Mood Indigo – La schiuma dei giorni: recensione del film di Michel Gondry

Mood Indigo è l’estremizzazione al cubo del cinema del suo autore, l’unico che sembrava in grado di trasportare il romanzo di Boris Vian sul grande schermo. Topi, cuochi in tv, anguille che scappano dai rubinetti, pianocktail, agende a forma di cubo di Rubik, balli Sbircia-Sbircia, scarpe che comandano, strette di mano roteanti, matrimoni con “sfida”: forse è troppo anche per Michel Gondry!

La catena di montaggio nella quale donne e uomini posti diligentemente in fila scrivono un libro fa già pensare a qualcosa di predefinito. In questa catena di montaggio che ci viene presentata subito pare infatti che sia già scritto il senso di Mood Indigo: il destino dei personaggi è già scritto. Dopotutto il romanzo di partenza, La schiuma dei giorni di Boris Vian del 1947, è un’opera fatalista. Ma non per questo priva di vitalità: anzi, tutt’altro.

La sua complessità linguistica, fatta di fusione di parole e neologismi, metafore e “sensazioni”, hanno reso ardito il lavoro dei traduttori negli anni: figurarsi portare sul grande schermo tutto questo, restando fedeli alla materia di base e realizzando un prodotto cinematografico che si reggesse comunque in piedi da solo.

Nel 1968 ci aveva già provato Charles Belmont a portare La schiuma dei giorni al cinema, ma il suo film è stato dimenticato in fretta e furia. Ci prova ad anni e anni di distanza Michel Gondry, che sembrava l’unico regista in grado di poter portare sul grande schermo questo caposaldo della letteratura francese contemporanea. Il regista resta fedele a Vian, quindi gli amanti del libro possono stare tranquilli. Quello su cui abbiamo dei dubbi è se Mood Indigo effettivamente si regga in piedi da solo…

Colin (Romain Duris), giovane e ricco idealista, vive sognando di incontrare il grande amore. L’amico Chick (Gad Elmaleh), povero ingegnere appassionato della filosofia di Jean-Sol Partre, vive il suo idillio con Alise (Aïssa Maïga), la nipote di Nicolas (Omar Sy), il geniale cuoco di Colin. Ad una festa il suo desiderio si avvera e conosce Chloe (Audrey Tatou), una giovane donna che sembra l’incarnazione fisica dell’eponimo della melodia di Duke Ellington.

Si innamorano e si sposano ma, poco dopo le nozze, la loro felicità si trasforma: durante la luna di miele, Chloe scopre di essere malata a causa di una ninfea che cresce nei suoi polmoni. Per pagarle le cure necessarie e circondarla di fiori che la aiuterebbero a guarire, Colin è costretto ad accettare in una fantasmagorica Parigi i lavori più assurdi mentre la loro abitazione si fa sempre più piccola e le vite dei loro amici Nicolas e Chick si disintegrano.


Mood Indigo parte come un purissimo frullato di tutta la carriera di Gondry: un concentrato folle di trovate ed idee che si susseguono senza soluzione di continuità. Il film ingrana subito la marcia, e si mette ad inseguire tutte le idee e i dettagli descritti da Vian nel romanzo, creando un universo tutto suo dove si ritrova immediatamente la poetica del regista.

In Mood Indigo gli oggetti sono più vivi degli umani, e tutto ha una sua logica algebrica pur nella follia. Gondry torna a giocare con il cinema dopo due film “non propriamente suoi” (The Green Hornet e l’esperimento indie The We and the I), ed ha modo di dar spazio a tutta la sua vena creativa, con un uso massiccio della sua amata pixilation. È un mondo inedito e fantasioso quello in cui vivono i protagonisti del film, pure se ogni oggetto che viene usato anche nel modo più sorprendente è artigianale o vintage.

Non sappiamo bene in che epoca siamo, ma riconosciamo ovviamente subito Parigi. Qui è ambientata questa storia che è di fatto un semplice boy-meets-girl: ma il romanzo è molto più stratificato. Secondo Pennac, per dire, è un libro da leggere almeno tre volte nella vita: da giovani per apprezzarne la storia sentimentale, verso i quarant’anni per apprezzarne la critica sociale (nel personaggio di Jean-Sol Partre è facile individuare il rivale di Vian, l’esistenzialista Sartre), poi in età ancora più matura per leggerne più a fondo il pessimismo e il fatalismo.

Colin vive in un mondo dove tutto sembra un gioco: l’unica fatica è quella di vivere una nuova giornata spendendo i soldi che ha in cassaforte assieme alla sua nuova fiamma. Finché Chloe non si ammala di quello che oggi appare come una dolce, soffusa e sofferta metafora del cancro. Il sogno svanisce. I soldi iniziano a diminuire per pagare le cure della ragazza, mentre il micro-cosmo del protagonista inizia ad ingrigirsi.

Gondry (che si ritaglia un ruolo: è il dottore di Chloe) è intelligentissimo nel lavorare gradualmente sulla fotografia e sulla scenografia, che vanno di pari passo alla situazione che peggiora e al tenore di vita che si abbassa. Così la casa di Colin si fa sempre più piccola e stretta, più buia, piena di ragnatele. E intanto Nicolas invecchia pure a vista d’occhio…


Ma prima di arrivare a questa discesa nel baratro c’è di tutto e di più, in una prima ora dove l’accumulo surrealista satura tutto e tutti: il topo, il cuoco in tv, anguille che scappano dai rubinetti, il pianocktail (un pianoforte che fa i cocktail mentre lo si suona), agende a forma di cubo di Rubik (!), balli Sbircia-Sbircia che “allungano” le gambe, scarpe che comandano, strette di mano roteanti, matrimoni con “sfida”… Tutto condito da una colonna sonora bellissima e dal gusto jazz, in omaggio al Vian musicista e nella quale spicca il “leitmotiv” Chloe di Duke Ellington.

Il giro su Parigi su una nuvola meccanica resterà sicuramente tra le scene cult della filmografia del regista. E le varie trovate, in questo misto di surrealismo, cinema quirky e persino steampunk, prese da sole lasciano spesso a bocca aperta. Ma quanto è dura reggere i 125 minuti di Mood Indigo! Sembra che Gondry non vedesse l’ora di ributtarsi su un progetto sul quale poter lavorare praticamente solo di idee visive: ma se il risultato dev’essere questo, allora è meglio tenersi stretto The We and the I, da preferire pur con le sue imperfezioni.

Le due pellicole hanno in comune almeno una cosa: la struttura in due parti. In entrambi i casi all’inizio è impossibile affezionarsi ai protagonisti. In The We and the I forse perché Gondry si trova in difficoltà a gestire una materia che a prima vista non è sua (il racconto corale di una classe del Bronx), in Mood Indigo perché è l’accumulo stesso a tenere a distanza lo spettatore. Ma The We and the I carburava come un diesel: qui invece man mano che si va avanti si rischia di rigirarsi sulla sedia per mancanza di qualsiasi appiglio emotivo. I seppur bravi Audrey Tautou e Romain Duris non riescono poi a far vibrare la loro relazione: ma cosa potevano fare di più?

Se si è letto il libro forse si salterà di gioia nel vederlo lì come forse ci si aspettava, altrimenti… Così la parte più bella del film, il finale che trasforma l’opera gradualmente sempre più in cinema muto e in bianco e nero, non riesce ad avere la forza emotiva “deprimente” di cui ha bisogno. Chissà, forse Gondry l’ha veramente pensato così: un film anaffettivo di pura “teoria”, in cui contano più le letture e il modo in cui sono trasportate sullo schermo. E forse bisogna seguire il consiglio di Pennac riguardo al libro, traslandolo al film per dargli una seconda possibilità. Ma francamente, per ora, non ne abbiamo proprio voglia.

Voto di Gabriele: 5
Voto di Federico: 4

Mood Indigo – La schiuma dei giorni (L’écume des jours, Francia 2013, drammatico 125′) di Michel Gondry; con Audrey Tautou, Romain Duris, Gad Elmaleh, Omar Sy, Aïssa Maïga, Charlotte Lebon, Sacha Bourdo, Philippe Torreton, Vincent Rottiers, Laurent Lafitte, Natacha Régnier, Zinedine Soualem, Alain Chabat. Qui il trailer. Uscita in sala il 12 settembre 2013.

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