Louisiana: recensione in anteprima del film di Roberto Minervini

Festival di Cannes 2015: strepitoso Roberto Minervini. Che, dopo la trilogia sul Texas, si sposta per la prima volta in Louisiana in piena terra ‘white trash’. E gira un documentario complesso, a tratti durissimo, empatico. Il suo film più politico.

L’avevamo lasciato in Texas con l’ultimo capitolo della sua trilogia, il magnifico Stop the Pounding Heart. Ora il nostro Roberto Minervini si sposta un po’ più a est, in Louisiana, terra nera e di gospel. Ma in questo stato si ferma a nord, zona non di neri ma di sottoproletariato bianco. Terra di white trash.

Con Louisiana (il titolo originale è The Other Side) Minervini firma il suo film più duro e politico. Non potrebbe essere altrimenti, viste le persone che il regista ha incontrato in questa ‘avventura’: nel nord dello stato, per dire, la disoccupazione è al 60%, e la gente si riunisce in comunità che vivono alla giornata.

Il documentario è diviso in due sezioni. La prima vede per protagonista Mark, un ragazzo che troviamo per la prima volta nudo e addormentato su una strada. Ci mettiamo poco a capire che dev’essersi ritrovato così dopo una notte brava. Il ragazzo infatti vive producendo e vendendo Crystal meth, una delle varie droghe che consuma quotidianamente assieme alla sua ragazza, Lisa.

Tra i due c’è un rapporto intenso e affettuoso, che tuttavia si alimenta continuamente delle dipendenze. Mark sa benissimo che la sua vita potrebbe continuare così per sempre, sprofondando sempre più negli abissi. Oggi che è il giorno di Natale il suo desiderio più grande è “di non andare in carcere almeno quest’anno”. Ha un rapporto bellissimo e tenero con la madre, malata di cancro, e con la nonna, decisamente anziana ma ancora oggi capace di ballare country.

Nella comunità di Mark ci sono degli anziani, molti dei quali disillusi dalla vita e dai governi. “Sta rovinando persino i neri!”, dice uno di loro di Obama. Mentre una speranza, che in fondo non muore mai, è rimessa nella mani di Hillary Clinton, perché potrebbe capire i poveri, visto che il 90% del mondo è ‘inferiore’ e formato da poveri e donne.

La seconda parte di Louisiana è invece dedicata a una comunità di paramilitari. Li incontriamo il 4 luglio, il Giorno dell’Indipendenza, e uno dei ‘soldati’ persino si commuove mentre lo ricorda ai compagni. Il gruppo si allena a sparare, discute sul porto d’armi (non è giusto che lo stato le confischi: dopotutto averle è un diritto costituzionale!), e si scaraventa contro una macchina in cui viene prima messa all’interno una maschera di Obama…

Quest’ultimo è solo uno dei momenti più impattanti di un film che è pieno di scene difficili da mandar giù. Tra queste ce n’è una girata in un night club pieno di uomini: Mark inietta della droga nel braccio di una spogliarellista, che poi vediamo essere incinta. Poco dopo la donna sale sul palco per la sua esibizione. Per non parlare del momento in cui Lisa si inietta la droga nei seni…

La naturalezza con cui tutte queste persone si comportano di fronte al regista non deve lasciare sorpresi. Minervini dichiara infatti che c’è un lungo lavoro di preparazione prima di iniziare a girare qualunque scena, preparazione che prevede anche il suo stesso ‘inserimento’ nelle comunità. Per sua stessa ammissione queste comunità nello specifico l’hanno accolto in gran velocità, talmente avevano voglia di dichiarare le loro posizioni politiche.

Non era partito come un film su questioni sociali e politiche in senso stretto, ma Minervini, da buon documentarista e osservatore, ha dovuto lasciarsi cullare dagli eventi. Così il suo Louisiana è diventato davvero il suo film più ‘urgente’, in cui le persone sono alla costante ricerca della libertà. In un paese che però prima li ha creati, poi li ha abbandonati e infine intrappolati.

“Non saremo mai schiavi di nessuno”, dichiara orgoglioso e commosso uno degli anziani della comunità di Mark. Perché c’è molta paura di essere dimenticati dalle istituzioni, e rabbia per uno stato che non li aiuta. Nel primo segmento, durante una celebrazione in ricordo dei soldati caduti in guerra, si legge un cartello in cui si dice ‘Freedom is not free’. Una frase che ha senso in un contesto ma nell’economia del film assume sfumature più ampie.

Nel secondo segmento invece, in modo quasi speculare e manco a farlo apposta, un aeroplano fa volare in cielo uno striscione con scritto ‘Legalize freedom’. Chissà cosa ne penserà tra qualche anno la nipote di Mark, che oggi sogna di andare a Yale o Harvard per studiare fashion design… Lucido, lirico, empatico e strepitoso Minervini, che ci consegna a oggi il film più utile e disturbante dell’anno.

[rating title=”Voto di Gabriele” value=”9″ layout=”left”]
[rating title=”Voto di Antonio” value=”7.5″ layout=”left”]

Louisiana (The Other Side, Francia / Italia 2015, documentario 92′) di Roberto Minervini. Uscita in sala il 28 maggio 2015 con Lucky Red.

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