fin dei conti di una semplicità disarmante. Anche un po’ troppo, ma non sarebbe un gran problema se la sceneggiatura non fosse oggettivamente così elementare da risultare a tratti addirittura un po’ fastidiosa.

Mahamat-Saleh Haroun, già Premio della Giuria nel 2010 per Un homme qui crie, aveva dimostrato con Daratt (Gran Premio della Giuria a Venezia 2006) di saper gestire un materiale semplicissimo in modo più che dignitoso. Con Grigris però l’operazione non riesce, e qualcosa s’inceppa: non tanto nella messinscena, competente e pulita, ma proprio nella narrazione.


Sembra quasi che, avendo capito che può far breccia nei cuori occidentali, il regista ci abbia un po’ marciato coi cliché e i luoghi comuni, involontariamente esasperati dalla semplicità di storia e dialoghi. I luoghi comuni facevano parte anche del bel Daratt, ma erano lavorati e “mimetizzati” decisamente meglio: qui tutto è talmente scoperto che a tratti non si sa se Haroun stia giocando o meno, come nell’incredibile (nel senso che non ci si può credere) parte finale.

Grigris passa presto dalla commedia al dramma, visto che la madre del protagonista deve pagare 700.000 franchi per le spese in ospedale dello zio. Da qui in poi la pellicola diventa un crime movie. Grigris, cercando un lavoro, finisce a lavorare per dei trafficanti di benzina come trasportatore delle taniche via fiume, ma viene licenziato perché a causa della sua gamba rischia di annegare. Viene quindi nuovamente assunto con il compito di guidare l’auto che porterà queste taniche fino a destinazione. La polizia, ovviamente, è sempre dietro l’angolo.

In mezzo c’è la relazione con Mimi, che per sopravvivere è costretta a prostituirsi, alimentando le malelingue del villaggio sul suo conto. Grigris vuole stare con lei ed è disposto a tutto pur di aiutarla. Però, sinceramente, la pellicola ad un certo punto sembra girare a vuoto, non avere né capo né coda, e i cambi di registro mantengono costante una monotonia di fondo.

In attivo sono da segnalare le scene di ballo e le coreografie, ed un protagonista che è a suo agio nel ruolo anche perché interpreta praticamente sé stesso. Ma, come si dice in questi casi, non basta.

Voto di Gabriele: 4

Grigris (Ciad / Francia 2013, drammatico 100′) di Mahamat Saleh-Haroun; con Soulémane Démé, Anaïs Monory, Cyril Guei, Marius Yelolo, Hadjé Fatmé N’Goua.

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