A Lullaby to the Sorrowful Mystery: recensione in anteprima del film in Concorso a Berlino 2016

Opera fiume quella che Lav Diaz porta alla Berlinale, la quale ha avuto non poco coraggio ad inserirla in Concorso. Un film dal respiro molto ampio, che avrebbe potuto durare anche più di otto ore. Tuttavia il regista filippino pare rincorrere sé stesso, sottoponendo ad un tour de force severo pure troppo

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Che Lav Diaz abbia abbandonato da tempo l’idea di aprirsi al mercato (l’ha mai avuta?) è noto a tanti. Quelli del regista filippino sono film importanti, politici ma per questo necessariamente "schierati", frutto di un amore per il suo Paese che è raro rintracciare in altri registi, anche più impegnati. A Lullaby to the Sorrowful Mistery è senz’altro il tentativo più ambizioso, rabbioso e senza compromessi al quale Diaz si sia mai dato. Otto ore, semmai qualcosa in più ma non in meno, per porre domande, chiedersi cosa siano davvero le Filippine.

Ambientato all’epoca della dominazione spagnola di fine ‘800, tutto parte da una ricerca vera e propria, che si fa metafora col passare delle ore. La vedova di Andres Bonifacio, uno dei più importanti promotori della ribellione delle Filippine alla Spagna, si mette in cerca del corpo del marito, ucciso per mano del nemico. Poco per volta questa missione personale, se così possiamo definirla, muta in qualcos’altro, man mano che altre storie s’inseriscono, personaggi entrano, e tutti sono accomunati da questa appartenenza ad una realtà che non conoscono e su cui, come già accennato, lo stesso Lav Diaz s’interroga.

Per una nazione relativamente giovane come questa certe domande rappresentano l’ingresso nell’adolescenza, quel periodo tormentato in cui si cerca di capire chi si è, quale posto si debba occupare nel mondo. Un arcipelago che ha cominciato a prendere coscienza di sé come Paese proprio in quel periodo, ossia nel XIX secolo, per cui la ribellione non rappresentò che l’ultimo stadio di una trasformazione in atto da tempo. D’altronde, come disse qualcuno, quando scende in campo la rivolta vuol dire che la rivoluzione è agli sgoccioli.

L’approccio di Diaz a tutto ciò non può che essere interlocutorio, umile ma incazzato, perché A Lullaby to the Sorrowful Mistery è impietoso verso i dominatori, gli spagnoli, i frati, e tutti coloro che si sono arricchiti senza ritegno (filippini inclusi). Uno dei protagonisti, Simoun, incarna in sé la parte peggiore di quelle Filippine che hanno ceduto al nemico: abile manovratore, Simoun ha per anni intessuto rapporti con gli spagnoli, sì da consentire loro di fronteggiare efficacemente ogni tentativo di insurrezione. Per tutto il film, o quasi, Simoun si ritrova steso su una lettiga, colpito a morte da un membro della ribellione che ha voluto vendicarsi. C’è il cuore ferito di chi ne ha approfittato, vendendo l’anima al diavolo per un tozzo di pane; ma soprattutto lasciando i propri fratelli in balia del nemico.

Il discorso di Diaz però si muove in questo senso: ok, cerchiamo di capire cos’è avvenuto, cosa ci ha tarpato le ali, perché siamo arrivati al punto in cui siamo arrivati. Dopodiché domandiamoci fino a che punto non abbiamo avuto responsabilità. Il discorso finale che padre Florentino fa al nipote, incalzato da quest’ultimo sul perché di tutta quella sofferenza, è un’esortazione da cui non traspare rabbia, sdegno; lì è Lav Diaz che parla alle giovani generazioni, supplicandole di rimediare agli errori, chiunque sia stato a commetterli, perché il futuro delle Filippine dipenderà da loro, dai giovani che verranno dopo di loro e via discorrendo.

Per descrivere questa lunga, penosa epopea, Lav Diaz ci mette otto ore, che è poi la ragione di tanto scalpore in merito al film. Ora, è sempre molto scomodo, se non addirittura pretenzioso, mettersi al posto degli autori ed indicare loro cosa avrebbero dovuto o potuto fare. Se Diaz ha stabilito che ciò che intendeva raccontare richiedesse questo lasso di tempo, e sia. Né, archiviate le otto ore, ce la sentiamo di dargli tutti i torti. A Lullaby to the Sorrowful Mistery va anzitutto avvicinato come un’esperienza cinematografica tout court, un febbricitante viaggio nel cuore di un Paese che soffre, le cui persone, in carne ed ossa, soffrono. E tutto ciò va rispettato, non per forza compreso, né tantomeno apprezzato.

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Resta che questa esperienza, indivisa ed indivisibile proprio perché cinema e non altro, porta in dote delle controindicazioni, o comunque delle conseguenze. La prima, banalmente, sta nel suo essere estenuante, troppo, e per qualunque film. In più ci si domanda per forza di cose che ne è delle lodevoli intenzioni quando alla fine si costruisce qualcosa di accessibile davvero a pochi. Pochissimi. Ciò su cui si sofferma Diaz, nonché il modo in cui lo fa, merita di essere ascoltato e veduto, ma il regista aspira a qualcosa di più: farlo vivere, per quanto possibile mediante un film. Bene, ma se si può anche essere d’accordo sul fatto che i numeri spesso non contino, è altresì ragionevole sostenere che volersi rivolgersi solo ed esclusivamente a chi è disposto a priori ad ascoltare tenda un po’ a tradire le premesse. Otto ore. Nessun film dovrebbe sottoporre lo spettatore ad uno sforzo del genere. Nè lasciar intendere che sia un suo problema qualora non sia disposto ad assecondare tale pretesa.

E si badi bene, questo vale anche per chi apprezza il cineasta in questione (e chi scrive rientra in tale categoria). Da un lato abbiamo infatti un Lav Diaz “fresco”, non direi inedito ma senz’altro più centrato. Le prime quattro ore, per dirne una, malgrado il solito ritmo vagamente contemplativo, dunque lento, offrono una serie di spunti atipici, quasi che davvero si sia impegnato a girare un film “classico”. La traccia narrativa è forte, i movimenti di camera ed il montaggio si notano, si parla abbastanza. Insomma, tutta una serie di elementi che negli ultimi suoi film ci sono quasi stati negati. Però, appunto, c’è meno Lav Diaz in questa prima parte.

A riequilibrare le cose ci pensa l’altra metà, che recede dal racconto strutturato e si riappropria di quella libertà tipica del regista. La foresta comincia a farla da padrone, e mentre i due gruppi che si sono formati nelle prime quattro ore si fanno strada all’interno di quel contesto così naturalistico, a noi non resta che lasciarci trasportare dall’azione. Il problema è che a questo punto è più facile perdersi anziché no, con quell’ultima ora e passa torturante, in cui il film sembrerebbe lì lì per finire in ogni momento ed invece prosegue. Che fosse necessario o meno non sta a noi; solo è impossibile non rilevare come tutto questo ermetismo, da un certo momento in avanti, muta in un vero e proprio percorso iniziatico, esoterico, dunque eccessivamente ristretto.

Ci sono immagini ricche di suggestione, passaggi stupendi come la ragazzina che intona il Salve Regina, e di certo chi è addentro a un certo ambiente fatto di foreste, fiumiciattoli e natura varia, non può che trovare addirittura conciliante almeno le seconde quattro ore. Ma davvero, trattasi di un tour de force estremo, oltremodo esigente, e che, soprattutto, non restituisce in toto quanto richiede dallo spettatore. Certo, non sta scritto da nessuna parte che un film di otto ore lo si debba seguire come uno di due, attenzione alta, niente distrazioni e via discorrendo. Ma allora siamo più nell’ambito dell’installazione, magari inserita nel contesto di una mostra che proietta A Lullaby to the Sorrowful Mistery in più punti, così da darci uno sguardo di tanto in tanto per capire a che punto sono i nostri.

Però, vedete, non ci stiamo rimangiando affatto quanto evidenziato sopra; quest’ultimo lavoro di Diaz è pienamente, fieramente cinema, non soltanto per via di una trama, non sempre essenziale o comunque connotativa di un opera che debba chiamarsi film; lo è perché in nessun altro modo sarebbe semplicemente possibile esperire questa cosa qui, che è a suo modo anche un breve trattato di Storia. Storia ovviamente filtrata da una poetica precisa, su cui senz’altro Lav Diaz indulge parecchio, ma tant’è.

Tocca allora essere onesti e chiarire i termini della questione. È un film significativo questo A Lullaby to the Sorrowful Mistery? Internamente al mezzo, lo è senza riserve, e col tempo la sua rilevanza verrà presumibilmente pure ampliata. Può aspirare ad oltrepassare il muro di quella specifica parte di critica che lo adora quasi acriticamente, che lo ha elevato come di fatto merita rendendolo però al tempo stesso immune da certe considerazioni? La risposta a tale domanda sarebbe interessante. Sarebbe, nel senso, se l’avessimo. Tanto è personale questo percorso dritto al cuore di una cultura, di una collettività, di un popolo, che esiste qualche ragione per dubitarne purtroppo.

Voto di Antonio 6

A Lullaby to the Sorrowful Mistery (Filippine/Singapore, 2016) di Lav Diaz. Con Piolo Pascual, John Lloyd Cruz, Hazel Orecchio, Alessandra De Rossi e Joel Saracho.

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