Da Venezia la recensione di Jakpae, the city of violence

Jakpae di Seung-wan Ryoo. Entusiasmante. Dopo aver assistito a questo film bellissimo, ai suoi intrighi, alle sue sequenza straordinarie e a tutto il resto, viene spontaneo dire questo. Una vicenda di violenza (altrimenti il titolo internazionale non sarebbe quello che è), di cattiveria, egoismo, mistero ed intrighi. Si passa dalle scene di lotta alle scene



Jakpae di Seung-wan Ryoo.

Entusiasmante. Dopo aver assistito a questo film bellissimo, ai suoi intrighi, alle sue sequenza straordinarie e a tutto il resto, viene spontaneo dire questo. Una vicenda di violenza (altrimenti il titolo internazionale non sarebbe quello che è), di cattiveria, egoismo, mistero ed intrighi. Si passa dalle scene di lotta alle scene drammatiche, dalle scene dove non si può fare a meno di ridere alle scene tragiche senza alcun problema, e tutte le sensazioni arrivano dritte come una lama. E c’è pure spazio per la commozione autentica. Seung-wan, si vede, è allievo di Park Chan-wook: lo si vede nelle scene di battaglia violente, dove i pugni fanno male e le armi da taglio (che siano comuni coltelli o lame affilate di spade) squarciano per davvero. Il dolore esiste, sia in forma fisica che non, e “Jakpae” non lo scorda mai. Ma non mancano neanche momenti, appunto, dove si ride senza problemi. Regia assolutamente cosmica che avvince ancora di più grazie ad un apparato tecnico favoloso (fotografia, montaggio, colonna sonora), originale e che tiene sempre incollato lo spettatore alla poltrona. Della storia non vale la pena parlarne, non perchè sia brutta o sia secondaria rispetto a ciò che gli occhi hanno davanti, ma perchè è davvero bello viverla sul momento in tutti i suoi retroscena. Dopotutto, “Jakpae” è una tragedia…

Voto Gabriele: 9

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