Taxi: recensione in anteprima del film in concorso a Berlino 2015

Impietoso ritratto di un cineasta confinato in un taxi per raccontare la sua storia. Ma come spesso accade, la ristrettezza aguzza l'ingegno, e Taxi finisce con l'essere uno dei film più interessanti della Berlinale

L’inquadratura, da un abitacolo, dà su una strada, mentre una serie di macchine passano indifferenti. Finché anche l’autovettura dentro alla quale ci troviamo noi non decide di partire, ed allora comincia anche il nostro di viaggio. Per Teheran, nel corso di quella che sembra un’ordinaria giornata di vita, fatta di alti e di bassi. Come riesca Jafar Panahi a raccontare tutto questo tenendo le varie macchine da presa sempre e solo all’interno del taxi è un altro paio di maniche. Perché questo suo ultimo film, il terzo dopo essere stato interdetto a girarne del tutto, trasuda una voglia di raccontare e raccontarsi come accade di rado.

Ma non è solo questo. Un energumeno ed una maestra entrano nel taxi: il primo ritiene che se venissero impiccati almeno due ladri, tutti gli altri ci penserebbero due volte prima di rubare. L’interlocutrice, costernata, fa notare in modo sarcastico la facilità nell’emettere sentenze di morte da parte dell’uomo, il quale, di tutta risposta, se ne esce dicendo: «l’avrei detto che lei fosse una maestra. Vive proprio in un altro modo. Non capisce niente». Quanto a Panahi, la sua risposta arriverà più avanti. Per il resto, sarà questo il livello del dibattito da quelle parti? Non sapremmo.

Poco più avanti Panahi, che nel frattempo si è scoperto essere il conducente del mezzo, carica in macchina un tizio in fin dei conti simpatico, ma chiacchierone, tale Omid. È uno che rifornisce di DVD masterizzati mezza Teheran, compreso il figlio di Panahi. I due fanno una consegna presso un ragazzo che studia cinema: Omid presenta Panahi come il suo socio e l’aspirante regista non resiste: «signor Panahi, io leggo molto e vedo un sacco di film, ma non ho ancora trovato una storia da raccontare». «Vedi Taxi», verrebbe da suggerirgli, ma dato che al momento della domanda il film è ancora in corso d’opera, l’interrogato risponde in maniera di gran lunga meno spocchiosa: «nessuno può dirti che film fare. Devi scoprirlo da solo». E se ne vanno.

Film fiume, altre due donne salgono in auto, una tenendo un’ampolla con dentro dei pesci rossi. Non vi diciamo altro. Poi c’è la nipote del regista, sveglia, dalla lingua affilata. Qui il film decolla; Panahi arriva dritto al punto senza girarci intorno. La maestra della nipote in classe ha detto dettato dei punti fondamentali se ci si vuole assicurare che il proprio lavoro venga distribuito. Tra le varie cose, la bimba segnala che la sua maestra ha detto sì al realismo, no al «realismo realismo»; insomma, se una storia è scabrosa, meglio non raccontarla. Perché? Non è dato sapere. Sebbene sia chiaro che la risposta sia volutamente lasciata in sospeso.

Ad un certo punto ci si vede con un noto avvocato, che nel film viene semplicemente chiamata la «signora dei fiori». Non sapremmo dire se nel suo Paese sia davvero celebre o meno, ma a quanto pare la sua condizione è analoga a quella di Panahi, interdetta dall’esercitare la propria professione dal suo stesso ordine. Ciò che affascina in tutto ciò non sono le storie di per sé, bensì l’atteggiamento di coloro che in tutto questo si trovano nella posizione di svantaggio. C’è in loro una serenità, un’umiltà, che è tutt’altro che rassegnazione. Non importa sapere quanto ci sia di vero, e fino a che punto, in quelle storie; da estranei alle vicende, oltre che lontani, non possiamo che ammirare il tono di voce, i modi gentili e tutto il corredo del non detto mediante il quale queste persone emergono ancora più forti, risolute. Anziché opporre urla e lamentele per ciò che è avvertito come un torto, una lesione vera e propria, c’è il bel portarsi, la dignità di chi si adegua speranzoso. Quasi convinto che le cose cambieranno.

Ci pare che Taxi parli soprattutto di questo, ovvero di un domani possibile che in parte è già oggi se lo si vuole. Derubricarlo a mera opera di denuncia sarebbe svilente per un’opera che punta più in alto, e che a conti fatti è un grido, in cui il dolore si mescola alla gioia. Senza false illusioni, è bene dirlo: basti pensare al beffardo finale, tristemente realista. Proprio quel «realismo realismo» che secondo la maestra andava evitato a tutti i costi.

Voto di Antonio: 8½
Voto di Gabriele: 9

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