La mostra Pixar a Milano: John Lasseter ci racconta l'arte di realizzare i sogni

Pixar a Milano
John Lasseter a Milano, per la presentazione della mostra dedicata ai 25 anni della Pixar, era un'occasione che non potevamo lasciarci scappare. Nell'arco di una giornata lo abbiamo inseguito tra la conferenza stampa a Villa Reale e l'incontro Meet the Media Guru. Ecco il Lasseter-pensiero sul cinema e sull'arte, riassunto in poche ma folgoranti battute come:

"Io dico sempre che l’arte sfida la tecnologia, ma la tecnologia ispira l’arte".

Ci può spiegare meglio?
Con la tecnologia non ci si può divertire. L’emozione nasce da come questa viene utilizzata. Quando ho iniziato a pensare al mio primo corto (Luxo Jr.) non avevo la più pallida idea di come avrei potuto realizzarlo. Ho chiesto a gente che ne sapeva più di me in campo informatico e lo abbiamo realizzato insieme. Io mi sento un artista e la tecnologia è e deve essere al servizio dell’arte.

Che differenza c’è tra tecnologia e arte?
Dopo aver realizzato Luxo Jr., un esperto di computer graphic mi ha chiamato dicendo che aveva una domanda da farmi. Io mi aspettavo che mi chiedesse che algoritmo avevamo usato per la luce o qualcosa del genere, invece mi sorprese chiedendomi se la lampada più grande fosse la madre o il padre del piccolo Luxo.

Come si crea un film Pixar?
Alla Disney ho imparato come creare un personaggio, a dargli una vita. Non sapevo nulla di matematica, ma sapevo disegnare e immaginare mondi. Credo che questo sia più importante. Fino ad allora queste animazioni erano prevalentemente loghi o oggetti che venivano realizzati dagli stessi sviluppatori dei software. Ingegneri e informatici, il loro lavoro non è quello di raccontare storie. E’ come se chi mescola le vernici poi faccia poi anche il pittore, non è la stessa cosa.

Pixar a Milano
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Ha sempre amato l’animazione?
Quando ero piccolo amavo i cartoni animati. Poi sono cresciuto e quando avrebbe dovuto iniziare a interessarmi il mondo dello sport e quello delle donne, l’animazione ha continuato a piacermi di più. Quando infine ho letto un libro che spiega come si fanno i cartoon è come se mi si è accesa una lampadina. Potevo guadagnarmi da vivere così! E a casa mi hanno sostenuto in ogni mia scelta.

Il suo rapporto con l’arte?
Sono cresciuto in una famiglia dove l’arte era molto importante, e lo è rimasta sempre anche per me. E’ facile pensare che i nostri film siano realizzati completamente con il computer. Ma prima di arrivare al render finale ci sono decine di migliaia di disegni, bozzetti, dipinti, sculture di ogni grandezza, colore e tecnica. Questo lavoro spesso è nascosto, misterioso, non visibile al pubblico. Occasioni come la mostra di Milano sono ottime per capire come funziona il nostro mondo. Potrà sembrare incredibile quanti sono i riferimenti e le ispirazioni che abbiamo dall’arte tradizionale, anche quella che si studia a scuola, sebbene poi nel film difficilmente si riesca a trovare direttamente.

Quali sono gli ingredienti per un successo?
Ci sono tre fattori fondamentali per costruire un film. Il primo è quello di avere una storia avvincente. Niente deve essere scontato, più riusciremo a stupire i nostri spettatori, a lasciarli a bocca aperta, più avremmo raggiunto il nostro scopo. Il secondo è quello di creare dei personaggi interessanti, compreso i cattivi. Devono essere individui a tutto tondo, li rifacciamo mille volte prima di trovare la forma definitiva. Spesso la forma definitiva non è nemmeno simile a come è stata pensata in origine. Infine, il terzo elemento è che siano immersi in un mondo credibile. Mi spiego bene, credibile non significa che sia realistico. Un mondo dove le urla di pura dei bambini viene trasformata in energia non è realistico, ma come lo abbiamo ideato risulta credibile, non solo perché visivamente ci siamo ispirati a dei luoghi reali.

Quanto c’è di vero in un film di animazione?
Nei film di animazione ti puoi basare sulla realtà come puoi inventare ogni cosa. Devi però ricostruire tutto, come per esempio la Parigi di Ratatouille, ma la cosa bella è che puoi ricostruire tutto. Non c’è limite a quello che possiamo immaginare.

Ma c’è un segreto tutto vostro…
Alla Pixar lavoriamo come di tradizione a partire da uno story board. Brad Bird per Gli Incredibili ha realizzato degli story animati, per dare maggior dinamismo alle scene. La vera innovazione che abbiamo creato alla Pixar è il color script, uno strumento artistico che traduce visivamente il contenuto emotivo di una storia attraverso l’uso del colore. Per esempio l’introduzione di Wall-e è quasi monocromatica, virata sui toni del marrone. Il primo colore che vede è il blu degli occhi di Eve, di cui Wall-e non può che innamorarsi. Poi c’è il verde della piantina…

Cosa la spinge ancora a fare film?
Cinque giorni dopo l’uscita di Toy Story ero all’aeroporto di Dallas con la mia famiglia. Con noi c’era una mamma con un bambino che aspettava l’arrivo del padre. In mano teneva un pupazzo di Woody, non vedeva l’ora di farlo vedere al padre. Non dimenticherò mai l’espressione felice e trionfante che aveva quel bambino su volto, è quella la molla che mi fa lavorare per creare nuovi film.

Alla Pixar puntante molto sui giovani?
Per noi è fondamentale attingere nuovi talenti dalle scuole, ma non solo. Per questo abbiamo un programma di stage che prevede l’inserimento di giovani nella nostra struttura. Ci dicono però che entrare alla Pixar è più richiesto e difficile che entrare ad Harvard, ma non è impossibile. Noi diciamo sempre che non importa un’idea o una storia da dove o come nasca, l’importante è che funzioni per il film. Quindi ognuno ha lo stesso valore nel processo creativo!

La mostra Pixar a Milano apre al pubblico il 23 novembre e rimarrà allestita fino al 14 febbraio 2012.

Pixar a Milano
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