Cannes 2011: Hara-Kiri: Death of a Samurai – Recensione in Anteprima

Hara-Kiri: Death of a Samurai – Recensione in Anteprima da Cannes

Hara-Kiri: Death of a Samurai (Ichimei, Giappone 2011), di Takashi Miike. Con Ebizo Ichikawa, Eita, Kôji Yakusho, Hikari Mitsushima. Altro lungometraggio in competizione, Ichimei rappresenta anche il primo film in 3D del regista giapponese, nonché il remake del più celebre Harakiri (Seppuku) di Kobayashi Masaki. Entrambi i film, comunque, sono tratti da un romanzo di Yasuhiko Takiguchi, che prende il titolo di Ibun rônin-ki.

Hara-Kiri è ambientato nella suggestiva cornice del Giappone feudale – durante i primi decenni del ‘600, per essere precisi. Hanshiro un giorno si presenta presso la Casa di li, retta dall’implacabile Kageyu. L’intenzione è quella di inscenare un seppuku, ossia il classico suicidio rituale tanto in voga nella cultura dei samurai. In realtà, però, il vero motivo di questa sua visita è un altro.

Qualche giorno prima, alla stessa porta, aveva bussato un giovane ragazzo, il quale ebbe ad avanzare la medesima richiesta. Costui, scopriamo di lì a breve, è il figlio acquisito di Hanshiro, Motome. La fine a cui è andato incontro il coraggioso ragazzo grida vendetta agli occhi del più anziano ronin. E’ così che ha inizio un percorso a ritroso, nel tentativo di ricostruire la vicenda che ha innescato tutto ciò.

Onore, amore e vendetta sono i veri leit motiv di Hara-Kiri, anche se rivisti in chiave di “denuncia” da parte di Miike. La sua è infatti una spietata critica nei confronti della storica cultura giapponese, quella fondata sul concetto di onore sopra ogni altra cosa. Ciò su cui sembra voler puntare il dito il regista giapponese è l’assoluta mancanza di umanità e di pietà in un contesto in cui non esiste perdono, e l’unico modo per espiare le proprie colpe è quasi sempre il suicidio.

I suoi personaggi, Hanshiro e Motome, seppur totalmente immersi in tale cultura, manifestano una non totale aderenza a certe posizioni estreme. Sia chiaro: anche per loro l’onore è tutto! Non abbiamo studiato a fondo quel periodo, ma è agevole intuire che nel Giappone dell’epoca fosse davvero molto (troppo) difficile nutrire sentimenti diversi da quelli che venivano instillati da una cultura comunque così fiorente.

Il viaggio attraverso cui ci accompagna Miike parla di gente comune. Ma parla anche di come le disgrazie potessero anche all’epoca stravolgere le esistenze, ponendo ancora di più l’accento sull’idiozia di una morte auto-inflitta per ragioni ritenute, oggi, così deboli. Ottimo Ebizo Ichikawa, che incarna il perfetto spirito di cui intende farsi portavoce il film. Neanche il suo personaggio, però, contempla il perdono così come lo intende la nostra di cultura (quella di un tempo, diversa da quella attuale): ecco perché è disposto alla vendetta. Anzi, la brama!

Ma anche in questo, Hanshiro, altro non mostra che una umanissima debolezza. Frustrato all’idea di non essere riuscito a salvare nessuno dei propri cari, la sua stessa vita diventa inutile. Almeno fino a che non avrà mandato il giusto messaggio al giusto destinatario. Poche le scene “sopra le righe”, con un ritmo che si movimenta solo nei frangenti conclusivi, quando abbiamo un quadro completo della situazione.

Nelle fasi precedenti si preferisce invece descrivere senza alcuna frenesia le vite condotte dai quattro protagonisti principali, mostrando con nostalgica allegria i momenti felici, salvo poi lasciarsi andare ad una comprensibile malinconia nel momento in cui il male si abbatte su di loro. Ma a farla da padrone sono pure gli evocativi scorci in campo medio, con paesaggi pressoché assenti ma più che degnamente rimpiazzati da quei luoghi dove la vita dell’epoca si svolgeva davvero.

Hara-Kiri: Death of a Samurai può quindi considerarsi a ben diritto un lavoro riuscito, che non dovrebbe lasciare delusi gli amanti di un certo cinema. Lievemente diverso rispetto al solito tenore delle pellicole di Miike, per via del contesto dentro cui è immersa la trama, ma ugualmente gradito – anzi, forse ancora più gradito proprio per questo. Per chiudere, finalmente abbiamo avuto modo di assistere ad un 3D dignitoso. Ma essendo l’esperienza di chi vi scrive confinata ad alcune sale della Penisola, resta comunque una considerazione tutt’altro che definitiva.

Voto Antonio: 8,5

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