Venezia 2015, Everest di Baltasar Kormákur: Recensione in Anteprima

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Visti i due clamorosi precedenti, Gravity nel 2013 e Birdman nel 2014 (19 nomination complessive agli Oscar, 11 vinti) è facile immaginare il perché ci fosse tanta eccitazione misto scetticismo nei confronti di Everest di Baltasar Kormákur, quest'oggi chiamato ad inaugurare la 72. Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Un'opera da 65 milioni di dollari ispirata a fatti realmente accaduti e ad Aria sottile (Into Thin Air), saggio scritto nel 1997 da Jon Krakauer. Girato tra Nepal, alle pendici dell'Everest, sulle Alpi italiane (Val Senales, Trentino-Alto Adige), negli studi di Cinecittà a Roma e nei Pinewood Studios nel Regno Unito, Everest ha letteralmente 'gelato' la Sala Grande del Lido, grazie ad innevate e imponenti viste mozzafiato ma anche, va detto, a quelle mancanze di sceneggiatura e di regia che hanno tramutato il paragone con i due film d'apertura precedenti in qualcosa di impensabile.

Il monte Everest non è altro che la vetta più alta e famosa della Terra con i suoi 8.848 m di altitudine. Dal 29 maggio del 1953, ovvero da quando il neozelandese Edmund Hillary e lo Sherpa Tenzing Norgay arrivarono fino in cima, oltre 5000 persone sono riuscite a scalarla, mentre più di 220 hanno perso la vita nel provarci. Tra queste anche alcuni dei protagonisti del film di Kormákur, ambientato nel mese di maggio del 1996, quando in 8 morirono su quelle vette travolte da una mastodontica bufera di neve. A ricordare quei tragici giorni in cui persero la vita anche l'esperta guida neozelandese Rob Hall e l'americano Scott Fischer ci pensò uno dei sopravvissuti, il giornalista-alpinista Jon Krakauer qui interpretato da Michael Kelly, volto di House of Cards. Verso la metà degli anni '90 prese forza la 'moda' delle spedizioni sull'Everest, profumatamente pagate (60.000 dollari a testa) e con una chiara postilla ben visibile sul contratto: 'a rischio della vostra vita, firmate qui'.

La montagna 'monster', con i suoi dirupi, le sue valange improvvise e i repentini cambi climatici, è infatti la vera protagonista del film di Kormákur. Un gigante tanto fascinoso quanto spaventoso, da non prendere mai sotto gamba e rispettare, sempre e comunque. Pronti, via e il regista islandese ci porta immediatamente ai piedi dell'Everest. Ci sono varie squadre specializzate pronte a far scalare la montagna a chiunque abbia pagato il proprio biglietto d'ingresso, per una 'giostra' che porterà via loro un mese di 'preparativi'. Prima di farsi forza, il segno della croce e volare in alto, direzione cielo. Qui, nella costruzione dell'evento, l'islandese regista di Contraband e Cani Sciolti da' il meglio di se', grazie anche alle spettacolari riprese ad alta quota rese ancor più incredibili dalla profondità del 3D. Dal punto di vista visivo Everest è una gioia per gli occhi, perché mai la montagna si era vista con tanta e dirompente forza. Alive - Sopravvissuti e Cliffhanger - L'ultima sfida, celebri 'cult' del 1993, vengono spazzati via dalle riprese in verticale dell'Everest, maestoso su grande schermo ma anche 'glaciale' dal punto di vista emotivo.

Interessandosi all'aspetto privato e familiaristico di due protagonisti, vedi Jason Clarke e Josh Brolin, Kormákur non è comunque riuscito a suscitare un minimo di empatia nei loro confronti, così come nei confronti di tutti gli altri alpinisti travolti dalla tragedia. Non si prova 'compassione' ne' 'timore' che il peggio possa avvenire, in Everest, tanto da non condividere la doverosa ansia di Robin Wright e Keira Knightley, preoccupate mogli attaccate al telefono per conoscere la sorte dei rispettivi mariti. Se Brolin è un padre di famiglia, con due figli grandi e una carriera politica da cavalcare, Clarke diverrà presto papà di una femminuccia, con l'amata Keira incinta e di fatto costantemente a letto. Per entrambe le attrici due fugaci comparsate poco o niente contestualizzate, perché Kormàkur si interessa solo marginalmente a queste due famiglie, tralasciando tutte le altre. A farne le spese, tra i personaggi più flebili e meno sfaccettati, Sam Worthington, che entra ed esce dal film senza un ruolo preciso, e Jake Gyllenhaal, dato in pasto ad un ruolo stupidamente e gratuitamente esagerato. Non sappiamo praticamente niente di lui, anche se presente all'interno della 'competitiva' spedizione, con tutte le conseguenze del caso. A contendersi la palma del 'migliore' troviamo quindi Jason Clarke, stimato buon samaritano delle nevi, e Josh Brolin, in grado addirittura di 'resuscitare' dopo una visione mistica dei propri cari.

Il perché centinaia di persone pagarono decine di migliaia di dollari per rischiare la vita scalando una montagna risuona ovviamente all'interno del film, grazie alle domande di Jon Krakauer/Michael Kelly, con la più semplice delle risposte, 'perché sarebbe un delitto non farlo', a sottolineare l'urgenza dell'opera Universal: meno introspezione, più azione. William Nicholson (Il gladiatore) e Simon Beaufoy (The Millionaire), sceneggiatori, non sono così riusciti a tramutare la 'spettacolare' tragedia ad alta quota in qualcosa di più umano, sciogliendosi come neve al sole dinanzi alla costruzione dei vari protagonisti, modellati come statue di ghiaccio. Sullo sfondo, va detto, la scatenata furia della montagna e di una distruttiva tempesta, resa 'viva' con maestria e ricche dosi di adrenalina da un regista più orientato alla riproduzione kolossal dell'evento che alla sua controparte 'intimista'.

Voto di Federico 6

Everest (Usa, 2015, drammatico) di Baltasar Kormákur; con Josh Brolin, Jason Clarke, John Hawkes, Robin Wright, Emily Watson, Keira Knightley, Sam Worthington, Jake Gyllenhaal, Clive Standen, Vanessa Kirby, Michael Kelly, Martin Henderson, Tom Goodman-Hill, Naoko Mori, Thomas M. Wright, Demetri Goritsas, Chris Reilly, Ingvar Eggert Sigurðsson, Chike Chan, George Taylor, Charlotte Bøving, Micah A. Hauptman, Elizabeth Debicki, Mia Goth - uscita giovedì 24 settembre 2015.