Green Room: recensione in anteprima del film di Jeremy Saulnier presentato a Cannes 2015

Festival di Cannes 2015: dopo Blue Ruin torna una delle grandi promesse del cinema di genere indipendente americano, Jeremy Saulnier. Il suo Green Room è un perfetto film ‘da mezzanotte’: divertente, secco, teso, esilarante. E violentissimo. Presentato nella Quinzaine des Réalisateurs.

Prima fu il blu, ora è il verde. Dopo il cupo e ottimo Blue Ruin torna Jeremy Saulnier, assieme a David Robert Mitchell il nuovo paladino del cinema di genere indipendente americano. Lo si aspettava con ansia il suo nuovo film, che come il precedente ha avuto la sua prima mondiale alla Quinzaine di Cannes saltando il duo Sundance/SXSW.

Una punk-rock band composta da tre ragazzi e una ragazza viaggia con il proprio furgoncino nel profondo Pacific Northwest alla ricerca di locali per poter suonare e fare qualche soldo. Finiscono in un locale di skinheads, ovviamente filonazisti, che li prendono di mira dopo aver ucciso una ragazza: sono testimoni, quindi devono esssere eliminati…

Se non si fosse capito, siamo in puro terreno carpenteriano. Il modello è Distretto 13, il risultato francamente più cazzaro. Ma non c’è nulla di male: non è che Saulnier cerchi di copiare il maestro o provi a fare un’operazione un filo più profonda (per dire: It Follows sta su un altro pianeta, e a prescindere dalla qualità).

Blue Ruin è il revenge movie che usa i topoi del genere e affonda le mani nella sporcizia e nella violenza, puntando anche sull’empatia dello spettatore col protagonista (Macon Blair, presente come interprete anche qui). Ha anche, se ricordate, alcuni inaspettati momenti di silenzio, e sa prendersi persino il suo tempo creando uno strano ritmo interno.

Green Room è assai diverso: parte in sordina quasi fosse un normalissimo slasher, ma quando ‘rinchiude’ i quattro protagonisti assieme ai futuri nemici e a un’altra ragazza (Imogen Poots: la più folle di tutti) nella ‘stanza verde’, Saulnier non ne ha per nessuno. E va a parare dritto dove vuole: in zona midnight movie per eccellenza.

Dimenticate le presunte riflessioni sull’America profonda, sulla vendetta, sulla famiglia e tutto quello che avevamo voluto vederci – per chi scrive un po’ forzatamente – in Blue Ruin, quindi. Perché Green Room non chiede nulla a nessuno se non quello di essere goduto minuto per minuto, scena splatter e scena di tensione una dopo l’altra.

L’armamentario gore di Saulnier è davvero da leccarsi i baffi. Il regista affonda le mani nel sangue come non aveva fatto nemmeno nel film precedente, che non era esattamente una cosina da multisala. Qui invece ci sono lembi di pelle staccati e cadenti, pance squartate con coltellini, arti spezzati, teste che esplodono, cani che azzannano persone alla gola, e chi più ne ha più ne metta.

Però Green Room non manca nemmeno di tensione, che è tanta e persino ben utilizzata. L’ambientazione unica lo aiuta parecchio, ma Saulnier sa usare benissimo tempi e aspettative per tenere lo spettatore attaccato alla poltrona. E poi continua a far ritornare pià volte i poveri protagonisti, che fuggono più di una volta dalla ‘stanza verde’, sui loro passi, facendogli ricominciare la fuga dall’inizio. Ovviamente si ride pure tantissimo. Che goduria.

[rating title=”Voto di Gabriele” value=”7″ layout=”left”]

Green Room (USA 2015, thriller 94′) di Jeremy Saulnier; con Anton Yelchin, Imogen Poots, Alia Shawkat, Callum Turner, Joe Cole.

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