Dalla Metropoli(s) di Lang alla Cosmopoli(s) di Cronenberg

A ventiquattr’ore dall’uscita in sala, tentiamo di capire quale sarà il lascito dell’ultimo lavoro di David Cronenberg


Ecco cosa succederà, più o meno. Per rendervene conto partite da voi. Non guardate all’esterno, né cercate “conforto” in recensioni o quant’altro. Prestatevi a Cosmopolis uno di questi giorni ed andate dentro voi stessi. Episodi, parole, gesti, tutto ciò che vi riguarda e che riuscite ad associare a questo film può mostrarsi rivelatore. Non guardatevi attorno, perché attorno a voi scorgerete la medesima incertezza che presumibilmente vi avrà appena avvolto. Non sarà per tutti così, ma per la maggior parte senza dubbio.

Qualora invece spasimaste di conoscere qualche reazione altrui, di ricevere un braccio teso quasi foste in preda ad un gorgo che vi risucchia senza possibilità di scampo, date una letta superficiale alla stragrande maggioranza delle recensioni che trovate sparse per la rete. Se c’è un termine che più di ogni altro le accomuna tutte, beh… quel termine è disorientamento. Sia chiaro, nessuna critica malevola. Chi vi scrive è giunto alla seguente analisi partendo dal medesimo smarrimento, peraltro non ancora del tutto rientrato.

Ho scomodato un mostro sacro come Metropolis non tanto per lanciarmi in paragoni, almeno per ora, difficili da digerire. Una certa qualità di pensiero cercherà di rendere l’accostamento del film di Lang a quello di Cronenberg come una sorta di allegro peana, in cui a uscirne decisamente gonfiato è il film del regista canadese e non viceversa. Nonostante ciò, corro il rischio assicurandovi che non è questa l’intenzione. Certi spunti, tuttavia, legano le due pellicole con un sottilissimo fil rouge, tanto incerto quanto innegabile. Ed è ciò che spero in qualche modo di dimostrare.


Fossimo ad una lezione di Cinema, o ad un Cineforum, partiremmo con quella pedante vivisezione del film che nove su dieci tende ad appesantire una pratica già di per sé tutt’altro che leggera. Senza contare che darebbe alla trattazione un tono vagamente accademico, cosa che sinceramente preferirei evitare. Spero invece di rendere il tutto quanto più vivo e dinamico possibile, andando a ruota libera sulle tematiche a mio parere più interessanti.

D’altro canto, per tentare un approccio quanto più appropriato a Cosmopolis, è da discipline come la Sociologia, la Filosofia e poche altre ancora che bisogna attingere. Tutte meno che, paradossalmente, il Cinema. Perché, togliamoci subito questo dente, Cosmopolis ha davvero poco di strettamente “cinematografico”. E per complicare ancora di più le cose, diciamo che risiede proprio in tale aspetto il suo penetrante vigore.

Qui emerge un primo appunto che si può rilevare accostando l’ultima fatica di Cronenberg al capolavoro di Fritz Lang. Metropolis fu un colossale disastro, tanto più dispendioso, sotto ogni aspetto, quanto più clamoroso. Basti pensare che l’UFA, l’organo di finanziamento della Weimar, andò incontro ad una pirotecnica bancarotta a causa di questa “bravata”. E qualora qualcuno dubitasse circa la portata di questo sonoro fallimento, si rechi seduta stante presso l’inflazionatissimo Wikipedia. Se uno come H. G. Welles stabilì che Metropolis fosse “il più sciocco” dei film, mentre un altro come Luis Buñuel arrivò a definirlo “retorico, banale, intriso di romanticismo superato“, evidentemente qualcosa che non andava c’era.

In giro, specie tra i siti americani, al peggio regna un certo scetticismo riguardo a Cosmopolis – seppur con la dovuta cautela… troppo presto per un eventuale tonfo. E per un Indiewire disposto a portarlo ai cieli, c’è subito un Hollywood Reporter pronto a prenderlo per i piedi e scaraventarlo a terra. Ma quale che sia la vostra fonte, per ora, come accennato, sembra vigere un clima d’incertezza. Il responso della Giuria di Cannes, in tal senso, potrebbe rivelarsi determinante per gli anni a seguire. Mentre però aspettiamo che la Storia faccia il proprio corso, possiamo anche tentare di scalare questa ripida montagna.


A chi vi scrive piace pensare che senza Metropolis non ci sarebbe stato un Cosmopolis, ed il perché è presto detto. Non si tratta, tanto per precisare ulteriormente, di un’affermazione di ordine squisitamente cinematografico. Anche perché, sotto questo specifico aspetto, i due film non potrebbero somigliarsi di meno. Ma se è vero, come rileva Alan N. Shapiro, che la Storia è una scienza obsoleta e che la Fantascienza dica molto di più riguardo alla realtà che ci circonda, allora dobbiamo dare atto ad entrambi i film di muoversi in un ambito ben più ampio e complesso del Cinema. Limitare queste due opere allo schermo è pressoché impossibile: la loro vibrante energia diromperebbe a prescindere.

Sostanzialmente Metropolis può per certi aspetti definirsi prodromo di Cosmopolis perché la società fantasiosamente tratteggiata nel primo altro non è che la base su cui poggia quella che (non) vediamo nel secondo. Nel film di Lang è la mastodontica metropoli, oggetto di una miriade di speculazioni interdisciplinari. Quella metropoli atterrente, le cui meccaniche sovrastano l’uomo e lo trasformano come e più della sua stessa, strabocchevole grandiosità. Dove l’uomo è fatto per essa e non il contrario, come invece accadeva in relazione alla tradizionale concezione delle cittadine medievali. L’uomo come ingranaggio inconsapevole, reso schiavo da sogni utopici e marcatamente demoniaci.

Come pensare, dunque, addirittura una città-cosmo senza una città-capitale? Sarebbe come sostenere che un adulto non sia mai stato un infante prima di crescere. Lang ci consegna una Belva insaziabile, i cui tentacoli devono ancora infiltrarsi a dovere. Ciò che vediamo in Cosmopolis altro non è che una fase molto avanzata di quell’Utopia. Per capirlo basta spostare la nostra attenzione su di un’altra pellicola, contemporanea a Metropolis, ossia Aurora di Murnau (1927). Se nel film di Lang gli eventi restano confinati all’interno della macchina-città-capitale, in quello del connazionale Murnau assistiamo a qualcosa di diverso. Uno dei due protagonisti è un contadino che viene dalla campagna, prima di lasciarsi trascinare dall’amata in città. Ciò significa che all’epoca esisteva sì una metropoli, ma i cui confini erano ancora piuttosto netti e ben delineati. La sua influenza veniva esercitata all’interno di un determinato spazio, grande o piccolo che fosse, lasciando integri tutti coloro che non vi entrassero a contatto: una volta dentro era pressoché inevitabile venirne inghiottiti. Ma una via di scampo, seppur esclusivamente preventiva, esisteva ancora, ossia tenersi a debita distanza.

Sappiamo bene, però, che quello di Metropolis altro non rappresenta che un esperimento in divenire. Roma non è stata costruita in un giorno, e così Cosmopolis. Bisogna partire da un progetto molto più modesto prima di sconfinare oltre. Quell’oltre, come ci suggerisce il film di Cronenberg, in realtà non si pone alcun limite. In nuce, Cosmopolis è già lì, in una Metropolis alienante e fagocitante. Prima Capitale del mondo, poi mondo stesso!


Di mezzo c’è quel “villaggio globale” di mcluhaniana memoria, che ha reso il nostro globo, per l’appunto, esponenzialmente più piccolo di una piccola città. Quel globo divenuto cosmo, dove il restringimento dello spazio è inversamente proporzionale al sovraffollamento delle persone. Se prima si viveva in 2 all’interno di 100 metri quadri, adesso si vive in 100 dentro 2 metri quadri. La metropoli tende ancora a rendere per lo meno pensabili le differenze (come in Aurora: c’è la città ma c’è anche la campagna), mentre la cosmopoli annienta irrimediabilmente tutto ciò che è anche solo riconducibile al concetto di diversità. Appiattisce tutto, sia in verticale che in orizzontale.

L’ambiente di Cosmopolis è quello in cui l’andamento della moneta corrente in un luogo a miglia e miglia di distanza da me può distruggermi o glorificarmi in un misero istante. In Metropolis non era così. La “sfortuna” degli ignari operai era quella di trovarsi nelle grinfie dell’orco cattivo, ma nessuno ci vieta di pensare che se si fossero trovati altrove, lontano da quei soverchianti grattacieli, loro sarebbero stati salvi. Non in Cosmopolis. Dove nascondersi quando la macchina-Bestia non conosce limiti, men che meno territoriali? Dove, in un mondo in cui l’uomo, nel migliore dei casi, ci mette quasi un’intera giornata per raggiungere la Cina dagli USA, mentre il sopracitato animale ferino impiega una frazione di secondo per coprire il medesimo tragitto?

Senza contare che gli eventi di Metropolis danno adito a spiragli ottimistici. Accantonando il finale misconosciuto da Lang, già una figura come Maria è indice di ciò. Nel mondo immaginato dal regista tedesco esiste ancora qualcuno in grado di ergersi e trascinare quella informe poltiglia denominata massa fuori dalla condizione in cui si trova. Come tutti sappiamo, in Metropolis la rivolta avviene, c’è un risveglio. Tutto ciò non è ammissibile in Cosmopolis. L’unica ad esternare un certo equilibrio in quel contesto surreale è Vija Kinski (Samantha Morton), una delle consulenti a tempo di Eric. Ed è abbastanza significativo che il suo buon senso si arresti bruscamente allorquando riesce a fornire una corretta diagnosi di quanto sta avvenendo fuori da quella limo: “la mia è Teoria… io sono solo una teorica“. Esatto, oggi la Verità è teoria, intesa nell’accezione peggiore del termine, cioè quella che evoca passività, e tale inibizione senza nemmeno bisogno di un doppio, come per il robot/Maria. Niente a che vedere con l’azione trasformante di quest’ultima, carica di un’attività disarmante.


Il subdolo ma inesausto lavoro condotto, dietro le quinte, tra l’una e l’altra pellicola ha ancora più mortificato la sana individualità del singolo, esponendolo definitivamente alle intemperie di quel noi collettivo che non è né carne e né pesce. Un gallo con la testa mozzata che scorrazza in tondo per un campo, senza motivo o scopo alcuno. Come si è arrivati a tutto ciò? Paradossalmente proprio esasperando tale individualità, “nientificata” dall’auto-esaltazione di sé stessa, ponendola al di sopra di ogni altra cosa.

Ed è emblematico che la scelta, in fondo, cada proprio su New York, sia in Metropolis che in Cosmopolis. D’altro canto si sa che a Lang l’idea per il suo film venne in mente proprio dopo aver fatto una passeggiata nel West Side; mentre quello di Cronenberg, per quanto girato a Toronto, è comunque ambientato nella Grande Mela. Sì perché è lì che si trova il centro del mondo della nostra epoca. E che i contesti dei due film siano identici è fin troppo evidente. L’unica differenza sta nel fatto che tra i due intercorre quasi un secolo. Non serve chissà quale sforzo per capire che quei giganteschi edifici che vediamo in Metropolis sono, né più né meno, quelli che non vediamo in Cosmopolis, solo all’incirca novant’anni più vecchi. Il che apparirà strano se si pensa che il primo è ambientato addirittura dopo il secondo, ossia nel 2026. Ma, ehi… abbiamo accennato al fatto che si tratta di Fantascienza? Sì? E al fatto che tale disciplina non dica bugie, a differenza di altre?

Ciò che cambia, peraltro, è il registro adottato. In questo, come in relazione ad altri aspetti, i due film differiscono profondamente. Soffermiamoci sul Montaggio. Tanto fresco e spumeggiante quello di Metropolis, quanto volutamente piatto e monotono quello di Cosmopolis (lo so, siamo stati tutti vittime del trailer). Ma anche in questo caso, non potrebbe essere diversamente. Il ritmo della pellicola langhiana deve essere incalzante, in crescendo per giunta. Dopo un po’ ci arriviamo a capire che il perfido Johhan Fredersen sia egli stesso vittima, per quanto risulti agevole identificarlo col ‘cattivo’ di turno. Eppure percepiamo che il vero artefice di quel marasma è da ricercarsi altrove, finendo col puntare inevitabilmente il dito sulla metropoli stessa. E’ lei il vero ‘cattivo’, e difatti è l’ultima a soccombere. Ma, durante le vicende che si susseguono dinanzi ai nostri occhi, a noi è dato di entrare a contatto con più realtà, senza distinzione alcuna: quella degli operai, quella dei padroni etc. La Forza Distruttrice della metropoli (ricordiamo, il ‘cattivo’) si limita però a sfiorarci per l’intera durata del film, permettendoci tutt’al più di avvertirla.

Cronenberg, invece, opta per tutt’altro repertorio. E’ un po’ come se ci dicesse: “Lang vi ha mostrato quanto e come incide questa Forza sovrumana su chi ne rimane coinvolto; io vi mostrerò tale Forza per quello che è, fregandomene del suo influsso su tutto ciò che travolge lungo il suo inarrestabile incedere“. La scelta di ambientare buona parte del film all’interno di una limousine rende clamorosamente manifesta questa basilare impostazione – tenuto ovviamente conto del debito che il buon David ha verso DeLillo. In Metropolis assistiamo da dentro a ciò che avviene fuori, mentre in Cosmopolis possiamo guardare da fuori ciò che avviene dentro. In tutte e due i casi l’unico nostro invalicabile limite resta la macchina da presa. A noi è dato vedere solo ciò che vede la telecamera. Tutto ciò che possiamo vivere, esperire, rientra solo ed esclusivamente nel profilmico. Sia che siamo dentro, sia che ci troviamo fuori, è come se durante la visione fossimo puri spiriti che fluttuano in una dimensione intermedia. L’occhio unico organo sensibile.


Vogliamo parlare poi della componente sonora? Ok, nel 1926 il sonoro era di lì a venire, quindi c’è poco da ragionare sul perché Metropolis sia un film muto. Ma dev’esserci una qualche misteriosa ironia nella netta contrapposizione tra la totale assenza di voci del film di Lang e l’estenuante verbosità di Cosmopolis. Di nuovo, il primo descrive visivamente ciò che è possibile capire, perché essenzialmente ancorato ad eventi che coinvolgono l’uomo, pur considerato all’interno di un’anonima folla. Il secondo deve servirsi di astrusi e a tratti incomprensibili dialoghi per descrivere ciò che non può essere realmente compreso. Nel primo caso osserviamo la scia di devastazione del ciclone da una posizione tutto sommato tranquilla, mentre nell’ultimo ci troviamo proprio nel bel mezzo della tromba d’aria.

Alla luce di quanto appena espresso, mi pare ulteriormente ragionevole definire i due film speculari. Nel primo alla libertà dello spettatore è concesso immaginare cosa avvenga all’interno di quella Forza devastante, laddove nel secondo, al contrario, lo spettatore deve “sforzarsi” ad immaginare cosa avvenga all’esterno. Metropolis ci illustra le conseguenze dirette di tale azione, mentre Cosmopolis ci conduce nel suo cuore. E cos’è, per concludere, questa Forza a cui abbiamo alluso fino ad ora, se non il Capitalismo, quello incondizionatamente sbrigliato?

Lungi dal rappresentare il nemico di un qualche residuato ideologico, è lui la causa. O meglio, il mezzo di cui si serve la causa. Molti hanno avuto e avranno da ridire sulla scelta di Robert Pattinson da parte di Cronenberg, eppure chi vi scrive tende a difenderla. Anzi, a mio parere questa mossa merita proprio un plauso. Scegliendolo, il regista canadese mescola le carte, attuando una sorta di operazione metacinematografica. Pattinson, il vampiro per eccellenza dell’ultimo decennio, quale simbolo (o come scrive più correttamente Gabriele in sede di recensione, simulacro) del Capitalismo che, letteralmente, vampirizza il mondo (cosmo) intero.


Edward, ormai divenuto Eric, giovane brillante il cui aspetto tradisce l’età e la relativa esperienza. Colui che è sopravvissuto a tutti coloro che è riuscito ad uccidere. Colui che rende la propria preda un vero e proprio morto-vivente, non prima però di averlo dissanguato. Ma mentre il Pattinson che ci consegna la saga di Twilight è in fondo un bonaccione, praticamente vittima di circostanze contro cui cerca in ogni modo di ribellarsi, la mutazione (ecco la tematica fortemente cronenberghiana) in Cosmopolis è oramai consumata. Confuso, cinico, spietato, letale, non risente più di alcun freno: il suo veleno ha oramai ammorbato il mondo intero.

Ed anche se ci sarebbe ancora parecchio da scrivere, al punto in cui ci troviamo siamo già costretti a prendere atto che non la pavida Cronaca, ma il Cinema ci affida un onesto e scrupoloso resoconto di ciò che realmente ci circonda. Certi loschi piani proseguono, più in salute che mai.

Ma la domanda a cui molti di noi non trovano ancora risposta è… basterà un colpo di pistola alla testa o a questo punto è già troppo tardi?

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