Venezia 2011: la recensione di Faust di Aleksandr Sokurov

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Che colore ha un mondo che produce idee colossali? Che odore ha? C’è un’aria pesante nel mondo di Faust: progetti sconvolgenti nascono nello spazio angusto dove si affaccenda. È un pensatore, un veicolo di idee, un trasmettitore di parole, un cospiratore, un sognatore. Un uomo anonimo guidato da istinti semplici: fame, avidità, lussuria. Una creatura infelice, perseguitata. Perché rimanere nel presente se si può andare oltre? Spingersi sempre più in là, senza notare che il tempo si è fermato: ed ecco il celebre patto con Mefistofele...

Non peccheremo di lesa maestà se diciamo che, nel complesso, i tre capitoli che Aleksandr Sokurov ha dedicato alle figure storiche sono più "opere di testa" che di cuore. Il cinema del maestro russo è intellettuale, e questa trilogia ne è forse l'apice in questo senso (per Arca russa si potrebbe fare un discorso a parte, vista l'innovazione sperimentale). Certo, anche in quei film non mancano momenti di emozione forte, a tratti fortissima (penso soprattutto a Il sole, ma anche alla parte finale di Toro), ma se qualcuno cerca qualcosa più "di pancia" nella filmografia del regista è meglio si rivolga allo straziante Madre e figlio, al rapporto stratificato di Padre e figlio o alla storia della "nonna coraggio" di Alexandra.

Proprio da Alexandra, dal 2007, Sokurov non tornava al cinema con un suo film, ed ora ci ritorna per allargare la sua "galleria di ritratti" e concludendo così la sua tetralogia sul potere. Ricapitoliamo. Nel 1999 c'è Moloch, il film dedicato alla figura di un ipocondriaco Hitler; nel 2001 abbiamo Toro, sugli ultimi giorni di Lenin con tanto di incontro finale con Stalin; infine nel 2005 è il turno de Il sole, su un Hirohito alle prese con la fine della guerra, con gli americani e il suo status di "divinità". Tre ritratti per studiare e analizzare il potere da un punto di vista quotidiano, per sottolinearne la carica tragicomica ma anche più umana (che non vuol dire per forza assolvere).

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Che c'entra quindi una figura leggendaria della tradizione tedesca e mondiale come quella di Faust con tre leader storici del Novecento? C'entra più di quanto non si creda, per la statura e l'importanza del personaggio leggendario e per la sua brama di conoscenza infinita. Non aspettatevi tuttavia una semplice trasposizione da Goethe, anzi: Sokurov prende quella figura, ne asciuga le letture e stratificazioni interpretative e formula un discorso consono alla sua poetica e alla sua filmografia, che tiri anche le fila del discorso iniziato dodici anni fa.

Prima scena: cielo, nuvole. La macchina da presa inquadra uno specchio, un foglio che vola e poi si tuffa ad inquadrare uno scenario mozzafiato, tra montagne, campagne e mare. Stacco sul dettaglio di un pene: è in corso un'autopsia su un cadavere. A farla c'è il dottor Faust (Johannes Zeiler, bravissimo) con il fido aiutante Wagner. Pochi momenti, anche decisamente forti (l'autopsia si vede molto bene...), per capire come Sokurov voglia trattare il racconto di questo suo ultimo film: anche perché subito i personaggi iniziano a parlare molto tra di loro con un taglio grottesco, carico d'ironia.

Ecco, il grottesco: per il maestro russo è una forma espressiva necessaria per poter raccontare dal suo punto di vista il potere. Lo è stato soprattutto in Moloch e Toro, e torna ad esserlo prepotentemente anche in Faust. I personaggi parlano e parlano, si muovono e corrono, e c’è un’atmosfera carica di parole e per questo straniante. Anche la presentazione di Mefistofele (interpretato da un grande Anton Adasinskiy: ma il nome Mefistofele non viene mai citato) la dice lunga sulla volontà di proseguire un percorso anche corporale con gli altri capitoli. Vi ricordate quando Sokurov spogliava Lenin? Qui spoglia il Diavolo: che è carnevalesco, deforme, con il pene attaccato sul sedere. E minaccia giovani pulzelle ai bagni pubblici.

Ambientato nella Germania dell’800, il Faust di Sokurov sceglie lucidamente una strada da percorrere. Per gran parte del film vediamo Faust e il Diavolo in “viaggio” assieme, finché non avviene la prima passeggiata tra il primo e Margarete, la donna di cui il protagonista s’innamora. Se un patto col Diavolo si deve fare, non è più per la conoscenza o qualcosa di superiore: ma semplicemente per avere la certezza di possedere una donna.

Sokurov dirige una fiaba, come lui stesso l’ha definita, in maniera impeccabile: ad iniziare dall’interessante e giustissima scelta di girare in 4:3, così da inquadrare ogni sequenza rendendola ancora più simile ad un quadro di quanto non lo fossero già quelle dei film precedenti. Stilisticamente gli appassionati ritroveranno tutte le carte forti dell’autore russo, con inquadrature deformate da filtri e lenti anamorfiche, un viraggio verso un colore verdognolo in alcuni momenti, una cura maniacale nell’uso della scenografia e delle ambientazioni (davvero superbe). La fotografia di Bruno Delbonnel fa poi davvero miracoli e ci regala forse i colori più belli visti al festival.

L’ultima parte del film è infine una vera e propria cavalcata verso la tragedia, un’eruzione (in tutti i sensi: potentissima l’immagine del cratere acquatico che continua ad esplodere) di orrore che a tratti sconfina nel genere (i morti che tornano a tormentare il protagonista), e riconferma il pensiero del regista sulle conseguenze della brama di possessione. Con Faust, Sokurov è tornato a fare del cinema intellettuale che sazia la mente, con rigore unico e lucidità. Da premio.

Voto Gabriele: 9

Faust (Russia 2010 - Drammatico 134') di Aleksandr Sokurov con Hanna Schygulla, Maxim Mehmet, Isolda Dychauk, Georg Friedrich, Joel Kirby, Antoine Monot Jr., Eva-Maria Kurz, Katrin Filzen, Florian Brückner.

- Trailer e foto del film

Ancora sconosciuta, al momento della recensione, l'eventuale data di uscita del film nelle sale italiane.

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