Lovelace: Recensione in Anteprima

Vita e apparenti contraddizioni di una diva del porno suo malgrado. La vera storia della protagonista di Gola Profonda attraverso la ricostruzione a posteriori di Linda Lovelace

Un evento epocale per la storia non solo del cinema americano ma della società americana tutta, che vide abbattersi il ciclone Gola Profonda senza nemmeno accorgersene. Un boom di incassi ma soprattutto un caso nazionale, in quegli Stati Uniti immediatamente post-Woodstock con il prurito per tante libertà di tanti giovani ed intellettuali meno giovani, opposto a quello della parte legata ad un retaggio di stampo protestante laddove non puritano. A tutto ciò Lou Perry e Jerry Gerard, rispettivamente produttore e regista del primo porno ad essere sdoganato presso il grande pubblico, oppongono un diverso tipo di formicolio, quello della giovane ed ancora sconosciuta Linda Boreman, in arte Lovelace.

Come si dice in questi casi, il resto è storia. Come quello che avvenne anni dopo, quando la Boreman pubblicò il suo libro autobiografico Ordeal, in cui svelava i retroscena di quel periodo così frenetico che precedette e seguì l’uscita del film. Si scopre allora che l’allora ventitreenne Linda fu costretta a prendere parte a quel film, attraverso un percorso di minacce ed intimidazioni protrattesi nel tempo da parte del marito Chuck Traynor. Pressioni e violenze, sia fisiche che mentali, che non cessarono anche dopo il successo della giovane porno-star, anzi. E su questo si sofferma il biopic che prende il suo nome.

Un argomento delicato, che tocca non solo i diretti interessati, peraltro oramai deceduti. Trattasi di una patata bollente per un’intera società che si è sempre spesa con forza e decisione sulle apparenze, sulla sua irreprensibile “way of life”, perfetta e senza compromessi. Che una storia di quel tipo fosse coronata da un successo su quella scala era probabilmente inaccettabile; da ciò si ha una vaga idea di quali reazioni possano avere suscitato le dichiarazioni a posteriori della Lovelace. Una donna che voleva senz’altro alleggerirsi di un peso gravoso, sebbene lei fosse con ogni probabilità l’unica a sapere se si trattava della verità o del senso di colpa. Materiale che scotta, all’interno del quale è difficile muoversi.

Nondimeno sono queste le scomode domande a cui un film di questo tipo sarebbe chiamato a rispondere. Nulla di tutto ciò invece. Lascia perplessi la chiave di lettura ed il registro adottati da Epstein e Friedman, i quali dribblano tali questioni con una certa santimonia che aleggia per tutto il film, ammantando la loro protagonista di quell’aura di innocenza se non addirittura di pudore che davvero stonano. Non tanto perché sia difficile credere alla tesi di una Linda Boreman vittima di un porco, quanto per il modo in cui tale riverenza viene gettata lì sul tavolo della discussione senza darne alcuna fondata motivazione. Un lavoro che, a queste condizioni, perde a priori la sua ratio, che a questo punto sembra mirare solo ed esclusivamente ad un’ulteriore riabilitazione postuma.

E che gli stessi autori non siano pienamente convinti di ciò che intendono rappresentare, ne è prova anche la struttura del film. Non sta a noi dire se per mancato coraggio o per semplice scelta coscienziosa, il mancato appeal delle premesse così come le abbiamo poco sopra sintetizzate si riflette su un andamento sorprendentemente piatto. Sì perché non si può certo dire che la tematica sia priva di elementi accattivanti, né che i singoli episodi lascino di per sé indifferenti. Ma è proprio questo guardarsi bene dallo scavare, o quantomeno dal tentare di andare sino in fondo a questa complessa vicenda informa tutto il resto, a partire da una bipartizione netta, che contribuisce ad impoverire ulteriormente una storia che si limita per lo più a qualche aneddoto o fatterello.

Alla prima parte se vogliamo glamour, quella dell’innamoramento di Linda e la successiva ascesa al successo, segue una seconda parte speculare, che ci fa rivivere alcuni passaggi essenziali della precedente, stavolta assecondando la versione della Lovelace. Ne esce fuori un ritratto incerto, che ha tutta l’aria di essere monco, insincero non tanto in merito ai contenuti, quanto al modo di essere raccontato. Come se la Lovelace avesse davvero bisogno di un’opera che forzasse la realtà dei fatti nell’intento di farli coincidere con delle tesi ben più accomodanti. E quella che doveva essere un’opera di sicuro più intraprendente finisce col mostrarsi inibita, eccessivamente prudente.

Perché in Lovelace quasi tutto è posticcio, dalla ricostruzione mediante trucco della Lovelace che decide di uscire anni dopo allo scoperto, a quella studiata ingenuità della prima parte, la quale di certo non depone a favore della vera Linda. La storia di quest’ultima diventa dunque un mero incidente di percorso, una brevissima parentesi di una donna, diciamocelo, anche un po’ stupidina. E non si tratta certo di caldeggiare per una tesi anziché un’altra, perché questo è quanto ci restituisce il film, che fatica pure a bilanciare i pochi momenti atti a sdrammatizzare una vicenda sostanzialmente drammatica. E ai titoli di coda, di quello che, lo ricordiamo, è pur sempre un biopic, l’unica impressione che ci resta è che della triste e controversa storia di Linda Lovelace ne sappiamo quanto prima, solo in maniera più confusa. Se non addirittura di meno.

Voto di Antonio: 4

Lovelace (USA, 2013) di Rob Epstein, Jeffrey Friedman. Con Amanda Seyfried, Peter Sarsgaard, Hank Azaria, Adam Brody, Bobby Cannavale, James Franco, Debi Mazar, Chris Noth, Robert Patrick, Eric Roberts, Chloë Sevigny, Sharon Stone, Juno Temple e Wes Bentley. Nelle nostre sale dal 27 marzo.

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