Mother’s Day: recensione in anteprima

L’impeto conciliante di Garry Marshall si spiega almeno in parte con l’intenzione di abbassare i toni. Tuttavia Mother’s Day rappresenta una storia corale finta perciò insincera come poche

Dove sta esattamente la rarefazione del quadretto tratteggiato dal veterano Garry Marshall in Mother’s Day? Si tratta di un film come non se ne fanno più, sia chiaro, di quel tempo in cui si anelava ad essere oltremodo concilianti, anche a costo di mettere più cose di segno opposto sul medesimo piano. Non riuscendoci purtroppo, malgrado delle intenzioni che potrebbero addirittura sembrare condivisibili.

Ancora una volta, come in Appuntamento con l’amore e Capodanno a New York, il regista di Pretty Woman reitera l’ensemble corale, composta da svariati attori, tutti interessati da una storia. Stavolta ci troviamo a pochi giorni dal giorno della mamma, altra sentita ricorrenza da quelle parti, e che Marshall affronta a partire da situazioni specifiche. C’è la donna (Jennifer Aniston) tradita dal marito con una più giovane; c’è quella (Kate Hudson) che ha sposato un indiano senza però dirlo ai propri genitori texani, ergo bigotti, che per giunta si trovano a fronteggiare un secondo problema, ossia l’altra figlia lesbica, con tanto di compagna e bambino al seguito; c’è il padre che deve badare alle sue due figlie dopo la dipartita della moglie, un’ex-marine che alla prole ha lasciato quel non so che di maschiaccio, non a caso la più grande gioca a pallone (capito?); ed infine c’è l’orfana, che però ha trovato l’uomo della sua vita, ha avuto una figlia da lui, ma nonostante questo non riesce a sposarlo.

Ce n’è per tutti insomma. Nel suo volersi rendere inattaccabile, nel tentativo di concedere un appiglio a più categorie, Mother’s Day si risolve in uno dei ritratti più finti e perciò insinceri della stagione. Patinatissimo, fieramente borghese, corretto in modo maldestro, il film di Marshall soffre palesemente della vana pretesa di far finta che tutto sia sintesi, che anche le posizioni più inconciliabili siano superabili, tutt’al più con qualche piccolo affanno. A questo s’aggiungono siparietti che mettono addirittura a disagio per quanto si sforzano di far sorridere senza però riuscirci, come quello dell’arbitro, o peggio, il momento della verità in cui i texani (repubblicani fino al midollo) vengono messi al corrente del più banale dei contrappassi: due figlie, una maritata con un immigrato, l’altra con una del suo stesso sesso.

Cerchiamo però di non sviare più di tanto la questione. È evidente che Marshall qui tenti di abbassare i toni, e la superficialità con cui tratta la materia è dovuta proprio a quest’ambizione di far sorridere, di riscaldare più tipologie di pubblico, le quali, fuori dalla sala, altro non fanno che scannarsi. Mi chiedo però se e fino a che punto sia opportuno semplificare in tal modo, quasi che fare commedia equivalga paro paro a delineare profili e situazioni improponibili pur di strappare un sorriso, oppure, come in questo caso, trovare quel comune denominatore che possa in qualche modo infilare tutti sotto lo stesso tetto. Tale elemento qui è la madre, intesa come figura, quella che tutti hanno anche se non lo sanno o non l’hanno mai conosciuta.

Ma è un discorso che non regge perché essenzialmente si risolve in un’accozzaglia di situazioni, non di rado da sitcom, che non hanno davvero nulla da dire se non comunicare: visto? la mamma è pur sempre la mamma, perciò smettetela di litigare e ricordatevi quanto è bello averne una, non importa in che condizioni. È un trivializzare troppo, più del dovuto, senza manco provare a veicolare il già incerto messaggio mediante un filtro più sofisticato, non dico complesso.

Ad ogni modo, le destinatarie di questa congerie di vacui sentimenti sono ancora una volta le donne, quelle perbene però, alle quali viene suggerito a denti stretti che c’è, esiste un modo per ovviare o per lo meno sublimare l’incedere degli anni: fare pace con tutti, accettare il mondo così com’è e ripetere a chiunque che è meraviglioso «no matter what», in un impeto normalizzatore che tende al più sterile degli standard. Ma tra standard e normale c’è una bella differenza, la stessa che Mother’s Day si adopera ad occultare in modo goffo ed approssimativo. E guai a difenderlo perché «non si prende troppo sul serio»; troppe sciocchezze vengono ancora fraintese per ragioni di questo tipo.

[rating title=”Voto di Antonio” value=”3″ layout=”left”]

Mother’s Day (USA, 2016) di Garry Marshall. Con Jennifer Aniston, Kate Hudson, Julia Roberts, Jason Sudeikis, Britt Robertson, Timothy Olyphant, Hector Elizondo, Jack Whitehall, Shay Mitchell, Aasif Mandvi, Ella Anderson, Sandra Taylor, Gianna Simone, Loni Love, Brandon Spink, Lucy Walsh e Drew Matthews.

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