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Men in Black 3: Recensione in Anteprima

A poche ore dall’uscita nelle nostre sale, ecco la recensione in anteprima di Men in Black 3

Sono passati dieci anni da Men in Black 2 ed ora abbiamo abbastanza elementi per pronunciarci. Di questo iter, la proiezione del terzo capitolo della saga non è stata che l’ultima delle tappe. Certamente la più importante ma non per questo unica. Tante, troppe perplessità in capo a Men in Black 3, progetto che ha avuto una gestazione piuttosto travagliata e che già nel corso della lunga vigilia è riuscito a far storcere il naso a chi in certe tempistiche non ci crede. Specie in questo caso.

Tra conferme di varia natura, sia in positivo che in negativo, l’agente J (Will Smith) e l’agente K (Tommy Lee Jones) non sono del tutto passati di moda, e per darne prova si è optato per un intreccio temporale. Temporale in tutti i sensi, ossia perché ambientato in un passato che è anche prequel di ciò che abbiamo visto nel primo, fortunato film. Per certi aspetti Men in Black III chiude un cerchio, magari non nel migliore dei modi ma certamente in maniera interessante.

Nè lo fa in via definitiva. Ora che conosciamo certi retroscena potremmo pure dirci soddisfatti, eppure nessuno ci vieta di pensare che fra altri dieci anni qualcuno possa rimettere mano alla saga. Tornando a noi, però, l’escamotage del salto temporale ha un suo perché. Se da un lato appare indice di una mancata freschezza, dall’altro riesce a dare adito a quegli episodi e a quelle battute che in fondo reggono l’intera impalcatura. Poco o molto che sia, ci pare difficile contraddire tale evidenza.


Causa scatenante di tutto ciò che avviene in Men in Black 3 è l’evasione di Boris l’Animale (Jemaine Clement) da una prigione di massima sicurezza (non tanto “massima”, evidentemente) situata sulla Luna. Ultimo dei Bogloditi, Boris fu malamente schiaffato in prigione da un Agente K pressoché alle prime armi – si fa per dire – sul finire degli anni ’60. Anziché fargliela pagare nel presente, il cattivone di turno decide stavolta di vendicarsi nel passato, evitando che l’episodio della sua cattura si verifichi. Manco a dirlo, il piano non sarà quello di lasciar cadere delle dosi massicce di Guttalax nel caffè di K, bensì di farlo fuori. Sennò che ‘cattivo’ sarebbe?

In realtà il film si svolge in maniera ancora più prevedibile di così. La prima parte ci consegna una coppia, quella composta dall’agente J e dall’agente K, stanca, quasi infastidita dalla lunga convivenza. Un perfetto trampolino per creare il mood giusto in previsione di ciò che accadrà di lì a poco, quando Will Smith dovrà lasciarsi correre dall’imponente Chrysler Building per salvare il collega con cui, fino a qualche ora prima, ha avuto un’accesa discussione.

In tal senso Men in Black 3 gioca pure sulle emozioni, le stesse che praticamente tutti i “neofiti” di questa saga stenteranno a far proprie. Perché a dispetto di evidenti pecche, questa terza iterazione funziona nella misura in cui i primi due hanno già attecchito nello spettatore. Sarebbe poco onesto valutarlo recidendolo dall’albero a cui appartiene, ed il perché è presto detto.


Men in Black è tale, piaccia o meno, per quel suo tenore scanzonato, che vive di battute prima ancora che di episodi. Non cerca un linguaggio raffinato, né il suo può realmente definirsi un citazionismo colto. Eppure a suo tempo funzionò per questo, nel suo saper unire certe componenti grottesche ad altre estrapolate dalla Fantascienza. Anche in questo caso sono certe uscite a fare la differenza, come il classico gioco del “l’avresti mai detto che è un alieno?“, il quale in questo caso svela retroscena piccanti come quello che vuole Mick Jagger un extraterrestre mandato sulla Terra per inseminare le “femmine umane”. Oppure la breve ma intensa interpretazione di Bill Hader, nei panni di un agente sotto copertura… nei panni del vero Andy Warhol.

Sarebbe a nostro parere ingeneroso puntare il dito su una trama a conti fatti debole, anche perché il leitmotiv è sempre stato lo stesso: salviamo il mondo dalla minaccia di alieni inadempienti ai Trattati intergalattici. Stavolta si è optato invece per qualcosa di addirittura più intimo, se ci passate il termine. Perché in primo piano non c’è direttamente la salvezza del genere umano, ma quella dell’unico agente da cui in futuro (che oramai è il passato…?!) dipenderanno le sorti del nostro pianeta.

E la vera attrazione di quel 1969 durante cui si svolge praticamente tutto il film non sono le montagne russe di Coney Island finalmente funzionanti, nient’affatto. E’ Josh Brolin, nei panni di un perfetto agente K, solo con quarant’anni di meno. Serioso, col viso aggrottato, di poche parole. Eppure caratterialmente meno inquadrato, i cui angoli appaiono meno smussati. Cos’è che l’ha profondamente cambiato? Questa, di fatto, è la domanda che l’agente J si trascinerà per l’intera pellicola. Diciamo solo che la carta sentimentalismo, tutto sommato, ci pare spesa bene.


Il resto è un coacervo di gag e battute più o meno felici, tutte però poggianti su quell’equivoco di fondo generato dal paradosso temporale. Inevitabile il ricorso, per quanto timido, a temi come lo sdoppiamento o la satira, sia essa politica o sociale. E mentre i minuti passano, tra un evento e l’altro, pochi sono i momenti in cui si riesce a fare carico di adrenalina, con giusto quei due/tre inseguimenti anch’essi probabilmente finalizzati a ricordarci quanto tempo sia passato dai primi due episodi.

Tirando le somme, a noi pare che la calamità sia stata scongiurata. Al punto in cui si era arrivati Men in Black 3 era già stato dato per spacciato, e chissà che certi pregiudizi, per quanto fondati, non finiscano con l’incidere sulle valutazioni di alcuni. Non possiamo fare a meno di riconoscere certi limiti, come un incipit narrativo che definire poco originale è dire poco, nonché alcune misure che in sede di sceneggiatura evidentemente non sono state prese – noi, considerate le premesse, avremmo spinto l’acceleratore su un fan-service ancora più spudorato, per esempio. Tuttavia l’inedita coppia si lascia guardare più che tranquillamente, proponendoci una surreale variante che profuma di inedito anche se non lo è totalmente. Le perplessità restano in relazione a coloro che con questo terzo appuntamento si accosteranno per la prima volta alla saga. Che altro dire a quest’ultimi, ma anche agli altri? Beh, il primo Men in Black non si tocca e rimane saldamente lì dov’è. Ma questo nuovo capitolo lo si può anche preferire al secondo senza commettere alcun reato (anche se l’assenza di Frankie, il cane parlante, si fa sentire).


Non sia mai però chiudere questa nostra analisi senza aver fatto cenno al 3D. Ce lo siamo volutamente lasciato per ultimo, in modo da dargli più risalto. Superfluo. Questo è il termine più appropriato che ci viene in mente, per quanto banalmente lapidario. Lungi da noi voler troncare a priori qualsivoglia confronto, ma su tale aspetto c’è poco su cui speculare, salvo forse qualche approfondimento di carattere tecnico. No, neanche in quel caso.

J: Dimmi almeno come si usa questo coso?!
K: Come tutto il resto… allacci le cinture e speri che ogni cosa vada per il meglio.

Voto di Antonio: 7

Men in Black 3 (Azione, USA, 2012), di Barry Sonnenfeld. Con Will Smith, Tommy Lee Jones, Josh Brolin, Jemaine Clement, Michael Stuhlbarg, Emma Thompson e Rip Torn. Nelle nostre sale da oggi, mercoledì 23 Maggio. Qui trovate il trailer italiano.