Cannes 2011: Le palme cadono sulla testa del nostro cinema. Perché?

Italo Moscati commenta il Festival di Cannes del 2011


A Cannes 2011 non c’ero ma ho letto i giornali e sentito commenti alla radio e alla tv. Per fortuna nessun pianto greco se il nostro cinema non ha ricevuto premi. E’ accaduto e accadrà ancora. Io ci ho fatto l’abitudine. Non mi piace l’atteggiamento di chi vede un festival-Cannes o altri- come una sorta di campionato mondiale di calcio o un match di pugilato. Non mi piacciono sia il periodo di attesa dei riconoscimenti sia la delusione che arriva quando i riconoscimenti non vengono attribuiti dalla giurie.

Le giurie. Ovvero accrocchi spesso inqualificabili, per la scelta dei partecipanti e per le scelte stesse, fatte in genere con il bilancino delle varie opportunità (talvolta interessate e colpevoli), con i cuori patriottici o mediocremente interessati che battono per giudizi non sempre di qualità qualità. Detto questo, andrò vedere sicuramente il film che ha vinto, The tree of life di Malick, e anche altri che sono stati segnalati fra premi e consigli dei critici di cui mi fido (non faccio nome). Cercherò di farmi un’idea obiettiva.

Intanto, un paio di osservazioni vorrei farle, aperto al dialogo come sempre con i nostri lettori, quelli appassionati e competenti. Faccio un passo indietro per recuperare come sponda i momenti di grandezza del cinema italiano e quel che sta succedendo. Il nostro cinema è stato grande, grandissimo nel neo-realismo, nella commedia cosiddetta all’italiana e nel cinema d’autore (Bernando Bertolucci, un nome a cui chiunque può accompagnare i nomi crede, ad esempio suggerirei Elio Petri). Lo è stato in modo sporadico anche di recente con gli autori che abbiamo sulla punta della lingua: da Moretti a Sorrentino, a Garrone. L’elenco completatelo voi, se ritenete di farlo.

Il nostro cinema è stato grande nel praticare il neorealismo e il realismo nelle sue tante varianti. Un cinema che ha guardato al sociale, alle rivoluzioni, alle speranze ideologiche dentro e fuori i confini, alla criminalità, alle responsabilità delle classi dirigenti. Il bilancio è certamente significativo, e ha contribuito a rendere il nostro paese migliore almeno su un piano della democrazia e delle possibilità di farne davvero la forma utile, condivisa, efficace.
Bisognerebbe chiedersi, a questo punto, al di là delle palme o dei leoni o delle coppe campioni generiche, se il problema sta proprio in questa lunga stagione del realismo sistematico, oggi stanca e poco creativa.

Me lo chiedo perché credo che la televisione, anzi le televisioni (tv movie e fiction) abbiano strapazzato il realismo ereditato dal cinema e lo abbiano reso fermo, bloccato, ripetitivo, annichilito nelle storie e nelle forme. Ognuno può verificarlo. Le tv italiane poi sono andate al di là di questo: hanno massacrata la rappresentazione delle realtà e l’hanno resa insopportabilmente convenzionale. Anche in questo caso, tutti possono verificarlo. A ciò si aggiunge anche che la informazione e i talk show hanno contribuito al massacro. Vogliamo parlare di quanto passa il convento tv in questi giorni elettorali?

Basta. Dove voglio arrivare? A una ipotesi che vi sottopongo. Il realismo deteriore e deteriorato, sciupone e nebbioso, va superato. Il nostro cinema deve alzare gli occhi da questi livelli gregari di percezione. Deve imparare a guardare il mondo ma soprattutto a guardare, e a capire, con rinnovata creatività, i sentimenti, gli umori, lo strazio della cultura e della sensibilità che pure esistono fuori e dentro le nostre mura. Gli occhi vanno tenuti alti per cogliere quel che viene ignorato: sogni, incubi, bisogni, aspirazioni, sofferenze, disadattamenti, desideri di destini diversi. Che ne pensate?

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