Roma 2014 – Spandau Ballet: Il Film – Soul Boys of the Western World – Recensione in Anteprima

Gli anni ’80 tornano straordinariamente in sala grazie a Tony Hadley, John Keeble, Gary Kemp, Martin Kemp e Steve Norman e al doc che li celebra ufficialmente. Spandau Ballet: Il Film – Soul Boys of the Western World

Archiviato Duran Duran – Unstaged di David Lynch, uscito a fine luglio nei cinema d’Italia, ecco ora arrivare in sala i grandi rivali di Simon Le Bon&Co., ovvero gli Spandau Ballet. Tony Hadley, John Keeble, Gary Kemp, Martin Kemp e Steve Norman sono infatti sbarcati al Festival Internazionale del Film di Roma con Spandau Ballet: Il Film – Soul Boys of the Western World, titolo diretto da quel George Hencken, produttrice di video musicali e documentari di successo qui al suo debutto da regista. Più che un docu-film sulla celebre band un vero e proprio omaggio ad un decennio, gli anni ’80, per molti versi indimenticabile. E non solo dal punto di vista musicale, ma anche socio-politico, con la Lady di Ferro Margaret Thatcher ad incidere profondamente sulla vita di un Paese, culturale ed economica.

Nati nel 1979, dopo aver più volte cambiato nome ed aver assaggiato funk e synthpop fino a diventare i ‘nuovi romantici del pop’, gli Spandau hanno segnato la storia del costume e della cultura pop degli anni ’80. Soprattutto in Inghilterra, anche se poco più che maggiorenni, con oltre 25 milioni di dischi venduti nel mondo e 23 singoli piazzati in hit parade. La pellicola della Hencken segue ovviamente l’intera parabola dei 5 componenti del gruppo. Dagli inizi, quando figli di operai nel nord di Londra avevano intuito la ‘fine’ del punk e l’inizio di una nuova era, al contagio con il mondo della moda avvenuto in un mitologico locale della Capitale, fino al boom inatteso anche se ancora senza una casa discografica alle proprie spalle. Prima dei Club Culture e degli stessi Duran Duran, eterni rivali, arrivarono loro. Gli Spandau, così raffinati e sorprendenti nel vestiario, in grado di lanciare e determinare mode. Era finita l’epoca dei trasandati del punk. Iniziava l’era del pop.

A raccontare la storia gli stessi Tony Hadley, Steve Norman, John Keeble e i fratelli Martin e Gary Kemp. Sono le loro voci a portarci lungo i 112 minuti di una pellicola che non si limiterà a ricordarne il ‘genio’. Perché grazie ad uno straordinario lavoro di archivio, con meravigliosi filmati d’epoca e incredibili video inediti della band, Soul Boys of the Western World ha il merito di condurci in una sorta di macchina del tempo. Riportandoci negli anni ’80, raccontando così il panorama culturale, politico e personale che fa da sfondo alla storia della band. Non un titolo pensato e realizzato solo e soltanto per i fan degli Spandau, ma un vero e proprio documento storico, in grado poi di evolversi nel raccontare principalmente la storia di una grande amicizia. Quella di 5 ragazzi che hanno esaudito un sogno, diventando i numero 1 al mondo tra il 1981 e il 1984. Nel 1985, con il memorabile Live Aid organizzato da Bob Geldof e Midge Ure, assaggiarono la ciliegina di una torta che si era fatta pesantemente stretta per contenere tutti e 5. Dopo aver pubblicato 5 album in 5 anni, e con annessi 5 tour mondiali, il punto di non ritorno venne toccato nel 1989 con il disco Heart Like a Sky. Fu un flop. Qui l’ego spropositato di Gary Kemp, l’autore di tutte le canzoni degli Spandau, portò la band allo scioglimendo. Pochi anni dopo i 5 ‘ex’ amici si ritrovarono in tribunale. Tutti contro Gary e i ricchi diritti legati ai grandi successi del gruppo, da lui scritti. Vinse quest’ultimo, nel frattempo diventato attore ad Hollywood. 5 anni fa, storia recente, il colpo di scena. Perché l’amore per il palco e quella vecchia amicizia mai del tutto dimenticata hanno riportato gli Spandau l’uno al fianco dell’altro 20 anni dopo l’ultima volta, tanto da dar vita ad un nuovo disco, Once More, ad un nuovo tour ed ora a questo documentario antologico.

Un vero e proprio affresco che George Hencken ha saputo rendere straordinariamente elettrizzante. Montaggio battente, colonna sonora inevitabilmente meravigliosa e tanto materiale inedito per ricordare la prima band pop in grado di unire videoarte, grafica, moda, soul e musica elettronica nei propri concerti. Nel giro di un lustro gli Spandau Ballet segnarono un’era, qui ricordata attraverso il costume, la musica, i film, le tendenze. Quel che siamo oggi nasce anche se non soprattutto negli anni ’80. Da Communication a True, da Gold, a Only When You Leave, sino ad arrivare a I’ll Fly For You e Through The Barricades. Tutti i pezzi più celebri degli Spandau rientano ovviamente in questo titolo, con aneddoti riguardanti la loro creazione e dietro le quinte privati girati dagli stessi componenti del gruppo. Ed ora resi pubblici da una regista riuscita nell’impresa di suscitare emozioni attraverso un doc tanto nostalgico quanto incredibilmente frizzante. Perché chi è figlio degli anni ’80, vuoi o non vuoi, non potrà mai dimenticare quegli anni vissuti sulle note dei Duran Duran, di Boy George, dei Dead or Alive, degli Wham e compagnia danzante. Tutti o quasi, checché se ne dica, figli proprio degli Spandau Ballet.

Voto di Federico: 7+
Spandau Ballet: Il Film – Soul Boys of the Western World (Uk, 2014, Soul Boys of the Western World) di George Hencken; con Tony Hadley, John Keeble, Gary Kemp, Martin Kemp, Steve Norman – al CINEMA il 21 e 22 ottobre.

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