Ex Machina: recensione in anteprima

Domhnall Gleeson ed Oscar Isaac insieme per questo arguto sci-fi di Alex Garland. Su intelligenze artificiali e potenziali derive del rapporto uomo/macchina. Un film piccolo ma pregno di argomentazioni

Non dico che i robot faranno qualunque cosa meglio di chiunque, bensì che faranno alcune cose meglio di alcune persone.

Hod Lipson, professore alla Cornell University

Opera di peculiare intelligenza quella di Alex Garland. Piccola, perché Ex Machina, al netto di pochi ma brillanti effetti speciali, non è una megaproduzione da centinaia di milioni di dollari (giusto 15), ma al tempo stesso risulta intensa come poche altre sulla medesima falsa riga. Anzi, proprio l’apparenza di un film che sfiora appena certe tematiche conferisce alle stesse quella profondità che a posteriori si assapora ancor meglio che in corso d’opera. Malgrado, o forse proprio per via di una trama molto semplice, estremamente lineare, che a un certo punto destabilizza per via di un twist violento ed estemporaneo.

Caleb Smith (Domhnall Gleeson) è un programmatore che lavora per la Bluebook. Scelto per visitare la sperduta ma ricchissima abitazione del CEO della compagnia, Nathan Bateman (Oscar Isaac), sente che la sua vita sta per cambiare. Così è. Giunto lì ignaro delle ragioni che lo hanno portato al cospetto dell’eccentrico Bateman, Caleb scopre in breve il motivo della sua permanenza, ossia somministrare ad un robot il test di Turing. Ava (Alicia Vikander), questo il nome dell’androide, è il risultato di estenuanti esperimenti, lavoro matto da parte di Nathan, ossessionato all’idea di creare un robot che appiattisca in maniera pressoché totale i confini tra l’uomo e la macchina. Uno sci-fi che vira al thriller, dal ritmo pacato, più di testa che di pancia. Ad Ex Machina non manca quasi alcun ingrediente per ergersi tra i maggiori esponenti del genere negli ultimi anni.

Garland lavora tanto, specie in sede di scrittura, sulle relazioni tra questi tre personaggi (Caleb, Nathan ed Ava), cui aggiunge un quarto elemento, messo più in ombra ma che alla fine si rivela decisamente funzionale al racconto. Mostrando l’evolversi dei rapporti fra i tre, al cui apice troviamo la figura di Caleb, Ex Machina innesca dei cortocircuiti notevoli. Smanettando proprio tra le sfumature, senza dare mai troppo per scontato, fidandosi delle possibili reazioni fra tre personaggi così diversi, ciascuno alle prese col proprio gioco. Perché di giocatori si tratta, come se i tre si stessero sfidando a scacchi, ed allora la logica e la pianificazione diventano passaggi essenziali.

«Non dico che i robot faranno qualunque cosa meglio di chiunque, bensì che faranno alcune cose meglio di alcune persone»: procedendo lungo la linea tracciata in Ex Machina, verrebbe da credere che questa fiduciosa considerazione del professor Hod Lipson, ingegnere robotico che lavora alla Cornell University, sia quasi superflua a dispetto della sua innegabile portata. L’inganno, la mimetizzazione, attributi anch’essi in qualche misura quintessenzialmente umani, costituiscono il vero discrimine, quella componente su cui sta o cade il destino di un genere tutto.

Come Hal in 2001, non il mero raziocinio, non la forza, bensì la violenza controllata, l’abdicazione alla facoltà di elaborare qualsivoglia empatia fanno la differenza. In altre parole, alle macchine, almeno in un primo momento, potrebbe bastare una sola cosa per “superare” l’uomo: essere ancora più spietato di lui. Ma non si può altresì appioppare con nonchalance tale approdo concettuale al film di Garland, quasi fosse questo il suo “messaggio” (sic). Anche perché, saggiamente, il film ci lascia in sospeso al momento giusto, dopo averci tramortito. Il che contribuisce a rendere credibile uno scenario devastante, al quale si arriva per gradi e con una quiete disarmante; andamento che funge da carica al passaggio clou, quando tutte le carte vengono gettate sul tavolo.

Il discorso approntato in Ex Machina appare forse impietoso, oltre a porsi al livello di mera possibilità; nondimeno ha un suo fascino, ma soprattutto una sua fondatezza. Quasi a riprendere temi e leitmotiv espressi in 2001 Odissea nello Spazio, la tesi di Garland è chiara: l’acquisizione di un’autocoscienza da parte di un robot non può che passare da un istinto primario, che qualifica non solo l’uomo bensì ciascun essere animale, ovvero quello di sopravvivenza, dunque conservazione. Un istinto che tende a mettere ogni altra logica in secondo piano, non di rado più forte dell’etica a cui l’essere umano si aggrappa, positiva e o rivelata che sia.

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Un ragionare che ci porterebbe a svelare la trama, per cui non possiamo inoltrarci troppo. Ma è beffarda, sebbene in maniera acuta, la piega che la vicenda di Ex Machina prende allorché l’uomo si dimostra sin troppo umano, finendo con il dover scontare un eccesso che chissà a cosa potrebbe condurlo. Volendo speculare, nell’ambito di uno scontro uomo/macchina, all’estinzione del primo a beneficio del secondo. Proprio quell’elemento, quella peculiarità che lo contraddistingue, ovvero la sua capacità di provare sentimenti, sperimentare emozioni, paventa il film, potrebbero portarlo a soccombere.

Perciò quelle qualità eminentemente umane per cui tanto la robotica si sta spendendo, interrogandosi senza posa, al fine di capire se e come una macchina sarà mai capace di coltivarne a sua volta, potrebbero essere sì la chiave di volta ma non nel senso in cui lo si è per lo più inteso. Potrebbero rappresentare il retaggio di un passato che impedisce all’uomo di operare lo step successivo; quel limite che lo annienta, lentamente, disfacendolo un po’ alla volta. Una visione cupa, senz’altro pessimistica, più filosofica che scientifica. Ma va riconosciuto a Garland e soci l’abilità di essersi cimentati con acume, dando adito a discorsi radicalmente attuali (tanto che lo saranno ancora per i prossimi decenni almeno), mediante un ritratto per nulla complesso in superficie. La polpa sta all’interno, quantunque la scorza sia di pregevole fattura.

Voto di Antonio 8

Ex Machina (USA/UK, 2014) di Alex Garland. Con Domhnall Gleeson, Oscar Isaac, Alicia Vikander, Sonoya Mizuno, Chelsea Li, Corey Johnson, Evie Wray, Deborah Rosan, Symara A. Templeman e Elina Alminas. Nelle nostre sale da giovedì 30 luglio.

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