Orson Welles: “Fellini è un provinciale”, poi ci ha ripensato…

Orson disse ancora, camminando su Via Veneto Set, regno della Dolce Vita: “La Dolce Vita viene dalla innocenza provinciale di Federico, poiché è così totalmente inventata”

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E’ curioso riscoprire una vecchia frase di Orson Welles a proposito del provincialismo di Federico Fellini, quando lo stesso Welles nacque a Kenosha, cittadina provinciale del Wisconsin, perciò anche lui ragazzo di provincia. La Rimini di Federico equivale la Kenosha di Orson, che è sempre stato un gran viaggiatore dentro e fuori l’America.

La frase completa è comunque questa: “Fellini non è mai realmente arrivato a Roma. No, sta ancora sognando. E dovremmo essergli tutti riconoscenti per qui sogni. La forza della Dolce Vita viene dalla sua innocenza provinciale. E’ così totalmente inventata!”. Disse : “Dopo Lo Sceicco Bianco, I Vitelloni è il migliore di tutti, mi è piaciuto anche la Strada”.

Il “provinciale” Orson, lontane origini irlandesi, girò il mondo più di Fellini. I suoi film sono dislocati un po’ dovunque, a New York come in altre città americane, a Shangai (La Signora di Shanghai), in tanti altrove negli Usa e in Italia, come prova la sua presenza a Roma per la Hollywood sul Tevere e il ruolo del regista nell’episodio di Rogopag, La Ricotta, diretto da Pasolini. Tuttavia, quel che conta, non è tanto la provenienza quanto l’occhio di chi guarda e si può dire senz’altro che un occhio esterno, acuto, profondo come quello di Fellini, va davvero a fondo a Roma e nell’Italia degli anni Cinquanta.

Del resto, il cinema italiano ha spostato i registi. Sono venuti a Roma ad esempio Francesco Rosi, da Napoli; Dino Risi, Luigi Comencini, da Milano; Pietro Germi, da Genova. E così via. Il cinema si muove e costringe tutti a muoversi, con i passi e la fantasia. Questo tema di una estraneità a un luogo dove ci si trova, dove si va per lavorare, ha reso possibile per fare un caso un rimescolio molto forte, la trasformazione delle lingue dialettali che solo in parte sono state inghiottite dalla lingua italiana; e ciò vale per tanti altri aspetti modificati della situazione culturale, e solo linguistica.

Il tema di questo tipo di estraneità è emerso qualche giorno nella serata di proiezione al Teatro dell’Angelo, a Roma, del film “Via Veneto Set” che ho realizzato alcuni anni fa e indirettamente pone la questione. La Dolce Vita, che il lavoro documenta nei retroscena meno conosciuti inserendoli nella cronaca rosa e nera dei primi anni 60, ha un valore notevole perché prima il taccuino poi le immagini felliniano non inventano ma “reinventato” la realtà di quel pezzo di Roma che va da Piazza Barberini a Villa Borghese.

Nessun altro avrebbe potuto raccontare non solo Roma nel modo di Fellini che peraltro era da sempre pendolare da Rimini a Roma, per via della madre era romana (la storia di questo pendolarismo la si può leggere nel mio libro “Fellini & Fellini”). Una distanza serve soprattutto nel cinema per arrivare al cuore di una città e per capirne da fuori i segreti veri nascosti sotto gli aspetti più appariscenti, turistici (come è fatale a Roma). Welles nel suo “Otello” ha capito Venezia meglio di un veneziano.

“Via Veneto Set” dimostra che la Dolce Vita ha avuto potenza e vicinanza con un’idea non solo suggestiva, o confezionata, della città. Dimostra che lo sguardo di un artista acuto vale forse di più di quello di un sociologo. Dimostra che è da come si mette ordine nella confuzione dei pareri e degli interessi. Dimostra, forse, che un Fellini capirebbe meglio Tor Sapienza, il malessere, gli scontri, la violenza di un quartiere di cui una gran parte della città ha cominciato solo adesso a conoscere, drammaticamente. Fellini aveva pudore e stupore nel guarda Roma. Ecco quel che serviva e serve.

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