Far East Film Festival, Parte 5

Cruel Winter Blues: La storia di due gangster spediti in campagna ad uccidere un rivale, ma arrivati nel paesino, fuori dal Caos di Seul e dalla vita di strada si trovano entrambi a dover fare i conti con il passato: uno riscopre la passione per il Taekwondo, l’altro (orfano) inizierà vedere nella madre del gangster

Cruel Winter Blues: La storia di due gangster spediti in campagna ad uccidere un rivale, ma arrivati nel paesino, fuori dal Caos di Seul e dalla vita di strada si trovano entrambi a dover fare i conti con il passato: uno riscopre la passione per il Taekwondo, l’altro (orfano) inizierà vedere nella madre del gangster che deve uccidere la propria madre, e inizierà a portarla a fare compere, le parlerà dei suoi problemi e ne diverrà in qualche modo un altro figlio. Purtroppo però l’atmosfera delicata e dolce riesce a mantenersi di alto profilo solo a tratti, portandosi avanti a singhiozzi, il finale infatti, con il solito massacro fra gangster non riesce a risolvere tutto quello che si era costruito nella parte centrale. Peccato.

One Foot Off The Ground: Commedia sociale o dramma sulla perdita della tradizione? Una compagnia dell’Opera di Pechino non riesce a sbarcare il lunario, c’è chi si dedica ai combattimenti fra galli, chi fa le fotografie ai matrimoni, chi spera nell’emigrazione. Ma un attore è vivo solo sul palcoscenico e tra prime donne costrette a cantare nei bar e una Cina che nella furia della modernizzazione distrugge la sua tradizione ci siamo trovati davanti ad un film che sebbene ricorra troppo spesso a facili espedienti narrativi riesce a sviluppare notevole tenzione drammatica. Il regista presente in sala ha detto che si è basato sulla sua esperienza d’attore d’opera, che ha dovuto smettere perchè non era abbastanza bravo, ma che i suoi ex compagni adesso sono tutti disoccupati.

The Matrimony: Per chi non lo sapesse nella Repubblica Popolare Cinese è vietato fare film con i fantasmi (non sono mai riuscito a scoprire il perchè), ma nonostante questo divieto (evidentemente la censura bigotta sta un po’ allentando la sua morsa) il film è una produzione cinese, è uscito al cinema ed a riscosso pure un buon successo. E’ un melodramma amoroso, dove un tragico incidente ha separato per sempre i due amanti. Lui sposerà una ragazza per volere di sua mamma, il fantasma dell’amata cercherà di impossessarsi di lei e tornare con il suo uomo. Ma i fantasmi e i vivi non dovrebbero mai venire in contatto. Qualche spavento e un po’ di noia, più interessante a livello culturale che altro, ma comunque si lascia guardare e non è girato male.

Family Ties: Ammetto che per motivi personali non avevo proprio la testa in questo film, ma definirlo il più importante film d’essai coreano di quest’anno mi sembra esagerato, al KoreaFilmFestival abbiamo visto di meglio. Sarò io che non sono riuscito a capirlo, ma proprio la storia di questa famiglia, di questi personaggi inusuali che agiscono in modo apparentemente insensato non è riuscita proprio a dirmi niente, sarà che al millesimo campo-controcampo (dopo 10 minuti) volevo andarmene e che quache momento di suggestione visiva è controbilanciato da scene forzatamente e insensatamente poetiche. Arty (non è un complimento).

Uncle’s Paradise: Il pinku eiga è un genere squisitamente giapponese, durata media di 1 ora e sesso come tema principale, viaggiando tra i vari livelli del softcore. Questo film è stata davvero una soprsea, trama assolutamente sovversiva e surreale, divertenttissimo e riflessvio, sulla morte e sull’amore. Tentare di spiegarne la trama è impensabile, ma c’è uno zio che se si addormenta inizia a masturbarsi selvaggiamente e un nipote che quando non fa sesso con la sua ragazza pesca i calamari. Poi, morso sul pene da un serpente sul quale aveva eiaculato, lo zio finisce all’inferno, che è un hotel, dove viene fellato per l’eternita da due ragazze ricoperte di sangue. Ma per fortuna il nipote e la sua ragazza vanno a salvarlo. Alcune gag non avrebbero sfigurato in un film di Bunuel. Il regista e l’attore (avremmo preferito l’attrice) erano presenti in sala, il regista (in maglietta rosa) sembrava un manga da quanto si muoveva dinoccolato.

A Battle of Wits: So benissimo che non si tratta di un capolavoro e che potrebbe tediare a morte, ma l’ho seguito con enorme interesse: un assedio militare ad una citta della Cina medievale, poco di più e niente di meno. Strategia, onore e differenti idee sulla guerra e sulla pace a confronto. Non pensate di vedere arti marziali, gente che svolazza vestita d’oro e di seta, qui c’è da difendere una città dai nemici: costruite quella barricata la, facciamoli entrare che li intrappoliamo, riprese dall’alto sui vari reparti dell’esercito che si muovo sul campo di battaglia (sembra di vedere una partita di un gioco di strategia, ed è un pregio). Andy Lau direi perfetto nella parte del filosofo-stratega pacifista che organizza la difesa.

Memories Of Matsuko: Avevo già scritto di questo film sul mio blog qualche mese fa e non posso che confermare il valore di questo film, sicuramente il miglior giapponese visto fino a ora. E’ un melodramma a tutti gli effetti, sulle sventure amorose della protagonita, abbandonata e vessata da tutti i suoi uomini, ma assieme a questo (che è il collante e vera forza del film) c’è una serie infinita di spassosissimi intermezzi musical. I colori sono sgargianti e la protagonista bravissima, vorrei scriverne un po’ di più e un po’ meglio, ma qua dietro di me c’è la fila per il computer e lo staff mi sta minacciando con una katana.

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