Bastardi senza gloria: i commenti della critica al film di Quentin Tarantino

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Avete già visto Bastardi senza Gloria? Siete d'accordo o meno con la nostra recensione? Oggi vi facciamo leggere cosa ne pensano i critici della stampa cartacea e del web. Con chi siete d'accordo?

Alberto Crespi - L'Unità: Se si prende sul serio il film, vien voglia di sculacciarlo, Tarantino. Naturalmente è un errore. Non c'è nulla di serio in questa cavalcata di 2 ore e 40, vagamente ispirata a Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, che alterna frenetiche sequenze d'azione a estenuanti scene di dialogo. È un fumetto, e soprattutto è l'ennesimo omaggio di Tarantino ai suoi miti cinefili. Infatti un modo di prendere sul serio Inglorious Basterds c'è: pizzicare le citazioni, ed apprezzare il ruolo che il cinema ha «dentro» la storia.

Lietta Tornabuoni - La Stampa: Quentin Tarantino ha fatto con Bastardi senza gloria il suo film sinora più bello, e chissà se ne farà mai uno migliore. Le storie di seconda guerra mondiale e Resistenza nella Francia occupata dai nazisti nel 1941, divise in capitoli come un romanzo, sono raccontate attraverso citazioni e stereotipi del cinema americano ed europeo sul tema, evocate come un seguito di ideogrammi filmici, pure immagini depositate e recuperate con uno struggimento profondo. La semi-parodia è buffa e insieme toccante, suscita divertimento e insieme emozione, nostalgie: una riuscita rara, con brani entusiasmanti. (...) Magnificamente girato, montato, musicato, Bastardi senza gloria è ammirevole, molto molto commovente.

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Silvio Danese - Quotidiano Nazionale: Una passione molto infiammabile il cinema. Tarantino impiega dialoghi come una miccia lenta, il montaggio lo lascia alla sua miracolosa malattia cronica cinefila (da Hitchcock a Leone), lo stravolgimento dei fatti storici lo affida alla saturazione dei racconti che conosciamo. Non è però un fumetto pop. E' una radicale, coraggiosa, divertente e folle esplosione del mito della Storia nel mito del Cinema, dove tuttavia si conservano frammenti delle emozioni di fondo degli eventi.

Roberto Silvestri - Il Manifesto: Anche se a essere mitologizzato, in Inglourious Basterds, il divertimento, molto acido e indigesto sulla shoa e il Führer, il film di Tarantino lungo quasi due ore e mezzo (ma non pesano mai), è il cinema di genere più geniale, fantasioso e scombinato al mondo. Che è quello made in Italy ereditato da Enzo G. Castellari, Lucio Fulci, Mario Bava, Antonio Margheriti e Sergio Corbucci che tanto poi deve alla parodia, al pastiche, al patchwork, alla confusione dei generi congeniata dei genietti del cinema moderno, Füller, Corman, Russ Meyer e Aldrich sugli archetipi classici (Omero, Eschilo, Sofocle, Shakespeare, Marlowe...) che già tutto scrissero e sceneggiarono. (...) Per la capacità che ha di sprigionare e liberare realtà parallela, fare rivoluzioni immaginarie e vendicarsi dei mostri, fucilandoli con le sequenze di Pabst, Clair, Linder, Cy Endfield, Gianni Ferrio, Chaplin, Marlene, Lubitsch, La sporca dozzina, Leone, Zara Leander, Lilian Harvey, Audie Murphy, Hildegard Knef, Hugo Stiegliz, Michael Mann, Lalo Schifrin, Jerry Lewis e perfino Leni Riefensthal...questi almeno i pezzi di cinema riesumati e appuntati, ma il filmgoer ne ritroverà altri mille.

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Valerio Caprara - Il Mattino: Ha proprio un altro passo, Quentin Tarantino. Di fronte a «Bastardi senza gloria», infatti, qualsiasi riserva di gusto personale si voglia mantenere, non si può che restare sbalorditi per le strepitose finezze d'inventiva, impianto narrativo, ritmo, recitazione, colonna sonora, versatilità stilistica, competenza e passione cinéfila di cui è davvero stracolmo. In un'epoca che vede il cinema quasi sempre costretto a vivacchiare sulla difensiva, il ragazzaccio del Tennessee compie il miracolo di riportarlo all'apice dell'immaginario collettivo: chi non si sarà goduto questa lampada d'Aladino in forma di film, insomma, avrà ben poco da discettare nelle prossime occasioni pubbliche o private incentrate sul cinema, l'arte o la cultura. Non è un caso che si provi riluttanza a ridurlo in pillole da recensione: la trama, sia pure lineare e conseguente, risulta incardinata nella progressione audiovisiva e viceversa, rendendo improprio e superfluo il consueto gioco di sponda tra forma e contenuto, realtà e messinscena. (...) Il divertimento è grande proprio perché l'intarsio è follemente minuzioso: non importa pertanto pescare le citazioni a una a una, bensì abbandonarsi al piacere di un'immaginazione tanto più efficace quanto più aderente ai tempi, i dialoghi, le tensioni, i sarcasmi preferiti dall'autore. Per diventare un classico basterebbe la sequenza in cui la francesina si prepara a sferrare l'attacco, vestita come Danielle Darrieux, dipinta con i colori Apache e (come Quentin) pressoché drogata dai poteri della pellicola.

Paolo Mereghetti - Il Corriere della Sera: Operazione Kino batte Operazione Walkiria dieci a zero. Se l'obiettivo di entrambe le «operazioni» è lo stesso (eliminare Hitler e il suo stato maggiore) nessuno può mettere in discussione che quella messa a punto per Inglourious Basterds sia molto più affascinante - sullo schermo e nel cuore dello spettatore - di quella attuata dal maggiore von Stauffenberg. Perché il cinema ha delle ragioni che la Storia non è in grado di capire. Ma Quentin Tarantino sì. E il cinema è il vero trionfatore di questo film, divertente, trascinante (nonostante le sue due ore e 28 minuti di durata), spensierato e colorato, che si permette di riscrivere i destini della Seconda guerra mondiale in nome della passione cinefila ma anche di un'idea di cinema che vuole ritrovare nella forza della produzione di «genere» (film di guerra, ma anche western, melodramma, commedia, eccetera eccetera) l'energia per superare l'impasse creativo che a volte sembra aver imbrigliato registi e produttori e che lo stesso Tarantino aveva sperimentato sulla propria pelle con il precedente, molto meno riuscito, Grindhouse. (...) Con una libertà d' invenzione che meraviglia e fa sorridere insieme, Tarantino inizia il suo film come un western, con tanto di allevatore che spacca il tradizionale ceppo di legna davanti alla casa colonica e continua come un film di guerra, poi passa allo storico, alla commedia, al gangster movie o al melodramma (senza dimenticare il documentario, che ogni tanto «spiega» allo spettatore un fatto particolare) inanellando una citazione dopo l' altra (da Sentieri selvaggi a Vogliamo vivere, da Impiccalo più in alto a Il sergente York), moltiplicando gli omaggi (qui, noblesse oblige, al cinema tedesco e francese, dalla Tragedia del Pizzo Palù al Corvo, da Marlene Dietrich a Danielle Darrieux, da Hildegard Knef a Ilona Massey) e naturalmente divertendosi anche a spese del suo amatissimo cinema di serie B (uno degli americani si finge un italiano di nome Aristide Massacesi). Per non parlare della musica che sottolinea ogni variazione di stile con altrettante citazioni, dove il nostro Ennio Morricone fa la figura del gigante.

Donata Ferrario - FilmUp: Chi inneggia al capolavoro, chi parla di bufala. Come spesso succede, è una via di mezzo: un mix delle due cose. (...) Insomma tra pop e autore, in disequilibrio continuo. In Bastardi senza gloria c’è tutto Tarantino: i suoi omaggi cinefili, i suoi dialoghi lunghissimi, un po’ di pulp, ma è all’insegna dello strafare, da parte di chi ha tanto da dire e mostrare, ma non riesce a sfrondare. Ciò che ne deriva è un’indigestione di elementi, una dilatazione eccessiva dei tempi, in cui a trovate geniali (ma già viste) si affianca una piattezza e una noia annichilenti. Colpisce che in Bastardi senza gloria, genere "nazi-film" o "war-movie", l’azione sia quasi nulla e la violenza sia più ridotta rispetto a quello che ci si aspetterebbe da un film simile: tutto si annacqua in infiniti dialoghi, tra personaggi che discutono per decine di minuti seduti a un tavolo, in una logorrea che decentra il film che, nelle intenzioni, è una spietata e sanguinosa vendetta contro i nazisti.

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Mauro Gervasini - FilmTv: L’autore di Bastardi senza gloria lavora a un immaginario nuovo, sebbene alla sua edificazione concorrano brandelli di altri scenari, altri film. Mai “citati” si badi bene, bensì replicati fedelmente, secondo una modalità che fu anche godardiana; oppure rielaborati come flusso visivo ininterrotto, come la blaxploitation in Jackie Brown o il kung fu movie in Kill Bill. E all’interno di un immaginario personale e unico (che naturalmente può anche non piacere, come tutti i sistemi narrativi) Tarantino è di una coerenza straordinaria. I suoi film, nonostante la sovraesposizione teorica e i sublimi dialoghi stranianti, raccontano storie, con la s rigorosamente minuscola, di quelle alle quali ci si appassiona come per le pagine dei migliori romanzi. Lo stile è ipermoderno (altro che post...); il coinvolgimento classico. La sua scrittura potrebbe respingere per eccesso di calembour cinefili, e invece travolge senza che neppure ci si accorga dell’artificiosità di personaggi e situazioni. Di questa neoepica Bastardi senza gloria è l’ultimo capitolo, il più ambizioso. (...) Quentin al suo meglio tra momenti ludici, dialoghi saturi e folli, rallentamenti parossistici e deflagrazioni improvvise dell’azione. Il ritmo, il tempo e lo spazio della sua mitologia. (...) Colpi di genio (è di questo che parliamo...) a ripetizione e un finale per definizione impossibile, quindi maggiormente fantastico. Bastardi senza gloria, va detto, pone pure qualche dubbio sul registro grottesco attraverso il quale sono rivisitate figure altrimenti tragiche (Hitler e soprattutto Goebbels, che in verità fu uomo di acuta intelligenza). Ma questo non è lo stesso fottuto campo da gioco della Storia, non è lo stesso campionato e non è neppure lo stesso sport.

Alessio Guzzano - City: Inizia come un western leonino nelle praterie della Francia invasa da Hitler. Ardita scena capolavoro: ghiotti dialoghi made in Quentin, lentezza che si fa tensione, recitazioni da urlo, sporche mezze dozzine, l’improbabile pipa dello strepitoso Christoph Waltz che libera la risata prima della tragedia. Sono anche le coordinate del magistrale collage che segue: noir, tarantinata sparatoria (prima di tutto verbale) in taverna, ricalco del cinema tedesco in fuga dalla svastica, attimi di spionaggio anni ’60. Infine: Kill Adolf nel cinema parigino, con proiezionista nero, dove convergono gli alti papaveri nazisti per celebrarsi, il giustiziere Apache Brad Pitt che si finge italiano (si ghigna), la proprietaria Mélanie Laurent bisognosa di fiammeggiante vendetta e Diane Kruger in scia a Marlene Dietrich. Nel suo film meno suo, Tarantino (al singolare, se no la fiction si fa troppo pulp) fa tanto Cinema, tutto il Cinema. Lui non cita, rifrulla con vulcanizzato rispetto: unica resurrezione possibile per un’arte esaurita. Rari schizzi di iper-violenza: scalpi nazi, dita nelle ferite, l’ebreo Eli Roth, regista di “Hostel” (e della nazipellicola nella pellicola), che fracassa teste ariane con doppio gusto. Il feticismo podofilo di genius Quentin approfitta di Cenerentola, il suo feticismo cinefilo approfitta del filmastro nostrano “Quel maledetto treno blindato” che E. G. Castellari, qui ospitato in divisa SS, girò nel 1978. E cineillumina d’immenso.

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