The Eichmann Show: recensione in anteprima

Non semplicemente la Shoah ma la spettacolarizzazione di un evento ad essa collegato. The Eichmann Show rappresenta un modesto ma interessante tentativo di interrogarsi non più su quanto avvenuto nei campi di concentramento, ma su come tutto ciò sia stato veicolato a partire proprio da quel famoso processo all'alto funzionario nazista

Sarà un 27 gennaio alquanto affollato quest’anno, con almeno tre film di rilievo. Dopo Il labirinto del silenzio e Il figlio di Saul, arriva The Eichmann Show. Quest’ultimo, un prodotto decisamente diverso rispetto agli altri due, che fa leva su un discorso che effettivamente si tende a non trattare quando al cinema si tratta l’olocausto.

La storia infatti riguarda il processo ai danni di Adolf Eichmann, alto funzionario nazista al quale pare si debba la cosiddetta Soluzione finale, di cui fu suggeritore e promotore insieme a Reinhard Heydrich. Eichmann riuscì a sottrarsi al processo di Norimberga riparando, come altri nazisti, in Argentina, finché il Mossad non lo localizzò conducendolo in Israele. Il governo israeliano esigeva la propria Norimberga, fosse anche uno solo l’imputato. Da qui il processo Eichmann.

Tale Milton Fruchtman (Martin Freeman), noto produttore televisivo, fiutò l’affare e pensò bene che un evento di tale portata sarebbe stato un ottimo prodotto per la televisione. The Eichmann Show parte più o meno da questo punto, qualche giorno prima dell’apertura del processo, con i giudici riluttanti a far entrare le telecamere nel teatro adibito a tribunale; senonché lo scafato produttore, insieme al regista Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia) riuscirà anche in questo.

Il meccanismo interessante del film sta nel suo rievocare con l’immancabile rispetto la questione, portando avanti però un discorso che in fondo riguarda la Shoah indirettamente. The Eichmann Show parla infatti della spettacolarizzazione di una tragedia, non semplicemente a fini pedagogici/educativi. È la storia che si fa spettacolo, così come è stato imposto proprio dal dopoguerra in avanti, e a più livelli. Nel film si alternano costantemente immagini di repertorio alla messa in scena di questa sala di regia in cui vengono decise inquadrature e montaggio televisivo in generale dell’intero processo, durato mesi. Qui cogliamo un aspetto importante, ovvero quello relativo non tanto alla ricostruzione di un evento, che storicamente oggi si conosce, bensì delle modalità attraverso cui viene veicolato.

Non a caso non ci convince a pieno l’idea che si tratti dell’ennesimo prodotto memoriale, malgrado tale propensione sia insita nel tipo di progetto. Questo perché abbiamo scorto anche un tentativo, per quanto pacato e discreto, di polemica riguardo a come il cosiddetto showbiz sia capace di fagocitare finanche tematiche di questo tipo allo scopo di generare ascolti, con tutto ciò che ne consegue. Un discorso oltremodo risaputo, rileveranno a ragion veduta alcuni, è vero, ma che non ci pare sia mai stato applicato alla Shoah mediante il cinema.

The Eichmann Show ci pare perciò un primo, modesto ma comunque interessante tentativo di divincolarsi dal format di una scia alla quale comunque appartiene. Un’opera che tenta di ragionare non sull’evento in sé, che, come già detto, non viene in alcun modo messo in discussione, anzi, bensì su come è stato proposto. Il film ci ricorda che fino ad allora gli ebrei sopravvissuti ai campi di concentramento e stabilitisi in Israele non erano visti di buon occhio dai loro stessi concittadini; diffidenti, riluttanti a discutere in merito a ciò che era loro accaduto poiché loro per primi convinti che nessuno gli avrebbe creduto.

Il processo Eichmann, trasmesso in parecchi paesi, Germania inclusa, dove si stima che l’80% dei tedeschi vi assistette per almeno un’ora a settimana, è perciò una pagina che riguarda i media prima ancora che l’olocausto. Non dice nulla di nuovo sullo strapotere di TV e cinema a partire dagli anni ’50, ma per la prima volta pone dei quesiti anche su uno degli argomenti più delicati (se non il più delicato) degli ultimi settant’anni. E le implicazioni etiche vanno da sé, per quanto The Eichmann Show non vi faccia troppo leva.

A questo si affianca un binario parallelo, che verte sull’ossessione del regista Hurwitz verso l’imputato. Anche qui, non emerge alcuna morale e l’esito è sfumato, ma di base l’intento è quello di dimostrare che anche in Eichmann si celi un briciolo di umanità. Perciò Hurwitz non fa altro che fissare il primo piano del funzionario nazista, nella speranza di cogliere un segno, un gesto, qualcosa, anche appena percettibile, che tradisca quella freddezza che ha davvero del fenomenale. A questa traccia viene affidato un seppur flebile ragionamento sull’aspetto umano della vicenda.

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Qui si riscontrano altri elementi interessanti, malgrado la messa in scena non ci permetta di coglierli in tutta la loro ampiezza. La Arendt, che a quel processo prese parte in qualità di inviata del New Yorker, tirò fuori la teoria della «banalità del male», posizione non da tutti condivisa, come nel caso della Stangneth, per cui alludere al concetto di banalità significa minimizzare, se non addirittura assolvere. Eppure la posizione di Hurwitz è chiara: chiunque può macchiarsi di un simile crimine ed i fatti avvenuti nei campi di concentramento non sono confinati a quell’epoca, a quella gente e quei luoghi.

Indicativa è l’ultima scena del film, che si chiude così come era stato aperto, ovvero con un’immagine di repertorio; qui un uomo, a processo concluso, allude alla «follia di cui sono preda tutti coloro che si sentono migliori di altri per come pregano il proprio dio o per via della loro pelle». Viene così evidenziato il ritardo nel dibattito, ovvero l’assenza di un discorso che ancora non si è sviluppato. Succede tutte le volte che si equivoca con così tanta disinvoltura il male relegandolo a mera problematica psicologica.

A questo punto, dunque, come porsi dinanzi all'eccesso di visibilità? È possibile ragionare come si deve a fronte d'immagini che ci condannano in maniera così perentoria, tutti? La domanda resta ma probabilmente, col passare del tempo, qualcuno comincia al sentire il bisogno di una risposta. Tornando a quanto scritto in apertura, tra i tre non possiamo che raccomandarvi Il figlio di Saul, che per intraprendenza e risultato si pone proprio su un altro livello rispetto a quarant'anni di cinematografia a tema (fatta probabilmente eccezione del documentario di Claude Lanzmann, che è però un mondo a sé).

Voto di Antonio 6

The Eichmann Show (USA, 2015) di Paul Andrew Williams. Con Martin Freeman, Anthony LaPaglia, Rebecca Front, Zora Bishop, Andy Nyman, Nicholas Woodeson, Ben Lloyd-Hughes, Ben Addis, Dylan Edwards, Caroline Bartleet, Ed Birch, Nathaniel Gleed, Vaidotas Martinaitis, Nell Mooney, Solomon Mousley e Anna-Louise Plowman. Nelle nostre sale il 25, 26 e 27 gennaio.

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