Venezia 2012 - The Master: recensione in anteprima del film di Paul Thomas Anderson

Il film forse più atteso, e comunque "già visto", della Mostra di Venezia si è finalmente mostrato nello splendore dei 70mm: The Master vede per protagonista Freddie Sutton, un reduce della Seconda Guerra Mondiale. Tornato salvo, ma non completamente "sano", incontra Lancaster Dodd. L'uomo viene chiamato più comunemente "il Maestro", visto che è a capo di una specie di setta. I due diventano amici, ma soprattutto Freddie diventa il "protetto" di Lancaster...

Inizi del 1900: Daniel Plainview, da signor nessuno, diventava terribile e potentissimo tycoon del petrolio. Metà secolo, durante gli anni 50: Lancaster Dodd diventa una delle figure più chiacchierate e temute d'America, grazie al suo progetto di una setta (chiamata nel film soltanto "la causa"). Paul Thomas Anderson ripercorre la Storia del suo paese, quasi stesse facendo il suo "Nascita di una nazione" in più parti, ed approda dalle parti della nascita di Scientology, setta religiosa nata grazie a L. Ron Hubbard.

"Prendete il controllo della vostra vita", è uno degli slogan della "causa". Freddie si trova proprio in questa situazione: deve riprendere il controllo della propria vita, dopo aver respirato l'odore della morte. All'inizio del film lo vediamo su una spiaggia intento ad arrampicarsi sugli alberi a prendere cocchi, che poi rompe con un machete. Oppure lo vediamo masturbarsi, imitare i movimenti del coito su una forma vagamente femminile con tanto di organo riproduttivo costruita con la sabbia. Freddie insomma, dopo la Guerra, è un uomo segnato, e non è più come prima.


Già nel primo incontro tra Freddie e Lancaster, su una nave, il secondo ha la sensazione di conoscere il primo molto bene: forse ha già in mente che potrebbe essere il nuovo adetto della "causa". Freddie è un alcolista, e i metodi della setta potrebbero salvarlo, rimettendolo sulla retta via: "Sarai la mia cavia, e sarai il mio protetto" dice l'uomo a Freddie. Definendosi un medico, un filosofo, uno scienziato, un fisico e tanto altro, Lancaster si pone subito come una figura dominante, un punto fermo del quale Freddie non può più fare a meno. Dall'altra parte, anche Lancaster sembra, man mano che il tempo passa, affezionarsi a Freddie...

Al fianco di Lancaster c'è la sua famiglia, nella quale spicca la figura della moglie Mary Sue (una fantastica Amy Adams). Freddie si inserisce in questo tessuto relazionale ed instaura una strana amicizia con Lancaster, che viene però messa a rischio da una parte dai problemi di Freddie: problemi legati alla violenza che l'uomo non riesce a gestire, e legati anche ai ricordi del passato. Ma ovviamente "la causa" sarà ragione di ulteriori complicazioni e drammi per Freddie, che resta ed è una figura completamente sola al mondo, ferita nella testa e nell'anima.

Paul Thomas Anderson continua la sua descrizione di un'America violenta e contraddittoria, nascosta per bene da una patina elegante, resa visivamente alla grande grazie ad abiti ed acconciature, arredi e canzoni. In The Master gli anni 50 ci sono in tutto e per tutto, ma non solo grazie a tutta la cura maniacale nei vari oggetti d'arredo o nei capelli delle signore: quel che interessa ad Anderson, ed è un discorso centrale nel suo film, è di creare un certo tipo d'atmosfera, che riesce ad ottenere sia grazie agli elementi squisitamente cinematografici, sia alla Storia di quegli anni.

La musica originale di Jonny Greenwood, con i suoi pizzicati e le sue "stonature", e la fotografia di Mihai Malaimare Jr., coi suoi colori e le sue ombre, ci mettono un attimo per costruire un mood denso, sensuale e vagamente teso. La relazione tra Freddie e Lancaster resta sempre piuttosto vaga ed ambigua, tant'è che non viene mai portata allo scoperto nessuna particolare motivazione perché i due siano così attaccati, per un certo periodo, l'uno all'altro: se non per il fatto, appunto, che al primo serve un punto di riferimento e al secondo serve una "cavia".

Ad Anderson non interessa molto mettersi a spiegare, e lo avevamo capito da po': è invece interessato a far vivere allo spettatore le sensazioni contrastanti che prova Freddie. Perché The Master è uno studio psicologico che scava in profondità, e non lo fa con gli strumenti ordinari del cinema mainstream. E se può sembrare che giri a vuoto, in realtà sta costruendo un clima che diventa sempre più cupo per il protagonista, interpretato magnificamente da Joaquin Phoenix (se il film non sarà Leone d'Oro, sappiamo di chi sarà la Coppa Volpi maschile). Ma anche un clima che ha il sapore di una sottile ed inesorabile tristezza.

Schegge di passato si impadroniscono delle emozioni più autentiche del film: sono quei momenti in cui Freddie ricorda un amore, una ragazza che aveva iniziato a frequentare prima che l'America entrasse in guerra. Una sedicenne, una cotta che si era trasformata in amore molto presto, e che Freddie non ha mai dimenticato. Anche grazie a questi momenti, The Master mostra il lato più inedito del cinema di Anderson: una tenerezza ed una malinconia che si vanno a sostituire all'energia dirompente di certe scene de Il Petroliere, con il quale il film condivide però lo stesso modo di fare cinema, per quel che riguarda lo sviluppo di una storia. Anche certe scene potrebbero ricollegarsi all'opera precedente: si veda lo scontro finale tra Freddie e Lancaster, speculare a quello tra Plainview ed H.W..

E nel suo ritmo "musicale", The Master ricorda invece quasi l'imprevedibilità di Ubriaco d'amore: segno di una poetica che si presta a confronti tra le varie opere, ma conferma anche di un film che ha una sua unicità straordinaria, nonostante racconti quello che è ormai l'argomento centrale dei film di Paul Thomas Anderson: il rapporto e il conflitto con il "padre", con una figura centrale, un guru. La tematica, reinserita nel suo contesto storico, ci regala l'affresco di una paese tornato a casa dalla guerra sì vittorioso ed eroico, ma traumatizzato, senza bussola, e disperatamente in cerca di un'ancora.

In questo contesto, ci suggerisce Anderson, è stata possibile la nascita di sette come quella di Lancaster, la cui figura è indubbiamente - possiamo dirlo dopo aver visto il film - ispirata ad Hubbard. La setta di Lancaster dovrebbe fare anche miracoli curando la leucemia, e promette viaggi spazio-temporali. Mary Sue, una figura costantemente nell'ombra eppure sempre presente, chiede a Freddie di fissarle gli occhi: "Di che colore sono?". Possono essere verdi o azzurri, ma se Mary Sue vuole anche... neri. Quando non si ha più nulla, la fede in qualcosa diventa fondamentale per sopravvivere, con tutte le conseguenze del caso...

Scritto con sopraffina intelligenza cinematografica, con quella giusta dose di "coraggio" che ci vuole per scrivere una sceneggiatura dal ritmo ridondante, ma in realtà asciutta ed essenziale, The Master regala vari momenti per cui bisognerebbe non avere dubbi sul perché amarlo: si veda anche soltanto il primo, mostruoso botta-e-riposta tra Freddie e Lancaster, in cui il "maestro" fa un test al suo nuovo "discepolo" costringendolo a tenere aperti gli occhi senza sbattere le palpebre.

The Master può lasciare perplessi, ma se lo fa è per la quantità di domande che riesce a porre allo spettatore, a cui viene richiesto un grado di partecipazione attiva durante la visione abbastanza impegnato. Ma si esce dalla sala arricchiti, un po' spaventati, forse tristi, ma soprattutto, se si avrà la voglia di discutere e ripensare la pellicola, con un paio di domande le cui risposte potrebbero aprire voragini: che cosa significa il finale? Noi abbiamo un'idea concreta. Ma soprattutto: siamo sicuri ci sia solo un "maestro"? Anche qui noi abbiamo un'ipotesi...

Voto di Gabriele: 10
Voto di Antonio: 8,5
Voto di Federico: 7

The Master (Usa, 2012, drammatico) di Paul Thomas Anderson; con Philip Seymour Hoffman, Joaquin Phoenix, Amy Adams. Trailer originale. Uscita in Italia l'11 gennaio 2013.

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