Venezia 2010: Post Mortem – La Recensione e il Trailer

Post Mortem (Post Mortem – Cile, Messico, Germania 2010 – Drammatico) di Pablo Larrain con Alfredo Castro, Antonia Zegers. Santiago del Cile, 1973. Mario ha cinquantacinque anni, vive solo, e come lavoro batte a macchina i referti delle autopsie in un obitorio. Si innamora di Nancy, la vicina di casa che lavora in un cabaret.

Post Mortem (Post Mortem – Cile, Messico, Germania 2010 – Drammatico) di Pablo Larrain con Alfredo Castro, Antonia Zegers.

Santiago del Cile, 1973. Mario ha cinquantacinque anni, vive solo, e come lavoro batte a macchina i referti delle autopsie in un obitorio. Si innamora di Nancy, la vicina di casa che lavora in un cabaret. L’11 settembre Nancy scompare, mentre per le strade scoppia il caos e la gente inizia a morire. Mentre i cadaveri continuano ad aumentare in ospedale, Mario è deciso a ritrovare la sua amata…

Erano molte le speranze e le attese riversate sul nuovo lavoro di Larraìn: storia all’apparenza potente ed importante, un film precedente notevole, un titolo da far venire i brividi. Presto detto: la Mostra del Cinema di Venezia ha trovato (per ora) il suo capolavoro, Reichardt permettendo, e la battaglia è molto serrata. Perché Post Mortem mantiene tutte le promesse, da quella di continuare un discorso coerente all’interno della giovanissima filmografia del suo già enorme regista, fino a quella di colpire lo stomaco in modo duro, durissimo.

Sono tanti i punti in comune con Tony Manero, il bellissimo film precedente di Larraìn, vincitore tra gli altri del Torino Film Festival. Ad iniziare dal periodo storico che racconta, una vera e propria fissa per l’autore, che tenta di scavare il più possibile nella Storia del suo paese. C’è poi una coerenza a livello artistico, con Alfredo Castro che ritorna nel ruolo del protagonista, ancora una volta un uomo fragile, debole, ingenuo e allo stesso tempo innocente e disgustoso, a suo modo condizionabile. Ed infine c’è una coerenza poetico-stilistica che sta diventando ormai un marchio di fabbrica e una sicurezza.

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Il percorso di Mario in mezzo alla capitale della nazione diventa chiarissima metafora del percorso che sta facendo il Cile nel momento del golpe ai danni di Allende. In questo modo Larraìn ci racconta di un paese che inizia ad essere abituato in modo inquietante alla cultura della morte, e a questo proposito è fondamentale il compito dell’apparato scenografico.

Lo spettatore viene introdotto nel film attraverso un travelling, con la macchina da presa attaccata nella parte inferiore di un carro armato: già la primissima inquadratura la dice lunga. Tutto il film è poi permeato da un’aura di sporco, con i colori che vanno dalla tavolozza del marrone ai colori freddi dell’obitorio. Il numero dei cadaveri all’interno delle inquadrature aumenta poi in numero esponenziale man mano che il film continua.

Grazie a questi elementi il regista lavora sull’angoscia dello spettatore, facendola strisciare sottopelle e colpendo con immagini “disgustose” con cognizione di causa e mai gratuitamente (scene di sesso, autopsie in primo piano, masturbazioni non mancano). E nel corso della pellicola sgancia vari colpi allo stomaco: che nell’ultimissima scena sarà ormai davvero dilaniato.

Post Mortem è il ritratto allucinante e sconvolgente di un periodo buio, è il ritratto di un uomo alla ricerca dell’amore, è il ritratto di un uomo e di una nazione alla ricerca di un’identità, è il ritratto di un uomo e di una nazione che nonostante tutto non possono non cadere nella trappola della Storia. Dopo il golpe non può che esserci un abisso oscuro. Dopo la morte non possono che restare soltanto i cadaveri: e – in modo agghiacciante – uno in più, uno in meno non fa più differenza…

Voto Gabriele: 10

Il Trailer originale di Post Mortem

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