Venezia 2012 - Passion: recensione in anteprima del thriller di Brian De Palma

Passion posterBrian De Palma ha girato diversi remake nel corso della sua carriera. L’unico “ufficiale” è quello di Scarface, riduzione (o sarebbe meglio dire "estensione") del classico di Howard Hawks. In realtà i suoi remake sono dei veri e propri aggiornamenti personali, in cui lo stile e il linguaggio prevalgono sulla storia. O, meglio, la storia viene “raccontata” innanzitutto attraverso le immagini e il tappeto sonoro, zona in cui De Palma è stato, e per alcuni è tuttora, un maestro indiscusso. Black Dahlia, più che la riduzione del romanzo di Ellroy, era un remake de Il grande sonno e di altri noir classici, ad esempio. E poi ci sono stati Il fantasma del palcoscenico e Blow Out, che richiamano altri ovvi film.

Del regista abbiamo sempre apprezzato lo stile sovraccarico, che non ha mai lasciato perdere i pianisequenza, i virtuosismi vari, gli split screen. L’immagine è sempre stata centrale nel cinema di De Palma: cos’è in fondo Redacted se non l’aggiornamento 2.0 del suo precedente Vittime di guerra? L’urgenza politica di trattare la guerra in Iraq, dove avviene un episodio identico a quello del film con Sean Penn, nascondeva in realtà il bisogno di affrontare un discorso sui media e sulle capacità manipolatorie delle immagini stesse.

Passion si presenta come un thriller erotico “alla Vestito per uccidere o alla Basic Instinct”: però, insomma, dopo averlo visto si pensa solo ad una trovata pubblicitaria per accalappiare un certo tipo di pubblico. Che, trovandosi di fronte ad una follia del genere, non saprà come reagire se non con i boo che hanno accolto la prima proiezione stampa del film qui al Lido. De Palma se ne farà una ragione: viene fischiato da anni, e non gli è mai stata davvero riconosciuta l’importanza meritata. I mea culpa, per i razzies e i deliri attorno a film come Vestito per uccidere e Omicidio a luci rosse, hanno tardato ad arrivare, ma alla fine ci son stati.


Passion è il remake (o, ancora, l’aggiornamento 2.0) di Crime d’amour, ultimo film di Alain Corneau, molto amato dalla critica ma, personalmente, un filo sopravvalutato. Il problema dell’originale stava tutto nello svolgimento della seconda parte, che, dopo aver accumulato una buona atmosfera nella prima ora, si assestava su un livello meccanico e regalava allo spettatore una soluzione hitchcockiana del giallo tirata davvero per le lunghe. La prima parte di Passion segue comunque abbastanza fedelmente il lavoro di Corneau: Christine e Isabelle sono sedute sul divano e parlano di lavoro, come nell’originale.

Si accende un campanello d’allarme: la prima cosa che vediamo è la mela simbolo dei computer Apple. Da lì, la macchina da presa si muove indietro e va ad inquadrare le due protagoniste che guardano una pubblicità per la loro campagna di un nuovo smartphone. C’è già una dichiarazione di De Palma: state attenti agli schermi. Uno dei principali cambiamenti del film, invece, riguarda l’assistente di Isabelle, che non è più un uomo come nell’originale, ma una giovane ragazza. Passion, infatti, è un film tutto al femminile, e gli uomini fanno la parte degli idioti; come Dirk, che ha una relazione con Christine, ma presto diventa anche amante di Isabelle.

La prima parte di Passion è, ammettiamolo, piuttosto “strana”: nel senso che - sarà probabilmente complice la fotografia patinatissima tipica di una co-produzione tedesca (il film è ambientato in una Berlino dalle geometrie squadrate) - lascia presagire il peggio. Sotto questo aspetto, i detrattori hanno ragione, ed è ancora peggio se si è visto Crime d’Amour, che aveva una tensione diversa e giocava con la la rivalità tra le due protagoniste in modo più sottile. Qui De Palma pare che ci stia dicendo che questa parte della trama è già stata vista, è già stata raccontata, e quindi appare più svogliato del solito anche nello stile.

Poi, ad un certo punto, succede qualcosa di imprevisto, che manderà in visibilio i fan del regista e lascerà impietriti tutti gli altri. Mentre Christine sta facendo la doccia, subentra uno split screen di un balletto, quello che Isabelle sta guardando a teatro. E dopo questo split screen inizia finalmente la pellicola che volevamo: un vero e proprio concentrato delle ossessioni del regista, un frullatone depalmiano alla massima potenza che fonde diversi motivi, diverse soluzioni e diverse epoche del cinema, in un crescendo sempre più onirico, allucinante e assurdo. Quasi De Palma volesse assestarsi a metà strada tra parodia e museo cimiteriale di un cinema di resistenza che non tornerà più.

In questa seconda parte, De Palma asciuga fino all’essenzialità la trama dell’originale, e si dà alla pazza gioia tra inquadrature sghembe con effetti stranianti, soggettive, long take, colori bui e forme ispirate all’espressionismo tedesco e al suo maestro Hitchcock (le scale!). Passion si trasforma quindi in una pellicola piena di fantasmi, piena di schegge venute da un’altra epoca, piena addirittura di autocitazioni, come l’ascensore che viene direttamente da Vestito per uccidere, o il classico è-dietro-di-te che viene dritto da Rasing Cain (che a sua volta citava Tenebre).

Complessivamente, Passion pare proprio uscire direttamente dagli anni 80, offrendo spunti e situazioni che De Palma non ci regalava da anni, e l’atmosfera è resa possibile anche grazie alle musiche di Pino Donaggio. Il compositore, per la prima parte, ha creato una partitura jazzistica e soft che ricorda (pure troppo) certo cinema che fu, mentre nella seconda si adatta al cambiamento brusco e alla sterzata onirica, regalando suoni e archi potentissimi degni della miglior tradizione herrmaniana.

Ma c’è appunto una cosa che tiene ben ancorato il film alla contemporaneità: la continua presenza degli schermi, perennemente accesi. Una volta avvisati con la primissima inquadratura, si deve fare attenzione a televisori, computer, cellulari. E poi video amatoriali, pubblicità, filmini porno, skype, e chi ne ha più ne metta. Attenzione: come Redacted ci ricordava, ciò che viene registrato è stato per forza manipolato; ed ecco che un certo video, anche in questo Passion, può essere usato a proprio piacimento a seconda dello scopo che si vuole raggiungere…

"Non è tradimento: è business", dice Isabelle a Christine dopo averla “fregata” per la prima volta. "Beh: ora ci siamo", le risponde il boss. La sceneggiatura di Passion non spiccherà per qualità dei dialoghi o altro, ma ha diversi momenti che confermano che De Palma è ben conscio dell’operazione che sta facendo. “Ora ci siamo”: ora può partire la guerra, ora inizia il vero divertimento; le immagini, i suoni e il solo, purissimo linguaggio cinematografico possono impossessarsi dell’impianto e portarlo avanti a modo loro.

Certo, poi c’è tutto il discorso sul doppio ("Mi assomigli più di quanto pensi"), sulla maschera (inquietante quella che indossa l’assassino: ma si vede davvero poco rispetto alle premesse), tutte ossessioni che certamente De Palma ha da una vita. Eppure, in questo caso, ci pare che siano argomenti che semplicemente arricchiscono la trama, e funzionano come specchietto per le allodole per fan - che gioiranno nel ritrovare le tematiche care all’autore - e per detrattori - che le useranno per dimostrare quanto De Palma sia fermo ad una ventina di anni fa come immaginario e si stia rendendo imbarazzante.

Gli attori sono ai minimi termini, anche se le due protagoniste, Rachel McAdams e Noomi Rapace, ce la mettono tutta per sostenere i loro ruoli; di “passione”, poi, ce n’è davvero pochina (giusto qualche breve scena di sesso, qualche centimetro di pelle scoperta, qualche oggetto fetish e poco più); di tensione non ce n’è poi molta, mentre l’autoironia è massiccia. Ma è sinceramente squisito tutto il post-split-screen, che continua il discorso sulla morte del cinema, e sulla sua trasformazione, che De Palma ha cominciato quattro film fa. Ecco: lì dove Femme Fatale e Redacted si incontrano, salta fuori Passion, piatto “originale” cucinato con vecchie ricette. Chi ne ha voglia, può servirsi da solo: il buffet è ricchissimo.

Voto di Gabriele: 8
Voto di Antonio: 8

Passion (Francia / Germania, 2012, thriller / erotico) di Brian De Palma; con Rachel McAdams, Noomi Rapace, Paul Anderson, Karoline Herfurth. Trailer originale.

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